venerdì 31 gennaio 2014

La montagna, le ordinanze e gli incoscienti che mettono in pericolo tutti

Corriere Web
 
 
Il sindaco di Ardesio risponde al professor Brevini

Pubblichiamo la lettera di risposta del sindaco di Ardesio, AlbertoBigoni, all’editoriale «La montagna non si chiude» di Franco Brevini pubblicato sul Corriere di ieri. 
 
Caro Brevini,
non confondiamo il termometro con la febbre: l’ordinanza viene emessa per evitare che i comportamenti di (pochi?) incauti si ripercuotano su altri. Mettere a repentaglio la propria vita è un conto, farla mettere agli uomini del Soccorso alpino che devono intervenire, è un altro. Fenomeni appartenenti a tempi remoti, quando l’incoscienza regnava sovrana? Tutt’altro, consulti YouTube e verifichi con i suoi occhi cosa sono stati capaci di fare alcuni in presenza di valanghe in alta Valle Seriana pochi giorni fa, poi ne riparliamo.
 
Su di una cosa concordo assolutamente con lei: il ruolo dell’informazione è sacrosanto, tanto è vero che l’intento primario dell’ordinanza non è quello di recintare la montagna, ovviamente, ma di avvisare del possibile pericolo, a maggior ragione se stiamo parlando di passaggi in prossimità di impianti di risalita, che quindi attraggono centinaia di escursionisti che altrove, nel «selvaggio», non andrebbero mai. Certo, un pezzo di carta e due cartelli non sono sufficienti. Lo dico con cognizione di causa, visto che due ore dopo aver firmato l’ordinanza del Timogno ero al telefono con gli uomini del Soccorso alpino e con il Cai per organizzare una serata informativa sui rischi della neve, tenutasi mercoledì 29 gennaio presso la sala consiliare del Comune di Ardesio.
 
Gli interventi nella serata ardesiana di Sandro Calderoli, Elia Ranza, Tiziano Viscardi e di Piermario Marcolin hanno evidenziato molti aspetti, ma il minimo comune denominatore era quello che riconduceva alla constatazione che in troppi accedono ai monti innevati senza Artva (o non sono capaci di usarlo), senza sonda e senza pala. Troppi. Ranza ha citato delle statistiche, a tal proposito, che hanno ammutolito la numerosa folla presente in sala. Calderoli, inoltre, ha evidenziato come la grande maggioranza degli incidenti in montagna avviene con grado di pericolo della scala Arpa 2 (moderato, il 30%) e 3 (marcato, il 45%), perché erroneamente vengono ritenuti gradi tutto sommato «gestibili».
 
Non dimentichiamo, inoltre, che il bollettino Arpa è generale, non calato sulla realtà locale. Un grado 2 del bollettino regionale può corrispondere ad un grado 4 sul Timogno, ad un grado 3 sull’Avert e così via. Le uniche vie sono quindi la formazione per gli alpinisti e il «protocollo valanghe». Quest’ultimo è lo strumento che permette ai sindaci e agli amministratori tutti di poter consultare un tavolo tecnico, un nucleo operativo che possa fornire le informazioni specifiche nella situazione contingibile e urgente, opportune non solo per interdire l’accesso a strade e/o sgomberare porzioni di abitato, ma anche di bloccare l’accesso a pendii agli escursionisti, se necessario.
 
Un errore, l’ordinanza emessa? Può essere, ma ora stiamo a vedere se la lettera che ho inviato all’assessore regionale Bordonali sortirà l’effetto sperato, nel frattempo godiamoci il risotto con i saporiti miceti, raccolti da mani esperte in condizioni di neve assente, magari dissertando a proposito di una considerazione del già citato Swift: «Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di aver avuto torto; che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto fosse ieri».
Alberto Bigoni
 
 
Questo era l'Editoriale del 30 gennaio
Sicurezza e divieti in eccesso
La montagna non va chiusa
 
Dopo le ordinanze con cui i sindaci di Ardesio e Gromo hanno stabilito di chiudere alcuni tratti di montagna
 
Montagna incontaminata, ma piena di divieti

Che per mere ragioni burocratiche si siano tagliate le spese per la prevenzione e le spese per il monitoraggio delle valanghe sul territorio bergamasco mi pare la dica lunga sulla sciagurata irresponsabilità di alcuni amministratori. Ma in attesa che la macchina si riavvii attraverso la riattivazione dei fondi, vorrei richiamare l’attenzione su un tema, che si è già presentato negli anni scorsi e che è destinato a fare discutere, soprattutto in una zona come la Bergamasca, dove gli appassionati di montagna sono numerosi. Mi riferisco alle ordinanze con cui i sindaci di Ardesio e di Gromo hanno stabilito di «chiudere» alcuni tratti di montagna.
 
L’iniziativa può apparire a prima vista lodevole, mossa, come credo sia, dalla preoccupazione di evitare il ripetersi di incidenti in quota. Ma a un esame più attento non tarda a emergere la problematicità di simili provvedimenti. Occorre infatti distinguere con molta attenzione fra le valanghe che minacciano i centri abitati o le strade di fondovalle e quelle che invece possono staccarsi dai pendii in alta montagna, dove si avventurano o dovrebbero avventurarsi solo gli alpinisti. Nel primo caso è giusto e doveroso che le amministrazioni intervengano tempestivamente, mettendo le comunità al riparo dai rischi. Ma nel secondo? L’alpinismo e lo scialpinismo non si praticano sulle piste battute, dove l’impiantista ha il dovere di garantire la sicurezza di chi acquista un abbonamento.
 
Si svolgono invece su quelli che le guide alpine definiscono terreni d’avventura, cioè spazi non protetti, difficili e pericolosi, nei quali ciascuno si spinge sapendo ciò a cui va incontro. I ghiacciai sono solcati da insidiosi crepacci, i seracchi incombono su chi sale, dalle pareti possono staccarsi valanghe e scariche di sassi. Ma l’alpinista affronta questi terreni proprio perché desidera confrontarsi con una natura selvaggia, estrema, non addomesticata.
 
Certamente negli ultimi anni l’allargamento senza precedenti del numero dei praticanti di attività, che, proprio per le loro caratteristiche, richiedono specifiche competenze e adeguata preparazione, ha posto la sicurezza come una questione che presenta anche risvolti sociali. Ma si tratta di un problema per il quale non esistono soluzioni dirette, immediate, né tantomeno repressive. La sola strada praticabile passa attraverso l’educazione ambientale e la formazione tecnica, cui il Club Alpino italiano si sforza di provvedere con le sue scuole e le guide alpine con il loro prezioso lavoro.
 
Se il pendio del Timogno è pericoloso, sarà la mia esperienza a consigliarmi di rinunciare. Un divieto dell’autorità rappresenta un’inaccettabile limitazione della mia libertà. Avete idea cosa possa diventare una montagna irta di norme, divieti, prescrizioni? Chi deciderà che cosa e per conto di chi? Voglio finire con un paradosso un po’ alla Swift. Fra le prime vittime degli incidenti in montagna ci sono i raccoglitori di funghi. Metteremo dunque fuori legge anche i risotti con i saporiti miceti?
 
Il Corriere della Sera - 31 gennaio 2014