mercoledì 15 aprile 2015

Gli agguati fanno male anche alla montagna


Come spesso accade, la verità sta probabilmente nel mezzo. L’agguato con cavi d’acciaio «antimotociclisti» è, senza se e senza ma, un atto vile. Non può avere alcun titolo di cittadinanza in un normale confronto di idee, ma accende un allarme rosso sui rischi che nascono da un’eccessiva radicalizzazione delle posizioni.

La questione relativa al transito delle moto sui sentieri di montagna si era particolarmente accesa lo scorso anno, dopo l’approvazione, da parte del Consiglio regionale della Lombardia, delle deroghe per lo svolgimento di gare con mezzi a motore lungo i sentieri. Un allentamento dei cordoni del rigore contro cui Cai Lombardia e ambientalisti si sono scagliati con decisione, al punto che anche le successive prove tecniche di dialogo fra Umberto Martini (presidente generale del Cai) e Paolo Sesti (presidente della Federazione motociclistica italiana) avevano a loro volta ingenerato dure prese di posizione all’interno del Cai.
A suon di petizioni online, si sono formate due contrastanti scuole di pensiero: quella che vede la natura come ambiente da tutelare al massimo e quella che invece coniuga la dinamicità anche motorizzata dell’uomo per mantenere vive e vivibili le aree di montagna. In questo caso c’è chi ha sottolineato (con ragioni a volte anche evidenti) che in molte zone delle nostre valli gli unici sentieri rimasti percorribili, grazie ad attenta e costante manutenzione, sono proprio quelli che vedono il passaggio, responsabile, di ruote artigliate e mezzi da trial, magari a servizio di malghe e attività alpestri. Si è in questi casi superata con i fatti la sterilità di qualche testardo preconcetto che spesso alberga in chi nel cambiamento vede un rischio e non un’opportunità. 
D’altro canto qualche ragione possono accamparla anche gli integralisti, dato che l’opportunità di utilizzare mezzi a motore è scambiata spesso da qualche sconsiderato come un lasciapassare per fare di mulattiere e sentieri un parco di divertimenti a uso, consumo e rischio di chi sceglie i monti per un esibizionismo che nulla ha a che vedere con l’attività sportiva o la necessità di lavoro.
Tendere cavi d’acciaio oppure, al contrario, devastare sentieri e pascoli è in tutta evidenza stupido, inutile e deleterio. Urge concentrare gli sforzi per costruire dialogo fra chi è tenuto a redigere regolamenti (a volte in tali contesti la politica riesce a essere ancor più distante del solito), associazioni sportive e di tutela e soprattutto i residenti, che da generazioni su quei sentieri incrociano storia, tradizione e, perché no, orizzonti di sviluppo. Altrimenti, a lungo andare, in quelle trappole vigliacche finiranno per cadere la montagna e i suoi valligiani.
Giambattista Gherardi – L’Eco di Bergamo, 15 aprile 2015