La Storia

Storie di Ebrei bergamaschi perseguitati



A Bergamo prima della Shoà
 
La comunità ebraica bergamasca del 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali, era numericamente poco rilevante: 73 persone di cui 40 residenti in città. La consultazione delle vecchie schede anagrafiche (su cui compare al scritta “razza ebraica”, a volte vistosamente ma non completamente cancellata), ha consentito di delineare un primo quadro della presenza ebraica a Bergamo. Delle quaranta persone residenti in città,  22 sono maschi e 18 femmine, così divisi per età: due bambini (di 4 e 8 anni), un ragazzo (14 anni), ventisette adulti (nove tra i 30 e i 39 anni, nove tra i 40 e i 49 anni, nove tra i 50 e i 59 anni), dieci oltre i 60 anni.
 
Una piccola comunità, per lo più di recente insediamento. Tutti gli ebrei giungono in città dopo la prima guerra mondiale, con un'unica eccezione datata 1908. Solo due bambini sono nati a Bergamo. Si tratta di una comunità ben integrata e che mostra l'assenza di discriminazioni dell’Italia unitaria delle diciotto coppie coniugali italiane, dodici sono miste.
 
Le posizioni professionali sono di rilievo nell'ambito cittadino: il direttore della Banca d'Italia, l'intendente di finanza, un funzionario statale, il preside dell'Istituto magistrale, il direttore dell'Ospedale psichiatrico, un illustre oculista, un industriale, tre ingegneri, alcuni commercianti. Dei due bambini nati a Bergamo, uno, Andrea Viterbi, riceverà nel 1998 la cittadinanza onoraria «per aver reso possibile con le sue invenzioni la realizzazione della comunicazione digitale» (delibera del Consiglio comunale di Bergamo numero 60723 del 14 dicembre 1998).
 
Le leggi razziali sconvolgono questo tranquillo quadro da media borghesia di provincia: chi ricopre incarichi pubblici viene cacciato dal posto di lavoro oppure obbligato alla pensione: nel giro di pochi mesi ben tredici persone su quaranta abbandonano la città dirette verso sedi di comunità ebraiche più ampie, altri sei le seguiranno nei due anni successivi.

A fronte di questa piccola emigrazione da Bergamo altri ebrei arrivarono nei paesini delle nostra valli: erano i cosiddetti “internati liberi”, stranieri costretti quindi a trasferirsi al confino in comuni delle zone montane del nord.
Altri ancora arrivarono a Bergamo in  cerca di rifugio o semplicemente sfollati dalle grandi città.

Ed è proprio fra coloro che erano arrivati a Bergamo come confinati o da sfollati che si registra il maggior numero di arrestati, forse perché, al contrario dei residenti da lunga data, essi potevano contare meno sulla rete di conoscenze e approfittare con minor successo delle  informazioni e della solidarietà che molti concittadini seppero esprimere.

La cattura
 
 
 
La cattura degli ebrei finalizzata al loro trasferimento nei campi di sterminio tedeschi inizia già nel mese di ottobre del 43. La caccia metodica è condotta dalle forze della Guardia Nazionale Repubblicana ed ha inizio con l’ordinanza di polizia n. 5 emanata il 30 novembre 1943 dal Ministro dell’Interno della RSI Buffarini Guidi che ordina l’invio di “tutti gli ebrei, anche se discriminati a qualunque nazionalità appartengano e comunque residenti nel territorio nazionale” nei campi di concentramento e che i loro beni “mobili e immobili debbono essere sottoposti a immediato sequestro in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana".
 
Scattano subito gli arresti: nel giro di due o tre giorni vengono catturati 17 dei 44 deportati della Bergamasca, l’incarico è svolto per lo più dalle normali forze di pubblica sicurezza, carabinieri in particolare, confluite nella Guardia nazionale repubblicana. Gli arresti si configurano come piccole operazioni di polizia contro gente inerme e considerata non pericolosa, da qui la facilità della cattura, ma anche la facilità della fuga (in alcuni casi, come ad esempio per la famiglia Zimet, chiaramente agevolata dal comportamento del comandante della stazione di Serina).

Quello che emerge dal quadro delle testimonianze non è un particolare livore antisemita dei militi, bensì la burocratica obbedienza tipica delle forze dell’ordine professionali, in questo caso per lo più carabinieri, rimasti al loro posto al cambiare dei vari regimi.
 
E’ il caso di sottolineare che il numero degli internati liberi presenti sul territorio è ben superiore a quello degli arrestati: tredici sono gli internati liberi deportati, mentre dai documenti esaminati è stato possibile identificarne almeno 38; molti quindi sono stati messi per tempo sull’avviso e sono riusciti a fuggire, come è documentato anche dalle carte della Prefettura e da numerose testimonianze.
 
Fra gli arrestati qualcuno riesce ad evitare la deportazione Olga Levi residente a Milano, sfollata dopo il bombardamento del 14 febbraio 1943 a Calolziocorte presso il fratello Levi Gerolamo, è arrestata il 2 dicembre 1943; sarà liberata dopo 3 mesi di carcere il 9 marzo 1944 in quanto riconosciuta figlia di matrimonio misto e discendente da “ramo materno ariano, cattolico, cristiano”.
Non vengono registrati altri arresti nella bergamasca nella seconda metà di dicembre e nel gennaio 1944.
 
Tratto da
 
Segue
 
 
 
 
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Disastro del Gleno, errore o sabotaggio?

In un libro la tesi dell’attentato anarchico





A 92 anni dal crollo che causò circa 500 morti, un libro in uscita da Mursia mette in discussione la tesi dell’errore tecnico. La ricostruzione, destinata a far dibattito, è firmata dall’avvocato Benedetto Maria Bonomo, sindaco di Colere e appassionato di storia locale.
Il penalista bergamasco ritiene che si possa parlare di sabotaggio, ipotesi che sarebbe stata insabbiata dai fascisti e che s’inserisce nella conflittualità sociale di quel periodo in Val di Scalve all’indomani della presa del potere dei fascisti. «Un attentato di matrice anarchica, che aveva un nucleo in Val Camonica. Un sabotaggio con l’obiettivo di svuotare la diga per renderla inoperante e invece quel sobbalzo è stato così potente da far crollare tutto», spiega Bonomo che dice di aver «trovato nuovo materiale negli archivi che non era stato portato a processo» e « riletto criticamente gli atti del dibattimento».

Dibattimento da cui emerse una ricostruzione diversa da quella proposta oggi da Bonomo. Nel luglio del 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò, titolare della ditta costruttrice, e l’ingegner Giovan Battista Santangelo, responsabile tecnico, ritenuti colpevoli del disastro. Rappresentante legale di parte civile era l’avvocato Carlo Zilocchi «convintissimo che, a causare il crollo della diga, fossero stati gli imputati: la ditta Viganò e l’ingegner Santangelo, e una pessima, del tutto irrituale, conduzione dei lavori», spiega l’avvocato Carlo Salvioni, presidente del Comitato antifascista di Bergamo. Conferma l’avvocato Claudio Zilioli, che allo studio di Zilocchi ha lavorato e si è formato: «Era senz’altro attendibile la tesi della parte civile. Avevano messo dentro terra, invece del cemento armato».

L’Eco di Bergamo – 23 settembre 2015
 

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Ol Pacì Paciana



Comunemente detto "Paci' Paciana", ma in realtà il suo nome era Vincenzo Pacchiana. Era un Brigante ricercato dai brigadieri Francesi, per le sue malefatte, ma era ben voluto dalla gente, perché rubava ai ricchi per dare ai poveri. Paci' era il simbolo della giustizia per i valligiani, e  lo chiamavano : "ol padru' dèla val brembana". Moltissimi bergamaschi specialmente in valle brembana, ma anche in quasi tutto il territorio orobico, quando vedono o sentono parlare di arroganze e ingiustizia esercitate dal potere, invocano a difesa il mito del ribelle che si batté contro le prepotenze; il mito del Pacì Paciana il presunto Re della Valle Brembana.

.........cognusie ol Paci' Paciana, gran padru' dèla val brembana ,l'era prope ü berechi' ,ma pero'  dè chi piö fi  -- Él robaa di gran palanche, tace èn ca'  come èn di banche pò èl  fa sö tace packec, per dunal ai poerèc  --  Söta i öc dè la questura, töc i de l'èndaa èn pianura pò söi muc è söl segrat, ma pero' i la mai ciapat  -- Là trèmat öna matina sö söl put chè ghè a Sedrina , all moment chi è dre a ciapal so dal put po' sö èn dè al -- Sai chè i  gà dic ?  chè po' ai volp spöl taiaga i oregie, ma lü dols come la mel   "se ma mia dè sto pel.!!"  dalla Canzonetta di Ravasio
Ma chi era costui ???
Il suo vero nome era Vincenzo Pacchiana nato verso la fine del '700 tra Grumello dè Zanchi e Poscante in contrada Bonorè nel comune di Zogno. Verso la sua figura, storia, leggenda, tradizione e verità si continuano ad intrecciare ancora oggi e ognuno ricorda la sua figura a esclusivo e proprio piacimento: chi eroe, chi famigerato delinquente. Si racconta che divenne un brigante quando, non ancora trentenne, per difendersi da due imbroglioni che lo avevano derubato, regolò l'affronto con una sonora scarica di legnate ai due manigoldi e incredibilmente per questo subì la sua prima denuncia e per non farsi incarcerare da quel potere che schiacciava sempre i più deboli si dette alla latitanza nei boschi meno accessibili della valle brembana che lui conosceva benissimo perché pare esercitasse, per poter tirare a campare, oltre al mestiere di taglialegna anche quello del contrabbandiere di "tabacco".
Da qui inizia la sua storia di giustiziare della valle brembana, perché ovunque ci fossero ingiustizie, soprusi o da reistribuire ricchezze ingiuste interveniva lui il Pacì che a suon di schioppettate si faceva rispettare e sopratutto temere da usurai e da quelli che lui riteneva prepotenti e opportunisti. Intanto il suo mito cresceva a dismisura e le sue gesta, erano considerate eroiche da pastori , contadini, viandanti, insomma da tutto il popolo che non amava i gendarmi perché non capivano e parlavano la loro lingua, il bergamasco. Altro malumore della gente in valle era scaturito da fatto che lo stato obbligava la gente ad un lungo periodo di ferma e questo vento di ribellione  giungeva sino alla città di Bergamo nella quale pure non mancavano gli estimatori del Pacì, ricorrente era la frase: "un Pacì Paciana per ogni paese".
Le autorità competenti (si stava attuando il Regno d'Italia) preoccupati a soffocare questo simbolo di libertà emanarono dei bandi di cattura con tanto di taglia; 100 zecchini se vivo, 60 zecchini se morto. Innumerevoli le imboscate delle guardie per catturarlo....... memorabile lo scontro a fuoco a Endenna, frazione di Zogno, con un paio di morti tra le forze dell'ordine, il Pacì invece riusciva sempre indenne da quei conflitti anche grazie ad uno speciale giubbotto antiproiettile artigianale che portava sotto il suo mantello tanto da renderlo invincibile. Di corporatura piuttosto robusta il Pacì era alto, i suoi capelli corvini ricci intrecciati come si usava allora, barba nera, colore della pelle olivastro. Amava sempre camuffarsi per sfuggire alla cattura, sia nei lineamenti che nei travestimenti ( da contadino vecchio, da prete e persino da donna) parlava il bergamasco con influenza veneta per via della passata dominazione della serenissima ed era immancabilmente armato di coltelli, pistole e fucile a schioppo.
La grotta sul Canto Basso dove. secondo la leggenda. si nascondesse
 
Per catturare il Pacì Paciana e cancellare quindi il mito, le truppe francesi organizzarono un imposcata per catturarlo nei pressi dei ponti di Sedrina. Il Pacì, ignaro di questo tranello tesogli, caddè nella trappola, ma al capitano dei francesi che stava per arrestarlo e che gli intimava di arrendersi, rispose testuali parole: le vecchie volpi si catturano, ma non hanno certo il mio pelo" e si gettò giù nel Brembo e scomparve dalla vista.
Miracolosamente riuscì a guadagnare la riva del fiume e si diede di nuovo alla macchia. Ma un giorno in un bosco fu morsicato da un misterioso serpente. Il Pacì riuscì a salvarsi, ma il suo fisico era ormai stanco e indebolito. Pensò quindi di rifugiarsi sopra al lago di Como da un brigante tale Carcino che lui riteneva amico, il quale per intascare la taglia che pendeva sulla testa del Pacì, lo uccise con una fucilata mentre dormiva, gli tagliò la testa e poi la consegnò ai francesi che per sminuire il Pacì davanti alla popolazione la esposero sotto la ghigliottina alla Fara di Città Alta. Era il 6 Agosto 1806. Finiva qui la storia di questo leggendario personaggio della Valle Brembana che riuscì per dovere di cronaca pure a sposarsi con una sua paesana (Angela Sonzogni). Forse solo lei avrebbe potuto dire se il Pacì Paciana era un brigante famigerato diventato tale dagli eventi o un romantico ladro "gentiluomo" che amava solo il giusto e sopratutto la libertà.
Tratto da Vallebrembanaweb

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Zorzone e le miniere
 
Minére de Al del Ris a Al Parina
E’ impossibile parlare di Zorzone e della sua gente senza accumunare il termine: miniere.
La borgata, Frazione di Oltre il Colle, abbarbicata in Val Parina sulle pendici del Menna, per molti anni dal milleottocento in poi, ha intrecciato il suo destino, e quello dei suoi abitanti con le miniere scavate nelle viscere dell’Arera. I numerosi imbocchi, ancora oggi visibili in Val Parina e Val Vedra, hanno nomi poco allegri e invitanti: Fortüna, Salvàdech, Malanòcc, Prödénsa (Fortuna, Seltvatici, Malanotte, Prudenza).
 
Nelle famiglie, chi non lavorava in miniera, oppure aveva lavorato e non era più in grado di continuare per problemi fisici, si dedicava alla magra agricoltura di montagna, sufficiente all’allevamento di pochi capi di bestiame, o al taglio della legna per la produzione della “carbonella” negli “arali”.
Lo testimonia il fatto che nella notte della tragedia del Pezzadello, quando quel quattro ottobre del millenovecentoquarantaquattro, un aereo Alleato si abbatté sulla cresta del Menna, i primi ad accorrere sul luogo della tragedia furono i minatori e i carbonai di Zorzone, attirati dal boato dello schianto e dalle alte lingue di fuoco che s’innalzavano sopra i Piani di Bracca.
Terra grama, terra di miniere e di stentati pascoli alpini; terra di fatica di fame e sudore. Terra di pericoli e di malattie dovute alla silicosi, il mal di miniera.  In miniera lavoravano intere famiglie: i padri e i fratelli maggiori nelle gallerie a scavare, i piccoli a portare con la gerla il minerale sul piazzale all’esterno dove le donne, le “Taissine”, lo cernivano e pulivano immergendolo in vasche colme d’acqua, estate e inverno.
Negli anni sessanta si esaurirono le miniere della Val del Riso e l’estrazione continuò in Val Vedra e Val Parina; per trasportare il minerale estratto in questa zona fu realizzata una galleria, lunga diversi chilometri, che da Ponte Nossa, dove esisteva lo Stabilimento per la trasformazione del minerale estratto, arrivava fin sotto le gallerie della Val Parina.
 
Un “inghiottitoio” verticale di centinaia di metri collegava la zona di estrazione con quella del trasporto allo Stabilimento, ma l'investimento non fu sufficiente e la concorrenza rese vani gli sforzi della Società mineraria che gestiva le miniere. Nel millenovecentosettantadue si decise la definitiva chiusura.
Fu un colpo notevole all’economia e all’occupazione locale anche se nel frattempo sembrava che l’industria del Turismo fosse la miglior soluzione nel contrastarle. Tuttavia molti giovani del luogo preferirono impiegarsi nelle Aziende della pianura, iniziando un’emigrazione che continua ai giorni nostri.
Eppure tra i vecchi e i giovani abitanti della borgata, il passato non è stato rimosso e scordato.
 
I “murales” presenti su molte abitazioni raccontano ai visitatori la vita dei nonni e delle nonne, dei padri e delle mamme che hanno popolato in quegli anni duri la borgata di Zorzone e dintorni.
Il Museo del minatore presenta ai visitatori la vasta gamma di minerali presenti nel sottosuolo e le attrezzature utilizzate, in quel tempo. per estrarli. In fondo alla Val Parina, ai piedi di Zorzone, sono ancora visibili i ruderi della “laveria” e del “Forno fusorio”, utilizzati sino al dopoguerra prima che fossero trasferiti nel fondovalle del Riso.
In buona sostanza, una completa panoramica della Valle ai tempi in cui le miniere erano la maggior risorsa economica locale.
Recentemente, una Società australiana, la “Energia Minerals srl Australia”, ha acquisito la concessione per
riprendere l’estrazione di calamina nel comprensorio minerario della Val Parina – Val del Riso e ha iniziato i lavori di perforazione e ricerca del minerale per verificarne la reale consistenza.
Per i “vecchi” minatori un tuffo nel passato, per i giovani della valle un punto interrogativo per il loro futuro e quello delle loro famiglie.
Gallicus
Nota: Le immagini riprodotte nell’articolo sono di Guido Coppetti che sentitamente ringrazio per la gentile concessione.
 

Minére de Al del Ris a Al Parina



Tèra de Al del Ris e Al Parina,

 

dai mucc che strassüa blènda e calamina.

 

Tèra de zét piö fórta de la préda

 
che i düsia spacà per guadagnà póca monéda.
 
Tèra de òmegn che per mangià i gh’ìa da baratà
 
la lüs dol sul per ü tochèl de pà.
 
En prensépe i spacàa la préda con massèta e scarpèi
 
perché de fèr i gh’ia nóma chèi.
 
I tiràa fò blènda e calamina
 
sémper sóta i pericoi de la mina.
 
L’éra ü laurà  comè èss en galera,
 
col perìcol de ciapà la prössiera,
 
la malatéa dol minör
 
che ‘l la cómpagna ‘nfina che l’ mör.
 
I galarée i sa ciamàa : Fortüna, Salvàdech, Malanòcc, Prödénsa,
 
a guadegnà chèl pà dür quata passénsia.
 
En minéra el lauràa a’ i fiölì
 
a portà ol mineràl col zerlì.
 
Söi piassài a sernì ol mineràl el gh’ éra i fómie poarine,
 
i éra ciamàde i taissine.
 
Lu’ i éra inamuràcc dol so laurà
 
perché l’éra ché, apröf a la sò cà.
 
Dal melanövsentotantadù i minére i s’è fermàde
 
i nòscc minadùr i ‘n n’à fàcc di löciàde
 
e la nòsta zét per mangià
 
i à düsit amò emigrà.
 
Ol nòst invis adèss l’è chèsto ché,
 
de rià prèst ol dé
 
che i nòste minére i pöde èss visitàde
 
e i éte di nòscc minadùr regordàde.
 
Evviva Santa Barbara, de töcc i minadùr
 
to sé la Santa che ga fa unùr. 
 
Tratto dal libro “Tép de öna ölta e de’ ncö” di
 
Sergio Fezzoli
 
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Contrada Armellini di Zambla Alta


La contrada Armellini, così come la Vandullo a Oltre il Colle, è una tra le più antiche della Conca. Nei documenti, raccolti e descritti dal “Pandughet” sul Sito ultracollem.com, si cita testualmente: Verso il 1500 Zambla aveva l'aspetto di una comunità compatta e ben distribuita nelle contrade più note:  Cà di Merèi, Cà di Vidài, Cà Pezzà, Cà falgher, Vallomi, Gremsolì, Cà di Rèss. e poi più in alto Bertogli, Zucchi, Armellini, Moratti.”e ancora  Nelle contrade Armellini, di Zambla Alta, Vallomi, e Vidali di Zambla Bassa si ritrovano tuttora in buono stato eccellenti esemplari di un'architettura seicentesca dagli ampi portoni e stupendi balconi con balaustra in ferro battuto.”
 

 Il nome delle contrade, deriva dal nome o sopranome delle famiglie che le hanno costruite e abitate nei secoli scorsi: Nel caso specifico dagli “Armellini” di cui esistono ancora alcuni discendenti ormai “emigrati” in pianura.
 

Considerata la vicinanza con il “centro” della Frazione di Zambla Alta, diverse famiglie vi abitano tutto l’anno e solo alcuni anziani ritornano nel periodo estivo a occupare gli edifici di proprietà ancora in ottimo stato di conservazione.


Sulle facciate delle case più vecchie si possono trovare tracce di antichi dipinti e balconcini con i poggioli di ferro battuto di origine artigiana. Alcune stalle ricordano la vocazione montanara dell’allevamento di bovini da latte e la cura nella tenuta dei prati che circondano la contrada confermano che tale vocazione non si è estinta.
Percorrendo gli stretti sentieri, all’interno, si torna a respirare l’aria del tempo passato e si possono fare simpatici incontri.

 

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La contrada Vandullo di Oltre il Colle



Situata a mezza costa, sopra l’abitato di Oltre il Colle, a metà strada tra quest’ultimo e la Conca dell’Alben

Un tempo abitata da contadini e allevatori di mucche, oggi parzialmente ristrutturata ospita le famiglie di due fratelli, uno fabbro, l’altro falegname, che la curano con particolare attenzione.
Della vecchia contrada sono rimaste ancora in buono stato alcuni edifici a suo tempo destinati a stalle e un bell’esempio di pavimentazione locale della mulattiera che l’attraversa.

A monte della contrada, poco oltre i prati verdeggianti, inizia il bosco essenzialmente costituito da pini e abeti, tutt’attorno ancora pascoli e piccole cascine distribuite qua e là.

Dalla contrada si può ammirare uno splendido panorama che abbraccia il monte Menna, la Val Vedra, il Pizzo Arera con alle spalle il Corna Piana, il passo di Camplano e il monte Grem sino al Passo di Zambla.

Alle spalle della contrada s’intravvedono i bastioni rocciosi  sommitali dell’Alben.

Durante il periodo bellico, alcuni partigiani appartenenti alla Brigata XXIV Maggio, in cerca di rifugio dopo l’attacco, e la strage, nazifascista alla loro base di Cornalba, furono ospitati per alcuni giorni da un abitante della contrada. I delatori non attesero molto tempo a segnalarne la presenza ma fortunatamente il fatto venne  risaputo e le autorità fasciste non fecero in tempo ad eseguire la cattura perché i partigiani avevano lasciato la contrada risalendo alle baite alte dell’Alben.
 
La contrada Vandullo, una manciata di case isolate, fuori dal tempo se non fosse per il battere del martello del falegname e della mola del fabbro.

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I QUATTRO FRATELLI CARRARA DI AMORA BASSA, FRAZIONE DI AVIATICO
 

Il mio bisnonno si chiamava CARRARA ANGELO (18-7-1851), era sposato con CARRARA GIOVANNA MADDALENA (6-11-1859) ed ebbe 13 figli, 7 femmine e 6 maschi, tra cui 4 Caduti per la Patria.

Se ne sono andati uno dopo l’altro, uno per ogni anno di guerra, mentre chi attendeva tra questi monti si affidava alla Fede. Raccontava alle nipoti una delle sorelle, Angelina, che la notte prima dell’arrivo del telegramma si sentivano come dei passi sulle scale ed un rumore di catenaccio aperto, quasi che uno dei ragazzi volesse tornare un’ultima volta a salutare i propri cari; allora i familiari capivano che uno di loro era morto. Così fu per tre volte.

Il primo ad andarsene fu Fermo Antonio, nato il 17 gennaio 1896, del V Reggimento Alpini, disperso il 2 agosto 1916 (aveva 20 anni) nella Conca di Plezzo, paese dell’Alta Valle dell’Isonzo, nelle Alpi Giulie, dopo l’attacco sul Monte Cukla, montagna che sovrasta il paese, al confine con la Slovenja.

Poi toccò a Vittorio Emanuele Enrico, detto semplicemente Enrico (nato il 19 ottobre 1897), del 229° Fanteria, morto il 14 maggio 1917 (pure lui a 20 anni) sul Monte Santo, montagna a nordest di Gorizia, ) ultima propaggine dell’Altopiano bagnato dal fiume Isonzo che faceva parte del FRONTE DEL CARSO (il Carso è un Altopiano delle Alpi Giulie).

Quindi Agostino, il cui vero nome era Giovanni, nato il 4 gennaio 1886 e sposato da 5 anni, della 50^ Compagnia V Reggimento Alpini, morto per malattia il 23 giugno 1918, a 32 anni, dopo essere stato ferito sulla cresta dei Monticelli Orientali, Passo del Monticello (oggi Passo Paradiso) in Alta Valle Camonica, durante la GUERRA BIANCA SULL’ADAMELLO. Il confine dell’Austria scendeva dalla Valle Camonica al Passo del Tonale e saliva poi alla cresta dei Monticelli. Ammogliato con Carrara Gioachina Giuseppina il 22-4-1913 (la vedova si è poi risposata 1 anno dopo con Cantini Francesco detto “sòp” di Amora Bassa)

Infine Celestino Elia, nato il 30 gennaio 1883), ammogliato con Luini Margherita a Serravalle il 6 dicembre 1906, anch’esso del V Reggimento Alpini, Sergente,  50^ Compagnia, morto ad Amora Bassa il 1 luglio 1932 (a 49 anni), quello che soffrì di più, spegnendosi a poco a poco nel corpo e nel cuore pochi anni  dopo il termine della Grande Guerra. Celestino Elia tornò dal fronte notevolmente debilitato, sia dalle ferite che da qualche malattia contratta al fronte… questi disturbi ne avevano talmente indebolito il corpo che si spense pian piano nel 1932.
 

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I Fratelli Calvi

Nativi di Piazza Brembana, figli di Gerolamo (1859-1919) per diversi anni Sindaco del paese e di Clelia Pizzigoni (più nota come Mamma Calvi), legarono il loro nome ad eroiche imprese nel corso della prima guerra mondiale; tutti ufficiali Alpini due dei quali Attilio e Santino furono colpiti a morte in azione, il giovanissimo Giannino spirò colpito dalla terribile “spagnola” contratta in guerra. 

Natalino morì in tempo di pace precipitando durante una scalata nei luoghi ove aveva combattuto. 

Per il loro valore vennero decorati con sette medaglie d’argento, quattro di bronzo e quattro Croci di guerra. 

Alla loro memoria a Bergamo ed in tanti paesi della provincia, furono dedicate piazze, vie e scuole. 

Il 3 novembre 1833 a Bergamo, al termine del Sentierone verso la via XX settembre, alla presenza di Madre dei quattro Eroi, di autorità civili e militari, venne inaugurato il pilo portabandiera dedicato ai Fratelli Calvi. opera dell’architetto Pino Pizzigoni, è composto da una base decagonale in marmo bianco di Zandobbio. 

ATTILIO nacque il 4 novembre 1889. Forte come il granito dei suoi monti, biondo dal volto illuminato dai grandi occhi azzurri soffusi di dolcezza, ma pur scintillanti di volontà e di ardire, taciturno e anima di poeta, egli adorava la natura, e dinnanzi alla maestà della montagna, di cui sentiva tutta la poesia, esultava e si esaltava. Egli fu un condottiero, un trascinatore: i suoi Alpini lo seguirono ovunque per il suo ardimento, per il suo fascino di comandante, per la sua fede nella vittoria che egli aveva sempre saputo trasformare. 

Laureato in legge ed avvocato, quando già brillantemente cominciava ad affermarsi nel Fòro bergamasco, i destini della Patria vollero che altro fosse il suo cammino e ben altra fosse la meta della sua esistenza. Nel novembre 1911 Attilio inizia la vita eroica. In quel fosco autunno, Sottotenente del 5° Alpini, nella 51° Compagnia, parte per la guerra di Libia. Sbarcò a Derna con i suoi Alpini e il loro valore brillò soprattutto alla Ridotta Lombardia. Attilio, che si era battuto come un leone, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare. Nella primavera del 1913, reduce dalla guerra di Libia, dove già l’anno prima era giunto il fratello Natalino, faceva trionfale ritorno a Bergamo e a Piazza Brembana, ove i suoi concittadini gli tributarono grandi onori. Allo scoppio della guerra mondiale, Attilio Calvi, Tenente del suo 5° Alpini, il 24 maggio 1915 partiva per l’impervia zona del tonale. Il 21 agosto 1915 egli muove coi suoi Alpini alla conquista di Punta Albiolo, pilastro del Passo Tonale, in mano al nemico. Dopo aspro combattimento la posizione viene espugnata ed Attilio viene decorato di una seconda medaglia di bronzo. Un mese dopo, il 25 settembre, egli muove all’attacco del Torrione dell’Albiolo, altro formidabile pilastro del Tonale, in mano nemica. La posizione viene conquistata e Attilio decorato della sua prima medaglia d’argento al valor militare. Nell’ottobre 1915 Attilio è trasferito al Rifugio Garibaldi, dove s’ incontra con il fratello Natalino, Capitano del 5° Alpini, con Cesare Battisti e con Guido Larcher. Guerriglia insonne, estenuante, asperrima: pattuglie ricognizioni, valanghe, freddi intensissimi, agguati, sofferenze, sforzi d’ogni specie, mentre si prepara la grande impresa dell’Adamello. Il 29 aprlle, eroe magnifico e sublime, nella fase decisiva e più cruenta della grande battaglia, cade col petto trafitto sul campo, ed l’1 maggio a Rifugio Garibaldi, ai piedi della vetta dell’Adamello dove cadrà più tardi Natalino, Attilio Calvi saluta per sempre la vita. Egli è promosso Capitano sul campo per merito di guerra e oltre alle tre già guadagnate, altre due medaglie d’argento fregiano il suo petto senza respiro. Attilio venne inoltre decorato con Croce Francese con palme e con la Croce di guerra. 

NATALINO nacque il 26 febbraio 1887. Alto e atletico, bruno nel volto e nei capelli, dagli occhi azzurri vivissimi, loquace ed esuberante, talvolta pensoso e cupo, anima pronta e anelante sempre ai gesti audaci e temerari, egli ebbe costantemente un’aspirazione di gloria. Amò la montagna che riuscì sempre a dominare. In guerra, in testa ai suoi Alpini, ebbe sempre la superba fortuna di vincere tutte le battaglie. Terminati gli studi classici, vestita la divisa di Ufficiale del 5° Alpini, il 6 settembre 1913 partì per la guerra di Libia, ove si battè valorosamente sino all’agosto del 1914. Il 24 maggio 1915, Tenente del Battaglione “Edolo” del 5° Alpini, fu subito impegnato nella zona del Tonale, ove ebbero inizio le sue gesta. Promosso capitano nell’ottobre 1915, fu destinato al Battaglione “Val d’Intelvi”, dello stesso Reggimento. Ai primi di novembre 1915 Nino Calvi è trasferito al Rifugio Garibaldi, per assumervi il comando di quei seicento Alpini scelti, sciatori ed arrampicatori, incaricati della difesa attiva della zona dell’Adamello. Tra questi prodi Alpini si trovano da qualche tempo il fratello Attilio, Cesare Battisti e Guido Learcher. Anche Natalino, come Attilio, era amato dai suoi Alpini. Per farsi amare bisognava essere un po’ come lui: essere veri Alpini nell’anima, riconoscere apertamente e lealmente il valore altrui, amare l’ardimento sopra ogni altra cosa, il rischio, le difficoltà e la inaccessibilità della montagna, il sole, la tormenta, tutte la audacie. Era considerato il maestro d’ogni eroismo, d’ogni audacia, ed ognuno l’amava come fosse stato il fratello maggiore. Le motivazioni delle medaglie concessigli, dicono in minima parte il suo eroismo. Il 10 giugno 1917 cade sull’Ortigara il grande fratello Santino, l’eroe del Battaglione “Bassano”. Natalino ne ha il cuore spezzato. Egli riceve la ferale notizia da un superiore, di ritorno da un vittorioso combattimento. 

Il 5 luglio il Comandante della Difesa Val Furva, da cui Nino Calvi dipende, porge all’eroe, reduce da gloriosi combattimenti e da una guerriglia continua e snervante, colpito da nuovo dolore per la morte gloriosa di Santino, un commosso saluto ed una forte parola di conforto: “Al valoroso Capitano Calvi l’augurio fervido che egli, superato l’affanno che gli stringe il cuore per la nuova grande sventura che l’ha colpito, possa trovar nell’animo affrnto, ma non domo, novelle energie, pensando che la grande anima dei due eroi sopravvive come è vissuta nella esultanza di una più grande patria. I soldati d’Italia ricorderanno con orgoglio il nome dei Calvi che starà quale novello simbolo ad additare alla postera gioventù i nobili impeti e le sublimi abnegazioni onde è capace l’eroica nostra stirpe latina. Il Maggiore Comandante della Difesa Val Furva Guido Farlenghi.” Dopo cinque giorni dalla morte di Santino, Natalino, col cuore ancora sanguinante, guida i suoi sciatori invitti alla conquista dei ghiacciai sul corno di Cavento e si copre ancora di gloria. L’1 aprile 1918 Natalino assume il comando del raggruppamento mitragliatrici della zona Alto Garda, l’8 settembre è comandante del Battaglione “Monte Suello” sul Grappa, il 23 ottobre, mentre la guerra volge vittoriosamente alla fine, Natalino sul fatidico monte, durante un vittorioso combattimento, è ferito gravemente e rimane mutilato ad un piede. Straordinarie ascensioni compì, che parvero prodigiose. Ma l’ascensione forse più bella, fu quella del Cervino (m. 4482), compiuta da solo, per una via nuova, in condizioni drammatiche e d’inaccessibilità, sconsigliato da tutti coloro che lo videro risolutamente partire, non esclusa la miglior guida Guido Rey. Era finita la guerra, tre fratelli erano già caduti gloriosamente; egli ferito e mutilato, ultimo superstite dei Calvi. La mirabile ascensione fu compiuta poco prima di compiere l’ultima della sua vita, di precipitare. Nei primi giorni dell’armistizio, il 10 gennaio 1919, muore in un ospedale a Padova, stroncato da fiero morbo, il terzo fratello, Giannino. Sottotenente degli Alpini, invano anelante ancora battaglie e vittorie. Natalino rimane solo, inconsolabilmente solo. 

Solo il grande Alpino ! 
Amareggiato dall’incomprensione di molti, già ferito e mutilato, il glorioso superstite dei Calvi fece ritorno alla vecchia casa paterna, a confortare la fiera e dolorante madre, a parlarle delle sue battaglie e dei suoi Alpini, a descriverle le fasi delle lotte mirabili ov’egli aveva vinto, ov’egli aveva visto cadere da eroi i fratelli. Nelle lunghe sere invernali egli avrebbe rievocato le imprese di Attilio sull’Adamello candido e gelido più della morte; le gesta di Antino al Rombon e all’Ortigara e la madre avrebbe ascoltato fremente di orgoglio e di dolore, e forse i suoi aridi occhi avrebbero avuto ancora il dono delle lacrime al ricordo di Giannino, l’adolescente volontario, che aveva disertato i dolci affetti famigliari per correre in linea, là dove era la morte che già aveva mietuto due suoi fratelli. In lui solo ormai, in Natalino, confidava e sperava, la disperata angoscia materna. Ma Natalino era tornato senza sorriso; le grandi battaglie alpine lo avevano sensibilmente trasformato, la sua anima era mutata e mutilata. Egli pareva spesso assorto e assente, pareva non più vedere e discernere le cose vicine, ma guardare sempre lontano, e lo sguardo sembrava fisso e acuto come quando era sui campi abbacinati di ghiaccio dell’Adamello. Lassù eran rimasti per sempre il suo sorriso, la sua giovinezza, la sua vera vita. La madre non poté trattenerlo. Ed il vincitore di cento battaglie, l’eroe invulnerato del Cavento e delle più aspre conquiste alpestri, dolorante ancora di molte ferite e di amarezze, osò da solo, con un piede mutilato, ciò che nessuno avrebbe mai osato, né mai forse oserà: l’ardimento più bello della sua vita: la vetta dell’Adamello, parete Sud, da quel “Rifugio Garibaldi”, donde con sublime slancio, Attilio si era mosso incontro alla gloria e dove aveva serenamente chiuso per sempre gli azzurri occhi. All’alba del 16 settembre 1920, Natalino, sdegnando i consigli, solo con la sua forza, col suo dolore, mosse incontro al gigante e intrepidamente attaccò la cupa e maestosa parete di roccia, mille metri di dislivello vertiginoso. Gli amici, dopo aver invano tentato di dissuaderlo, trepidanti e sgomenti lo seguirono con lo sguardo. Saliva, saliva sempre l’eroe, strisciando, trascinandosi, sollevandosi lentamente di spigolo in spigolo, con le unghie e coi denti, colla fronte, abbracciando e accarezzando la terribile roccia per domarla con tutti i suoi nervi tesi e vibranti. La vetta, la grande mèta sognata è ormai vicina. Il sogno sta per divenire realtà. Ma una valanga scroscia improvvisa con rombo pauroso da un canalone della terribile parete. Il dramma umano ormai si compie. L’Eroe è caduto. Natale Calvi precipita rimbalzando di roccia in roccia nel vuoto. Oltre alle due medaglie d’argento e a quella di bronzo al valor militare, egli fu decorato con medaglia d’oro del Battaglione “Monte Suello” e alla memoria venne concessa la Croce di guerra. 
 
SANTINO nacque il 3 maggio 1895. Alto e aitante, biondo, forte come un leone, dagli occhi fiammeggianti e chiari in un volto quasi d’adolescente, irrequieto ed indomito, santino, “il Ribelle”, parve assommare in sé, nella forma più perfetta e nella misura più eccelsa, le virtù gagliarde e combattive del buon nome bergamasco. Insofferente della disciplina formale, inutile, vuota, spirito indipendente, sentì perfettamente quella vera, utile e necessaria: quella del dovere e del campo di battaglia. Eroe di mille ardimenti, all’Ortigara, precisamente al Passo dell’Agnella, ove più aspra infuriò la battaglia, in cui furono annientati in poche ore dozzine di battaglioni Alpini. Tornavano spesso, nella loro giovinezza, i quattro fratelli alla vecchia casa, che ha davanti il fiume scrosciante ed in alto le vette verdeggianti; tornava spesso Santino alla sua valle con l’ostinata passione di un innamorato. Il silenzio dei nevai, lo scroscio dei torrenti, i misteriosi suoni delle distese assolate parlavano parole arcane alla sua mente. Per un anno Santino lasciò le aule del liceo di Bergamo, dove studiarono tutti quattro i fratelli. Fu ad Oneglia, ed al liceo di questa città portò tutta l’esuberanza della sua vita, idolo dei compagni, tormento dei professori. Ed anche ad Oneglia si fece conoscere per la generosità del suo cuore; in un incidendo una donna ebbe la lui salva la vita.. Quando sante tornò alla sua Bergamo, tra i suoi compagni, s’era fatto robustissimo. Era un turbolento, perché non poteva essere un ignavo, ogni moto generoso lo entusiasmava e lo trascinava. 

Non c’era agitazione di studenti che non l’avesse anima e guida. Ed i giovani si lasciavano trascinare da lui e gli obbedivano, perché egli aveva il coraggio, rarissimo negli uomini e specie nei giovani, di assumersi le responsabilità; si faceva garante dei compagni, intermediario fra la rivolta e l’ordine. Nell’autunno 914, Santino Calvi era già soldato. Aveva terminato il liceo e si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza nell’Università di Torino. Partiva volontariamente, qualche mese prima della chiamata della classe di leva. Il 24 maggio, Sottotenente del 6° Reggimento Alpini, combatteva al confine; cinque giorni più tardi il suo valore gli meritava la sua prima medaglia d’argento. Pochi giorni dopo, santino, che delle sue azioni di guerra parlava poco, scriveva al padre queste semplici parole: “Io stò benissimo, sono stato proposto per la medaglia al valore perché nel fatto d’armi del 30 maggio, ho raccolto e portato al sicuro tre feriti sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche. Niente di straordinario: ho fatto il mio dovere.” Così Santino aveva cominciata la guerra. L’eroe Antonio Locatelli, tre volte medaglia d’oro, bergamasco anch'egli, che intimamente conobbe i quattro fratelli Calvi, un giorno disse di Santino: ”Io non conobbi in tutta la guerra un valoroso che lontanamente gli potesse assomigliare: il suo ardore e la sua passione di combattrere erano prodigiosi”. Nei primi mesi di guerra una leggera ferita aveva potuto intaccare il suo corpo robusto; ma il 12 dicembre 1915, in un’azione notturna, salendo una cordata, una pallottola lo colpiva alla guancia: entrata nella bocca, gli usciva dalla mandibola frantumandola: Quattro mesi fu all’ospedale; agli amici raccontava con semplicità della sua ferita e, celiando, diceva di aver avuto la sensazione di un potentissimo manrovescio. 

La vita della corsia non era fatta per lui, assetato di libertà. 
Fu la disperazione dei medici; metteva in opera gli stratagemmi più ingegnosi e più strani per varcare inosservato la porta dell’ospedale. Gli infermieri lo credevano a letto, ed invece ascoltava soddisfatto la musica, placidamente seduto in un teatro a cinquanta chilometri di distanza. Girava in città con la testa avvolta nelle bende; i medici gli presagivano per intimorirlo gravi complicazioni; s’ebbe la resipola, la superò e se ne mostrò molto contento perché, diceva, era scongiurato il pericolo di buscarsela. L’ 1 maggio 1916 moriva il fratello Attilio; Santino rinunciò alla licenza e, ancora convalescente, raggiunse la trincea. La cicatrice lunga e profonda che gli incideva la guancia dava al suo volto un aspetto ancora più deciso; portava nei lineamenti l’impronta del fratello caduto e in cuore, fiero, il proposito di vendicarlo. Il pericolo lo attraeva e lo esaltava. Il suo cuore esuberante sentiva il bisogno di vivere intensamente e il rischio soltanto pareva appagarlo. Il 24 maggio 1916 (era allora Tenente del Battaglione “Bassano”, a Monte Campigoletti si guadagnava un’altra medaglia di bronzo. Il Generale Pecori-Giraldi gli aveva rivolto un encomio solenne; ed oltre ai due nastrini azzurri, ornava il suo petto una decorazione russa: la croce di Cavaliere di San Stanislao. S’avvicina l’ora sua più bella: l’ora della gloria e del sacrificio, la grande giornata dell’Ortigara. Egli comprende che quella certamente sarà l’ultima sua giornata. Accadde spesso agli eroi di presagire esattamente ed infallibilmente la propria fine in un determinato combattimento, dopo averne affrontati gloriosamente molti altri. 

Egli non ritornerà, intuisce che non ritornerà. 
Ma la mamma deve credere al suo ritorno: Ed egli le invia, come un commiato, pacamente ma con infinita tristezza, il suo ultimo bacio, il suo ultimo saluto. Ed egli aveva infatti presagito giusto: Santino Calvi alle ore 17 del 10 giugno 1917, nella più bella mischia dell’Ortigara, innanzi ad una schiera di eroi, cadeva gloriosamente sul campo. Lo sapeva bene di morire, lo aveva pur detto chiaramente ai suoi Alpini, attoniti al mattino, prima dell’attacco: “Vedrete oggi, come sanno morire gli ufficiali degli Alpini italiani !” Il Passo dell’Agnella è conquistato (ore 17). I morti ricoprono a mucchi il terreno sconvolto e fumante, gli ufficiali sono quasi tutti caduti. L’eroe, che la morte ha sinora risparmiato, conquistato il Passo dell’Agnella, insiste nell’assalto a un’altra avanzata e forte trincea. Il destino si compie. Mentre sta per balzare su una ridotta, una palla lo colpisce mortalmente alla testa ed alla spalla. Santino cade e si rialza, barcollando, come colpito da una gran mazzata. Egli per un istante sembra rimesso dal terribile colpo delle ferite mortali e le gambe lo reggono ancora, si volge a quella dozzina di Alpini che lo segue e che quell’istante pare rallento lo slancio. Quel viso non è più di Santino Calvi: è un viso irriconoscibile , inondato di sangue. Ma mentre incitava i suoi a proseguire, gettandosi in avanti, un’altra pallottola lo colpisce al cuore. Cadendo in ginocchio a terra, come un gladiatore vinto e non domo, mentre si sente ormai prendere dal gelo mortale, l’eroe sentenzia sicuro nel suo forte dialetto bergamasco, serenamente, ma con infinita amarezza, come dolente di non poter più oltre vivere e combattere: “chèsta l’è chèla giosta”. E così, dopo essersi sollevato da terra ed aver con le mani annaspato nel vuoto per scagliare più oltre il suo coraggio e la sua anima, cade a terra supino, gli occhi lucenti, fissi lontano sul nemico in fuga. Risulta chiaramente dagli atti ufficiali del 6° Reggimento Alpini, dai documenti ufficiali e privati di tutti i suoi superiori, che l’eroico ufficiale fu proposto per la medaglia d’oro. Alla sua memoria fu invece assegnata la medaglia d’argento la cui motivazione esalta tuttavia la sua magnifica impresa. A Santino Calvi venne inoltre concessa la Croce di guerra e una targa d’oro dagli Alpini e colleghi superstiti con la seguente dedica: Alla memoria di Santino Calvi eroe dell’Ortigara”. 
 
GIANNINO nacque il 6 maggio 1899. Alto biondo, dal viso di fanciullo, l’espressione dolce dei suoi occhi azzurri rifletteva la semplicità della sua anima. Era un mistico: il sacerdozio gli sembrava, sin da bambino, dover essere la missione della sua vita. I fratelli che avevano a lungo insistito, lo distolsero. Soltanto per amor loro aveva rinunciato. Quando Attilio, fra gli immensi nevai dell’Adamello, fece il grande olocausto di sé, Giannino sentì la perdita come un colpo terribile; il dolore parve prostrarlo quando cadde Santino. Divenne mesto, profondamente mesto, ma lo sorresse la volontà di combattere e di vendicare il fratello. Dalle sue lettere dolci ed infuocate indirizzate alla mamma, irradia tutta la nobiltà dll’anima sua, si sublima l’amore per la Patria e per la Famiglia. Aveva voluto essere a tutti i costi Alpino anch’egli; s’apprestava a partire ai primi di giugno del 1917 quando venne la nuova ferale notizia; Santino combattendo da leone nella grande battaglia dell’Ortigara, era caduto colpito al cuore. 

E mentre la famiglia piangeva senza consolazione, Giannino partì straziato, ma calmo, forte e risoluto. Egli che non pareva potesse odiare, odiava ora terribilmente il nemico che gli aveva ucciso i fratelli e voleva vendicarli. Era anelante di combattere. Rifiutò sdegnoso l’esonero dalla prima linea, che la legge degli uomini gli concedeva, ma che gli vietava la legge della sua coscienza. Dopo il corso Ufficiali a Parma, fu assegnato alla Compagnia Mitraglieri comandata dal fratello Nino. Insieme i due fratelli cercarono la battaglia e la gloria; Giannino il novizio, Nino il veterano. Ma solo in ottobre, dopo qualche giorno forzatamente trascorso in seconda linea, dietro insistente e persino indisciplinata loro domanda, furono inviati alla lotta cruenta, nella mischia bramata. 

Furono insieme sul Grappa. Si batterono con estremo eroismo: Nino fu crivellato di ferite, Giannino rimase incolume. La giornata fatidica del 4 novembre 1918 lo trovava coi suoi Alpini oltre Feltre all’inseguimento del nemico disfatto. La guerra era terminata e vinta. Il fratello prostrato dalle ferite a dall’epidemia che non l’aveva risparmiato neppure nel letto d’ospedale, si rimetteva a poco a poco; Giannino ancora sotto le armi, ora che la guerra era finita, che tutto era compiuto, non pensava ormai che ritornare alla famiglia e agli studi. Un po’ di amarezza tuttavia gli rimaneva nell’anima; forse gli pareva di non aver combattuto abbastanza, lui che aveva voluto ripetutamente guardare in faccia alla morte che gli aveva portato via i fratelli. La morte lo frodò; egli l’aveva desiderata ardentemente nell’urlo e nell’urto dell’assalto, tra l’incrociar di baionette e dei pugnali, il crepitio della mitraglia, il fragore delle bombe; avrebbe voluto cadere nella vertigine della battaglia, nell’ebbrezza della mischia, come i fratelli, non dopo averla sfiorata più volte sul Grappa, esser ghermito dalla morte in ospedale. Il fiero morbo epidemico invece lo colse e lo stroncò d’un tratto, distrusse sì sublime giovinezza. Febbricitante, scrisse alla mamma il 4 gennaio 1919: “Vado all’ospedale di tappa di Padova con la febbre spagnola. Non spaventarti, chè pare, benché abbia la febbre abbastanza forte, in forma benigna. Bacioni Gianninino”. Scrisse il 5 gennaio al padre l’ultimo suo scritto: “Carissimi, sempre febbre catarrale alta (38,5). Spero bene. Bacioni Giannino”. Vinto sul letto d’agonia, senza imprecare a nessuno e a nulla, anch’egli, nel delirio, combatteva nella mischia sognata, nell’assalto agognato morendo da prode come i suoi Fratelli. Anche a Giannino verrà concessa la Croce di Guerra. 

Il 23 ottobre 1921 le salme dei quattro Fratelli Alpini giungono dai desolati cimiteri del fronte a Bergamo, dirette al paese natio. Tornano alla loro terra, per aver pace accanto alla deserta casa paterna. Riposano nella cappella di famiglia nel cimitero di Piazza Brembana vicino a tutti i loro famigliari.

Tratto da http://vallebrembana.org/alpini-alta/personaggi-fratelli-calvi.html

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Wanted
 
 
Pianetti, cent’anni dopo la condanna per la giustizia è ancora da catturare
 
Il processo venne celebrato il 24 maggio 1915, proprio il giorno in cui l’Italia dichiarava guerra all’Austria. La sentenza, quindi, passò un po’ sotto silenzio rispetto alla vasta eco che ebbe, sui giornali nazionali e internazionali, la strage causa della condanna.
Il 13 luglio 1914, il mugnaio Simone Pianetti di Camerata Cornello uccise nel suo paese e nel vicino San Giovanni Bianco, sette persone, tra cui il parroco e il medico, vendicandosi di una serie di torti.
Subito dopo si diede alla fuga in Val Taleggio, aiutato da parte del popolo e forse anche dalle autorità. Riuscì sempre a farla franca ed emigrò in America. Secondo i familiari più stretti si suicidò o forse morì presso il figlio Nino nel 1952, a Milano. Sta di fatto che il suo corpo non è mai stato rinvenuto e nessuno ne ha mai dichiarato neppure la morte presunta.
Nel corso di un secolo la sua figura è diventata quasi leggendaria, spesso appaiata a quella del Robin Hood brembano, Pacì Paciana. Il processo di un secolo fa in Corte d’Assise a Bergamo si tenne con Pianetti in contumacia. Il giorno dopo, il 25 maggio, alle 9, il killer veniva condannato all’ergastolo e subito veniva emesso un nuovo ordine di cattura (su di lui pendeva già una taglia di 5.000 lire). Ma quella condanna non è mai diventata definitiva e l’ordine di cattura è tuttora in vigore.
L’Eco di Bergamo 24 maggio 2015
Leggere anche: A un secolo dalla strage il nipote di Pianetti scrive "Cronaca di una vendetta"
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Bisogna saper perdere
Monte Rosa Foto di Marco & Gina

Un ricordo per tutti gli appassionati di montagna che non riflettono sulle opportunità di saper rinunciare, per la loro sicurezza e per quella di altri.

La preparazione era stata meticolosa, l’allenamento era iniziato nella tarda primavera, sia su roccia sia su ghiaccio. Con il mio esperto compagno di escursioni avevamo stabilito un calendario di preparazione che, partendo dalle montagne di casa nostra (tra cui il Diavolino e Diavolo, zona Calvi, via cresta) e proseguendo con la Hot route Vioz, Palon della Mare e Cevedale ci assicurava sulle tecniche d’adottare in seguito.

L’obiettivo era il Monte Rosa, Rifugio Margherita, da affrontare salendo da Gressoney la Trinitè, programmato nel periodo di ferie agostane. Il periodo non era il migliore per i quattro mila, ma gli impegni di lavoro non ci lasciavano scelte diverse.

Accuratamente avevamo studiato il percorso, passato e ripassato le eventuali difficoltà e le alternative possibili. La decisione finale era stata quella di confermare l’itinerario iniziale: Gressoney, Lago Gabiet, Capanna Gnifetti e via.

La partenza da Bergamo, un lunedì mattino in motoscooter, la mia vecchia Lambretta, carica all’inverosimile di zaini, corde, moschettoni, ramponi e tanto entusiasmo.
Autostrada Bergamo, Milano, Santhia, Ivrea, Pont Sant Martin e poi Gressoney.
A Pont Sant Martin, il cielo non prometteva bene, alcuni nuvoloni si erano addensati sulle cime e lasciavano presagire qualche possibile temporale. Per questo motivo decidemmo una piccola variante: anziché partire dal fondo valle preferimmo salire con la seggiovia che collega il paese con il Lago Gabiet e velocizzare i tempi del percorso.

Imboccammo il sentiero n°64 senza ulteriori indugi viste le condizioni meteo che non erano rassicuranti ma sufficienti per farci sperare in un successivo miglioramento.
La tormenta di neve ci raggiunse a metà percorso. Mentre salivamo, incontrammo alcuni escursionisti che cercavano di dissuaderci dal proseguire, affermando che salendo avremmo incontrato condizioni peggiori con scariche di fulmini. Le guide che li accompagnavano  ci consigliarono di tenere le piccozze con le punte di ferro ben coperte per evitare di essere oggetto di possibili scariche elettriche.

Avevamo una settimana a disposizione e nessuna intenzione di rinunciare per una giornata di maltempo e, conseguentemente, dopo averli ringraziati per i consigli, proseguimmo imperterriti.
Salendo superammo un escursionista solitario al quale proponemmo di unirsi a noi, visto che sembrava incerto sulla direzione, ma non accettò la proposta affermando di voler fotografare alcuni scorci (?) del percorso. Quali, non lo capimmo considerando che la nevicata diventava sempre più fitta e il vento sollevava un pulviscolo nebbioso. Ci avrebbe raggiunti, fortunatamente, molto più tardi al Rifugio.

Arrivammo al Rifugio Capanna Gnifetti nel pomeriggio, sfiniti da una salita difficoltosa a causa della neve che cadeva abbondante, dal vento che ci perseguitava e dalla difficoltà di ritrovare i segnali del percorso. L’unico modo era di riuscire a vedere le tracce delle peste lasciate dai gruppi che erano scesi nella giornata, augurandoci che fossero sufficientemente individuabili.


Nel Rifugio trovammo, ormai, pochi escursionisti che, peraltro, si attrezzavano per scendere a loro volta. In attesa di avere a disposizione una brandina, dopo una scodella di brodo bollente per riscaldarci, ci sdraiammo sui pagliericci dell’invernale per riposare. Mi addormentai di piombo.

Il mattino successivo, il Rifugio era semideserto; erano presenti il rifugista, la sua compagna e un paio di escursionisti, compreso il “solitario” del giorno precedente, e noi. Il tempo era peggiorato e nonostante qualche brevissima e limitata schiarita, non permetteva di vedere la cima del Rosa e il fondovalle. Alla radio trasmettevano le condizioni meteo non certamente favorevoli alle alte quote. 
Ma, nonostante tutto e poiché avevamo a disposizione ancora diversi giorni, decidemmo di restare.
Anche nei due successivi giorni il tempo si mantenne sul brutto costante e, a malincuore, prendemmo la decisione di scendere al Colle d’Olen, al Rifugio Vigevano, e attendere che, nel frattempo, le condizioni  migliorassero. La discesa, ancora una volta, fu, sin dall’inizio, accompagnata da bufera e neve fitta e solo più in basso trovammo pioggia. Bagnati, infreddoliti e un poco delusi, ma non domi, aspettammo testardamente l’atteso miglioramento.


Nel pomeriggio ci raggiunse un amico del Cai di Bergamo che ci propose, in caso di mutamento delle condizioni, di salire il giorno successivo la Piramide Vincent. Era una delle alternative che avevamo previsto nel nostro programma e, conseguentemente, accettammo.

Anche questa volta, purtroppo, il progetto non si concretizzò, il maltempo continuò a insistere e, a malincuore e molto delusi, prendemmo la decisione di scendere a valle e ripartire per Bergamo.
La cima del Rosa rimaneva il nostro sogno di quell’estate e riproponendoci di ritentare l’anno successivo, riposte ”armi e bagagli” sulla mitica Lambretta, riprendemmo la strada di casa.
In seguito non riuscii a mantenere il proposito, ma ebbi la certezza che la scelta che avevamo fatto era giusta. 

Forse avremmo potuto continuare, forse avremmo anche raggiunto il Rifugio Margherita, ma … forse saremmo anche potuti incorrere, sul ghiacciaio, in pericoli che avrebbero messo a repentaglio la nostra vita e di coloro che inevitabilmente sarebbero accorsi in aiuto.
Adottai lo stesso principio, anni dopo, quando ad un centinaio di metri dalla vetta del Monviso, per un problema fisico rinunciai alla vetta. Tale decisione mi permette oggi di ricordare queste avventure di montagna.

Compresi che saper rinunciare, a volte, pur con delusione possa significare anche il rispetto per noi stessi e per la montagna che amiamo.

Gallicus
 
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Storia della polenta
 
 
Questo cibo ci rimanda alle nostre antichissime origini contadine e quindi al nostro passato, infatti se vogliamo mangiare una Polenta (come si deve) e' necessario usare gli stessi rituali di un tempo e gli stessi arnesi. Fu Cristoforo Colombo che porto' in Europa insieme ai fagioli e ai pomodori, alcuni semi di una pianta chiamata "MAHIZ" (Granoturco) che gli indigeni, usavano la farina con la quale, preparavano delle Polente arrichite da vari ingredienti :  salse, legumi, carne o formaggi.

Questo permetteva loro di non ammalarsi come succedeva invece ai nostri antenati di pellagra. La malattia colpiva principalmente le popolazioni montane che consumavano tale cibo quotidianamente senza l'apporto di altri elementi ed esempio vitamine indispensabili ad una dieta equilibrata. I montanari delle Valli di Lanzo arricchivano la Polenta con Mirtilli e Susine. 

Nelle Valli Piemontesi la Polenta veniva servita assieme ad un misto tra acetosella (foglie), burro e tuorlo d'uovo. Ogni regione del Nord ha le proprie ricette nel 1632, gli abitanti di Gandino (bg) corsero a vedere nei campi una curiosa pianta di Granoturco mai vista prima.

Nel 1638 a Lovere (BG) accade la medesima cosa. La Polenta divenne poi l'alimentazione dei montanari e dei contadini delle pianure, che nei secoli inventarono numerose ricette: la farina di mais infatti viene ancora impiegata per cuocere minestre o dolci come la Torta Sbrisolona di Mantova e i Biciolani di Vercelli. 

C'era anche una volta la Polenta Fritta cosparsa di burro e zucchero che faceva la felicita' dei bambini (pane giallo). In Lombardia nel mese dei morti per accompagnare la rituale minestra di Cotiche e Ceci. In Trentino la farina e' grossa e mista alla saracena che si usa invece in Valtellina (Taragna), nel Polesine e nel Delta del po' si usa il granoturco bianco (farina bianca) che cresce li.

Purtroppo il paiolo attaccato alla catena del camino va scomparendo, e' sufficiente usare una ramaiola, una spatola di legno ed il classico "olio di gomito" per rimestare con forza e costanza quel piccolo sole ridente.
 
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In ricordo di mio padre
 
 
Era un appassionato della montagna e la sua passione me la trasmise sin da ragazzo. Ho avuto modo di raccontare le escursioni in sua compagnia durante le vacanze estive in quel di Cusio. Non si limitava a propormi “camminate” ma coglieva l’occasione per farmi conoscere la montagna, apprezzare i panorami, spiegarmi la flora e la fauna che l’abitava. Spesso facevamo pause nelle radure erbose, ombreggiate dagli alti pini e abeti che la circondavano, cogliendo l’occasione per narrarmi le sue “avventure” nelle nostre valli.

Durante queste narrazioni mi descrisse una sua salita alla Presolana, fatta mentre soggiornava un’estate presso la Casa Estiva dei dipendenti della Dalmine a Castione.
Aveva seguito il percorso normale, partendo dalla Grotta dei Pagani, risalendo il canale franoso e instabile che portava in vetta. Era preceduto da una compagnia di seminaristi provenienti dal Seminario di Clusone, ragazzi inesperti e poco attenti al normale e attento comportamento di chi precede altri escursionisti in simili situazioni.

La conseguenza erano le continue “scariche” di sassi, alcune anche di notevole dimensione, che dopo averle provvidamente evitate, lo consigliarono di assumere un atteggiamento più prudente allungando la distanza che lo separava dal “gregge”.

Alla fine, raggiunta la cima, mi descrisse il maestoso panorama che da lassù si presentò alla sua vista: un balcone affacciato sulle Prealpi e, in lontananza, sulla catena delle Alpi lombarde.
Ovviamente il racconto mi aveva “preso” e la fantasia aveva fatto si che mi proponessi di emulare questa sua avventura e mi ripromisi di riuscire in breve tempo a ripeterla.

Purtroppo, negli anni successivi, non riuscii mai a realizzarla, distratto da altre avventure ed escursioni sulle cime che via via mettevo in cantiere nei miei programmi di montagna.
Molti anni dopo mi si presentò l’occasione. Con alcuni amici, con i quali soggiornavo durante l’estate a Zambla. Alcuni di loro non avevano mai visitato la Grotta dei Pagani e, cogliendo quest’occasione, mi riproposi di raggiungere questa benedetta vetta.

Partimmo un mattino con Gianni, sua nipote, Angelo e Paolo. Raggiunto l’Albergo Grotta, vecchio punto di partenza per tutti gli escursionisti diretti alla vetta, lasciammo l’auto e procedemmo verso la Baita Cassinelli e successivamente, raggiunta la Capella Savina, arrivammo alla famosa Grotta.
Gianni sua nipote e Angelo, non se la sentirono di proseguire oltre e, mentre si rifocillavano, Paolo ed io decidemmo di raggiungere la vetta.

Mentre salivo, rammentavo il racconto di mio padre e mi pareva di averlo accanto mentre riscontravo le indicazioni che, a suo tempo, mi aveva fornito circa le difficoltà, in verità non eccessive se non quella concernente la prudenza, per salire con tranquillità e sicurezza la montagna.

Con Paolo arrivammo abbastanza velocemente sulla cima. Eravamo molto allenati e non faticammo eccessivamente e lassù trovammo un solo escursionista: un anziano ultra settantenne che ci aveva preceduto e che stava sgranocchiando pane e salame. Era un tipo alto e asciutto e il suo fisico denotava la sua abitudine alle camminate in montagna. Ci scambiammo alcune frasi sulle bellezze che ci circondavano e poi scendemmo velocemente per raggiungere gli altri amici che ci attendevano in basso. Rimasero sorpresi per il breve tempo che era intercorso tra la nostra partenza e il ritorno e mentre, anche da parte nostra, ci rifocillava, spiegammo l’itinerario e il panorama che da lassù avevamo ammirato grazie anche alla bella giornata, priva di nubi e con l’aria limpida e tersa.
 
Pensai a mio padre e alla promessa che avevo fatto a me stesso anni prima: l’avevo mantenuta e ne ero soddisfatto. Mentalmente lo ringraziai per avermi trasmesso la passione dell’alpinismo e per quel racconto che mi aveva spinto a emularlo. Con il Pizzo dei Tre Signori, la Presolana fu la seconda cima che condivisi simbolicamente con il mio genitore sia pure in tempi diversi.
Gallicus
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Il Giorno della Memoria per non dimenticare


Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell'Armata Rossa arrivarono presso la città polacca di Auschwitz scoprendo il tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.
 
La scoperta del campo di concentramento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
La data del 27 gennaio in ricordo della Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, è indicata come data ufficiale agli stati membri dell'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Poesia di Primo Levi

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Una leggenda che coinvolge tre valli: valle Brembana, valle Seriana e val del Riso. I motivi della contesa i pascoli del Monte di Zambla, del Monte Grem e quelli del Lago Branchino. Ciascuno la adatta  alla propria zona e la racconta a modo suo:
 

Il mandriano spergiuro

Questa leggenda viene raccontata ancora oggi in varie versioni, leggermente diverse tra loro, dagli anziani di Oltre il Colle, Serina e Roncobello, ma anche di Gorno e Valcanale. Ciascuna di queste località indica anche il luogo preciso che fu teatro della vicenda: per quelli di Oltre il Colle si tratta dei pascoli del monte di Zambla, per i Serinesi è il monte Grem e per quelli di Roncobello, Gorno e Valcanale l'alpeggio del lago Branchino. Allo stesso modo, secondo gli abitanti di Oltre il Colle, il mandriano spergiuro, protagonista della leggenda, proveniva da Gorno, mentre a sentire quelli di Serina era di Sorisole e, per gli abitanti di Roncobello si trattava di un certo Valle di Serina, mentre per quello di Gorno e Valcanale il bugiardo era valbrembanino.
 
Questa multiforme versione di una storia pressoché identica, ne denota la popolarità tra le popolazioni a cavallo tra le valli Brembana e Seriana e relative diramazioni. Per non far torto a nessuno, ne viene qui esposta una sintesi che assomma le varie versioni, lasciando volutamente indeterminati il paese e i personaggi. Or dunque, era sorta in quel paese una disputa accanita circa i diritti di possesso di un alpeggio. La maggioranza dei capifamiglia riteneva che tale alpeggio fosse di proprietà comunale e quindi a disposizione di tutti. Non così la pensava un vecchio mandriano, che era forestiero e il cui arrivo in paese, parecchi anni prima, aveva scatenato la discordia, in quanto egli vantava su quel pascolo diritti di esclusiva proprietà. Diritti, osservava, risalenti ai suoi antenati e tramandati in eredità di padre in figlio, fino a lui stesso. Una serie di processi, celebrati davanti al vicario di valle, non erano valsi ad appurare chi fosse il legittimo proprietario, di conseguenza, in mancanza di uno specifico divieto della pubblica autorità e facendosi scudo dei suoi asseriti diritti, il mandriano portava ogni anno regolarmente la sua mandria sull'alpeggio, sordo alle lamentele dei compaesani, i quali dal canto loro non erano ormai più disposti a subire tale situazione, considerandola un vero e proprio sopruso.
 
E così, ogni anno, assieme alla stagione dell'alpeggio si riaccendevano le dispute e non di rado accadeva che qualcuno passasse alle vie di fatto. Allora tra il mandriano prepotente, spalleggiato da figli e parenti e da certi vicini che traevano vantaggio dall'essere dalla sua parte, e qualcuno dei suoi avversari si scatenavano risse tremende, condite con pugni e bastonate. Una siffatta situazione non poteva più continuare e le autorità, ben consapevoli che presto ci sarebbe scappato il morto e desiderosi di risolvere una volta per tutte la complicata questione, deliberarono di invitare i contendenti ad una solenne cerimonia pubblica di giuramento, durante la quale si sperava che sarebbe finalmente emersa la verità. La cerimonia ebbe luogo una domenica mattina, poche settimane prima dell'avvio della stagione dell'alpeggio: i contendenti, le rispettive famiglie e quasi tutta la popolazione si riunirono attorno alla baita del pascolo della discordia. Assieme a loro giunsero lassù i consoli e i consiglieri del paese, il vicario di valle, in qualità di giudice supremo e i rappresentanti del governo inviati dal podestà di Bergamo, accompagnati da un drappello di soldati col compito di sedare non improbabili tumulti.
 
C'erano poi il parroco del paese e un canonico, mandato dal vescovo allo scopo di attestare la validità del sacro giuramento, infine un notaio, con il compito di redigere il relativo atto formale. Celebrata la messa, le autorità civili e religiose si disposero attorno all'altare e invitarono i contendenti a giurare davanti al crocifisso, dopo averli severamente ammoniti sui gravi castighi civili e religiosi riservati agli spergiuri. Nessuno dei mandriani del paese ebbe però il coraggio di pronunciare la solenne formula attestante il loro diritto di proprietà, infatti non avevano alcuna certezza di tale diritto, non disponendo di prove ufficiali e inconfutabili.
 
Fu poi la volta del vecchio forestiero il quale, tra l'incredulità degli astanti, pronunciò a voce alta e sicura il seguente giuramento: "Giuro davanti a Dio che la terra che ho sotto i piedi appartiene a me e alla mia famiglia". Alle parole seguì un attimo di silenzio, poi gli altri mandriani scoppiarono in urla minacciose all'indirizzo del vecchio, che fu accusato di spergiuro, e le forze dell'ordine riuscirono a stento a trattenere quella folla inferocita che tentava di farsi giustizia da sè. Ma ormai la questione era chiusa: le autorità civili e religiose sancirono ufficialmente e concordemente che il pascolo conteso doveva essere assegnato definitivamente al vecchio mandriano, il cui giuramento non lasciava adito a dubbi. Così fu, e da quel momento il mandriano poté far pascolare le sue bestie su quel terreno, godendo della protezione della legge. Ma, se all'apparenza, ostentava sicurezza e spavalderia, la sua coscienza era agitata da un sordo rimorso. Infatti il suo giuramento era stata una vera e propria truffa e, se di fronte agli uomini tutto sembrava all'apparenza ineccepibile, dentro di sé egli era consapevole di essersi meritato il castigo di Dio. Castigo che non sarebbe tardato ad arrivare, considerata l'età dello spergiuro. Era infatti accaduto che il giorno del giuramento il mandriano, mal consigliato dalla moglie, era entrato nel suo orto, aveva preso due manciate di quella terra e l'aveva messa nelle sue scarpe, sotto i piedi.
 
Forte di questa furbata, aveva quindi potuto giurare spavaldamente che la terra che aveva sotto i piedi era sua! Autorità e avversari erano stati in tal modo ingannati, ma quando il furbo mandriano venne a morire e si presentò davanti al giudizio di Dio, ebbe la punizione che si meritava. E di che natura fosse la penitenza lo appresero tutti coloro che negli anni seguenti ebbero la ventura di passare dalle parti dell'alpeggio durante un temporale. Allora potevano vedere l'anima dello spergiuro vagabondare per la montagna in groppa a un cavallo di fuoco che scalpitava sinistramente tra lampi e tuoni in un turbine di vento e grandine. A ogni passaggio il dannato mandriano urlava un ordine lugubre e disperato: "Laghì sta i tèrmegn! La róba di óter la fa póca zuàda!".
 
Manco a dirlo, più nessuna mandria poteva essere portata su quell'alpeggio perché le mucche, in preda a un'indicibile inquietudine, si rifiutavano di pascolare, emettevano muggiti lamentosi e non davano una goccia di latte. Nemmeno le ripetute benedizioni impartite da vari sacerdoti seppero tener lontana quell'anima dannata, che continuò per anni a seminare il panico tra i montanari. E anche oggi può capitare, in certe notti di tempesta, di sentire su per la montagna lamenti umani mescolati al brontolio dei tuoni mentre guizzi di luce, simili a lampi, corrono qua e là sopra la distesa dei pascoli.

Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001

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La dòna del zöch



Questa estate passeggiando a Valpiana sono passato dalla Cà di zöch e mi sono ricordato di una leggenda locale:
La dòna del zöch

La donna del gioco è un personaggio che ha popolato la fantasia di intere generazioni di bergamaschi, imperversando un po' dappertutto con i suoi scherzi impertinenti e i giochetti astuti con i quali si divertiva alle spalle dei malcapitati che avevano la sventura di incontrarla. I comportamenti e le azioni attribuite a questa fantasiosa creatura variano a seconda delle zone, ma alcuni aspetti del carattere e del portamento sono comuni a tutte le tradizioni che la riguardano. In genere, viene rappresentata come una figura alta e allampanata, quasi diafana, con i capelli costantemente arruffati, vestita di lunghe gonne nere e con uno scialle a larghe frange buttato alla meglio sulle spalle. Talvolta era accompagnata da una quarantina di cani bianchi o da sette gatti, ciascuno con appeso al collo un piccolo sonaglio. Poco avvezza ad agire alla luce del sole, si scatenava al primo apparire del crepuscolo e diventava la regina incontrastata della notte. Allora la sua vita si trasformava in un frenetico girovagare sopra i monti e le vallate più impervie, che risaliva con una agilità e una leggerezza da lasciare stupiti. E poi, dall'alto delle vette si allungava prodigiosamente fino al cielo, tentando di giocare con le stelle e di fare l'altalena con la falce della luna calante.

Era un continuo vagabondare in preda a un'indicibile inquietudine, mitigata da rare pause di moderato entusiasmo che esprimeva a modo suo, con sommessi gridolini e stridule risate. Si trasformava continuamente e si dilatava a dismisura, crescendo fino a perdersi nell'atmosfera. Non era facile osservarla, ma ai più mattinieri capitava a volte di notarla, quando le ombre della notte cedevano il passo alla tenue luce dell'aurora, mentre si apprestava a ritirarsi per riposare in attesa che il giorno ultimasse il suo turno. Quanto poi a rivolgerle la parola, nessuno se n'era mai azzardato, perché al temerario che avesse osato farlo sarebbe arrivato in testa un mastello di acqua gelida.
 
Questo fino a quando un nottambulo di Zorzone di Oltre il Colle, uscito dall'osteria sul far dell'alba, in preda a una solenne sbronza, si sentì rivolgere questa domanda a bruciapelo: "Per chi éla la nòcc?". Erano parole uscite dalla bocca della dòna del zöch, le prime che un essere umano avesse avuto la ventura di ascoltare. L'ubriaco, reso ardimentoso dall'alcool, ebbe la prontezza di spirito di rispondere: "Per me, per te, per chi che i va miga 'n tùren del dé!". Quella risposta fu la sua salvezza, la misteriosa creatura se ne volò via sghignazzando, lasciando di stucco l'inebetito interlocutore che aveva corso il rischio di essere spinto e sbatacchiato per terra dopo aver ricevuto una buona dose di sonanti ceffoni e una valanga di improperi.
 
Ma sorte peggiore toccò a un tale di Serina, pure lui alquanto alticcio, che la incontrò nel bel mezzo di un ponticello alle prime luci del giorno: ritemprata dall'aura della notte, la donna del gioco era bellissima, tutta sfavillante in un vestito di pizzo e di veli finissimi e trasparenti che le dava un non so che di malizioso e seducente. Questa figura, così allettante e all'apparenza disponibile, fece inebriare ancor di più il buonuomo che pensò subito di correre ad abbracciarla per assaporarne il dolce tepore, ma appena si fu avvicinato, la strana creatura cominciò a crescere vertiginosamente, allungando le gambe, su su fino al cielo, diventando al contempo come l'aria, diafana e impalpabile.
 
Il malcapitato, che si era slanciato verso di lei a braccia tese, non poté fare altro che passarle sotto le gambe divaricate, in preda a un indicibile spavento, e poi scappar via, mentre la regina della notte se la rideva agitando a mo' di mulinello un paiolo pieno di monete d'oro e lasciandone cadere ogni tanto una manciata sopra l'ignaro fuggitivo come fossero una preziosa grandinata. La dòna del zöch era dunque assai dispettosa, come ben sapevano le lavandaie che, quando si recavano alla fontana per fare il bucato, rischiavano di essere prese di mira dai suoi scherzi impertinenti. La si poteva incontrare infatti presso la fontana pubblica o in riva al torrente, in tutti quei posti dove le donne, affaccendate attorno ai mastelli pieni d'acqua, lavavano i loro modesti panni con le mani e con la lingua.
Non era raro che, mentre erano intente a tali operazioni, venissero improvvisamente investite da grandi spruzzi d'acqua e bagnate da capo a piedi, mentre l'aria risuonava di striduli risolini di soddisfazione. Capitava che qualche donna durante la notte lasciasse il suo mastello fuori dalla casa con il bucato in ammollo nella lisciva. Era un invito a nozze per la dòna del zöch: a ora tarda tutta la famiglia veniva svegliata da strani rumori, allora, con precauzione e con un certo timore, i mariti si affacciavano alla finestra, non di rado imbracciando un fucile. Ebbene, la dòna del zöch era lì, dentro il mastello, che lavava i suoi panni, sguazzando nell'acqua, felice come una bambina alle prese con il suo primo bucato. Guai ad importunarla! Avrebbe reagito come successe una volta a Zorzone, che distolta dalla sua occupazione, prese a calci il mastello con tale veemenza da farlo volare giù fino in fondo all'orrido della Val Parina.
 
A proposito di bucato, una donna di Oltre il Colle che doveva recarsi nottetempo a Serina, nell'attraversare un torrente, scorse una figura scura china sull'acqua, intenta a lavare la sua gonna nera. Mentre era incerta se proseguire la sua strada o chiedere a quella persona il perché della sua insolita presenza in quel luogo, si sentì rivolgere la solita domanda: "Per chi éla la nòcc?". La donna, benchè spaventata, riuscì a risponderle: "Per me, per te, per chi che i va miga 'n tùren del dé!". Tanto bastò per placare la misteriosa creatura che si allontanò brontolando: "Fortüna che ta m' l'è cüntàda giösta, perché se no, poarèta te!".
 
Gli uomini la temevano e quando dovevano andare in giro la notte, fossero soli o in gruppo, non mancavano di recitare una preghiera per le anime del Purgatorio, però va detto che in cuor loro avevano un certo desiderio di incontrare quella donna così insolita e diversa dalle loro compagne, semplici e senza grilli per la testa. Una donna stramba ma che, diciamolo pure, a parte qualche burla pazzerella non aveva mai fatto del male a nessuno, anzi, forse quella sua impertinenza era frutto del desiderio inappagato di sfuggire alla solitudine alla quale era stata condannata senza speranza chissà da quanto tempo. Peccato che il frastuono della vita moderna ci abbia adesso tolto il gusto un po' elettrizzante di incontrare quella creatura, così bella, così misteriosa.
 
Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001


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A un secolo dalla strage il nipote di Pianetti scrive
"Cronaca di una vendetta"

Il libro
A 100 anni dalla strage di Simone Pianetti, venerdì 11 luglio, alle 20.30, all’Oratorio di Camerata Cornello, sarà presentato il libro "Cronaca di una vendetta". La vera storia di Simone Pianetti, scritto dal nipote Denis Pianetti. Il volume è edito da Corponove.
 
I tragici spari del 13 luglio 1914, dopo aver seminato scompiglio tra le popolazioni della Valle Brembana ed alimentato le cronache quotidiane dei giornali locali e nazionali, erano poi stati coperti dai ben più assordanti rumori della Grande Guerra e, almeno presso il vasto pubblico, il dolore per le sette vittime di San Giovanni Bianco e Camerata Cornello era stato travolto dal dramma cosmico delle centinaia di migliaia di soldati morti al fronte. Messa in sordina nei decenni successivi, per le ragioni che sono ben spiegate nel presente libro, la strage tornò a occupare le cronache a partire dagli anni Cinquanta, per essere poi rivissuta, arricchita di particolari nuovi, curiosi e a volte inverosimili, in occasione dei vari decennali.
 
Finché nell’ultimo scorcio del Novecento l’attenzione alle sventurate gesta di Simone Pianetti è diventata più minuziosa, coinvolgendo oltre ai giornalisti, anche ricercatori storici, narratori, registi, attori, musicisti e poeti, che vi hanno dedicato saggi, romanzi, rappresentazioni teatrali e composizioni di vario genere, a volte ben supportate dalla documentazione, altre caratterizzate da ricostruzioni abbastanza plausibili e altre ancora condite con interpretazioni personali più o meno libere e fantasiose.
 
Nel frattempo si è accresciuto il dibattito sulla vicenda, imperniato soprattutto sulla figura del protagonista e teso a far luce su tutti gli aspetti della sua vita, dagli anni della giovinezza e del periodo americano, alle cause scatenanti la sua collera vendicativa sfociata nella strage del 13 luglio, ai particolari della fuga e delle affannose ricerche dei mesi successivi, fino all’enigma della definitiva scomparsa.
 
Senza trascurare l’analisi e l’interpretazione in chiave attuale delle polemiche e delle contrapposizioni ideologiche e politiche che infuriarono nel periodo immediatamente successivo ai fatti. A mano a mano che il dibattito si sviluppava, mediante incontri pubblici, presentazione di nuovi documenti e testimonianze e redazione di testi, cresceva il desiderio di delineare in maniera definitiva e il più possibile realistica i termini della vicenda e di arrivare finalmente a fare il punto sullo stato delle ricerche.
 
Desiderio che non coinvolgeva solo gli storici, ma anche la gente comune, non ultime le giovani generazioni, introdotte dai genitori o dai nonni alla sinistra figura del Pianetti, per quanto spesso solo in modo confuso e superficiale. Il presente libro è la risposta a queste aspettative.
Denis Pianetti, discendente della famiglia in quanto pronipote di Pasquale, fratello di Simone, vi ha raccolto il frutto di decenni di appassionate e minuziose ricerche condotte in Italia e in America, animato dalla volontà di ricostruire con chiarezza i fatti, scindendoli dalle opinioni, dalle interpolazioni e dai travisamenti che si sono sovrapposti nel corso dei decenni. Sulla scorta dei testi dell’epoca, integrati da importanti documenti inediti e da nuove testimonianze raccolte anche in famiglia, l’autore ha realizzato uno studio assai articolato e approfondito, nel quale la narrazione dei fatti viene integrata con la presentazione delle varie ipotesi circa le cause e le conseguenze della strage e viene tracciato un quadro dettagliato e attendibile delle ricerche del pluriomicida ad opera dalla forza pubblica nel periodo immediatamente successivo al 13 luglio, dando conto delle polemiche che si svilupparono in merito alla conduzione delle operazioni e all’atteggiamento discorde della popolazione e fornendo un ampio panorama di tutte le congetture formulate negli anni circa la scomparsa del ricercato.
 
Il compito di Denis Pianetti è stato particolarmente complesso e delicato, perché nella sua qualità di componente della famiglia era esposto al rischio di interpretare la vicenda da un punto di vista parziale. Così non è stato: la ricostruzione dei fatti e dei fenomeni connessi, l’analisi psicologica del protagonista e dei vari personaggi, la sintesi delle dispute che si svilupparono attorno agli avvenimenti sono proposte con la massima obiettività e sono basate esclusivamente su dati di fatto o sull’attenta interpretazione degli elementi emergenti dal dibattito di allora. L’opera assume quindi una rilevante importanza, in quanto fa il punto su un secolo di ricerche e di discussioni, mettendone in luce i contributi alla verità storica, senza trascurare di scandagliare la società brembana del tempo, apparentemente così diversa, ma forse non troppo, da quella di oggi.
L’auspicio è che dalla lettura di questa intrigante storia possa dare al lettore la consapevolezza di ciò che è stato, razionalmente e al di là di ogni inopportuna mitizzazione.
 
Bergamonews - 10 luglio 2014
 
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Il disastro della Diga del Gleno
La costruzione
 
Nel 1907 un certo ingegner Tosana di Brescia aveva richiesto una concessione per lo sfruttamento idroelettrico del torrente Povo. La concessione era stata in seguito ceduta all'ingegner Gmur di Bergamo, e da questi alla Ditta Galeazzo Viganò di Triuggio.
 
Nel 1917 il Ministero dei Lavori Pubblici autorizzò la realizzazione di un invaso di 3.900.000 metri cubi in località Pian del Gleno. Pochi mesi dopo, la ditta Viganò notificò l'inizio dei lavori, anche se il progetto esecutivo non era stato ancora approvato dal Genio Civile.
Dopo una serie di proroghe, nel 1919 venne presentato il progetto esecutivo per una diga a gravità, firmato dell'ingegner Gmur, il quale però morì nel 1920 e venne sostituito dall'ingegner Santangelo di Palermo.
 
Nel settembre 1920, alla prefettura di Bergamo giunse la segnalazione che per la costruzione della diga la ditta utilizzava calcina invece di cemento. Vennero perciò inviati degli ispettori a raccogliere dei campioni di calce, che però non vennero sottoposti ad esame.
Nel 1921 il progetto esecutivo dell'ingegner Gmur fu approvato, ma nel frattempo i lavori procedevano già da qualche anno e la Ditta Viganò aveva appena appaltato alla Ditta Vita & C. le opere di edificazione delle arcate.
 
Agli inizi di agosto del 1921 l'ingegner Lombardo del Genio Civile eseguì un sopralluogo al cantiere e constatò che la tipologia costruttiva della diga a progetto, cioè a gravità, era stato cambiata in corso d'opera in una diga ad archi multipli: nel cantiere, infatti, erano in costruzione le basi delle arcate e, fatto ancor più grave, quelle della parte centrale della diga non erano appoggiate sulla roccia ma sul tampone a gravità.
Il 12 agosto 1921 il Genio Civile informò quindi il Ministero dei Lavori Pubblici che la costruzione dei sostegni della diga non avveniva più con il sistema a gravità, bensì ad archi. Il 19 giugno 1922 il Ministero ingiunse alla ditta costruttrice la sospensione dei lavori e l'immediata presentazione dei progetti di variante dei sostegni da gravità ad archi multipli. Nonostante ciò, i lavori proseguirono e solo all'inizio del 1923 fu presentata la variante al progetto.

La tragedia


 
Il 22 ottobre 1923, a causa di forti piogge, il bacino si riempì per la prima volta. Tra ottobre e novembre si verificarono numerose perdite d'acqua dalla diga, soprattutto al di sotto delle arcate centrali, che non appoggiavano sulla roccia. Infine, il 1º dicembre del 1923 alle ore 7:15 la diga crollò.


Sei milioni di metri cubi d'acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d'Iseo.



Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio. L'enorme massa d'acqua, preceduta da un terrificante spostamento d'aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere.
 
Raggiunse in seguito l'abitato di Dezzo, composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio di Colere, che fu praticamente distrutto. Prima di raggiungere l'abitato di Angolo, l'enorme massa d'acqua formò una sorta di lago - a tutt'oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell'acqua nella gola della via Mala - che preservò l'abitato di Angolo, che rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero spazzati via la centrale elettrica e il cimitero.

La fiumana discese quindi velocemente verso l'abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo, seguendo il corso del torrente Dezzo e mietendo numerose vittime al suo passaggio.
Quarantacinque minuti dopo il crollo della diga la massa d'acqua raggiunse il lago d'Iseo.
I morti furono ufficialmente 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti[1].
 
Le responsabilità
 
Il 3 dicembre 1923 giunsero a Darfo a commemorare le vittime il Re Vittorio Emanuele III e Gabriele d'Annunzio. A causa dell'impraticabilità delle strade, nessuna autorità poté visitare Angolo Terme e Mazzunno.
 
Il 30 dicembre 1923 il Procuratore del Re incolpava i responsabili della ditta Viganò ed il progettista ingegner Santangelo per l'omicidio colposo di circa 500 persone.
 
Dal processo, che ebbe luogo tra il gennaio 1924 e il luglio 1927, emerse che i lavori erano stati eseguiti in modo inadeguato (il titolare della diga era stato il vero direttore dei lavori, nonostante non ne avesse le capacità) ed in economia, che il progetto era stato cambiato più volte in corso d'opera senza le opportune verifiche e che il controllo da parte del Genio civile era stato svolto in maniera approssimativa e superficiale.
 
Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l'ingegner Santangelo a tre anni e quattro mesi più 7.500 lire di multa. Verrà poi scontata la pena di soli due anni e annullata la multa.
Tratto da Woikipedia - http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Gleno
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Leggenda della cascata del fiume Serio in Valseriana

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1945 – La liberazione della Valle Brembana
e della città di Bergamo

Partgiani della Val Serina

Il 25 aprile 1945 i primi ad entrare in azione furono i partigiani della “XXIV Maggio”, stanziata a Serina, che nella nottata scesero verso Zogno e occuparono la sede delle G.N.R. del Paese brembano imponendo la resa incondizionata a tutti i fascisti.

Il 26 aprile venne occupato San Pellegrino, i 200 fascisti presenti in Paese si arresero rapidamente. Dall’alta valle in­tanto scese la formazione “Cacciatori delle Alpi” che liberò Piazza Brembana, mentre l’86a Garibaldi occupò San Giovanni Bianco attaccando il presidio fascista che si arrese nel giro di poche ore. Sempre a San Giovanni Bianco vennero fucilati alcuni squadristi responsabili di alcune rappresa­glie.

Arrivati a San Pellegrino tutti i partigiani si diressero verso Bergamo, fermandosi a Ponte Secco dove era già arrivata la brigata “Vittorio Veneto”. Respinti dai cecchini presenti sulle mura di Città alta e arrestati dal posto di blocco nei pressi di Borgo San­ta Caterina, il grosso dei partigiani decisero di attendere il giorno seguente, Bartoli e la “Cacciatori delle Alpi” si avviarono verso San Vigilio, occupando il colle..

Nella prima mattinata del 27 aprile le for­mazioni della Valle Brembana si dirigono verso il centro, ad eccezione di 20 uomini della “XXIV Maggio” che si dirigono verso Città Alta, che fu liberata in poco tempo. Intanto in città, soprattutto in periferia, la tensione divenne altissima. Nei pressi di Seriate una colonna fascista incontrò i partigiani della 53a Garibaldi e alcuni della “XXIV Maggio”; caddero 22 partigiani e 12 civili. Un’altra colonna da Colognola si diresse verso Martinengo, mentre una terza proveniente da Brescia aprì delle trattative con i partigiani, evitando di entrare in città.

In centro si scatenò la caccia al fascista e ai cecchini repubblichini che sparavano dai tetti in direzione dei partigiani ma anche dei civili. Dopo lunghe ore di trattative con i tedeschi, in prefettura, brulicante di parti­giani, venne consegnata la dichiarazione di resa agli inglesi; essendoci solo due inglesi a Bergamo i partigiani stracciarono la resa.

Nella nottata si scatenarono scontri tra partigani e fascisti in rotta per tutta la pia­nura. Gli scontri più sanguinosi avvennero a Seriate, Capriate, Cisano, Caravaggio, Ciserano e Fara.

All’alba del 28 aprile, stremati da una notte di combattimenti, una staffetta tedesca con­segnò in prefettura la dichiarazione di resa agli inglesi e agli italiani: Bergamo è libera


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La leggenda del castello della Regina
Del castello della Regina, detto anche castello di Cornalba, esiste oggi solo il ricordo riportato qua e là nei libri di storia quando si affrontano i tragici anni a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento, caratterizzati dalle atroci lotte tra guelfi e ghibellini.
Il castello era stato fatto erigere per volontà dei Visconti di Milano, allora signori anche del territorio bergamasco, nella zona del Foldone, a monte di Sussia alta, sopra San Pellegrino, in posizione dominante, lungo lo spartiacque tra la Val Brembana e la Val Brembilla.
Scopo della sua costruzione, al pari degli altri eretti sul monte Ubione e sul Canto alto, era il controllo delle comunità brembane, dove prevaleva il partito guelfo, apertamente contrario al regime visconteo.
Il castello della Regina era difeso da una guarnigione abbastanza esigua, ma ritenuta in grado di difenderlo a oltranza in caso di bisogno, in attesa dell’arrivo dei rinforzi: un castellano, otto soldati, un ragazzo e un cane… tutti mantenuti a spese della città di Bergamo.
Evidentemente l’esigua guarnigione non fu in condizione di difendere il castello quando nel 1362 un manipolo di guelfi di San Pellegrino, al comando dei Pesenti, lo cinse d’assedio e se ne impadronì, facendo strage dei suoi difensori.
Il castello, così conquistato, rimase deserto per una ventina d’anni, finché, nel 1383 il duca Rodolfo Visconti vi mandò una compagnia di ghibellini brembillesi, che provvidero a restaurarlo, sempre a spese della comunità, e a insediarvi una guarnigione più solida.
 
Passarono altri vent’anni e nel 1403, al termine di un periodo di aspre contese che aveva interessato tutta la valle, una squadra di circa duecento guelfi, in buona parte di San Giovanni Bianco, al comando di Bertazzolo Boselli e muniti di macchine d’assedio, assalirono di nuovo il castello, impadronendosene e catturando il castellano e la guarnigione.
 
Il maniero venne distrutto e le sue solide porte vennero portate in trionfo a San Giovanni Bianco, come gloriosa preda di guerra.

 

Fin qui la storia, da questo momento in poi il castello della Regina ha cessato di esistere, almeno nella realtà, facendo perdere col tempo le sue tracce.



Non così nella fantasia popolare che attorno al castello ha costruito una serie di leggende ben poco attinenti alla storia, ma concordi nel riferirsi all’esistenza di un copioso tesoro che sarebbe nascosto da quelle parti.


 
Eccone una tra le più note.
Si racconta che il castello esisteva già nell’alto Medioevo, in quei secoli bui caratterizzati dalle invasioni barbariche che avevano sconvolto la vita delle città e costretto i loro abitanti a cercare scampo nelle più remote vallate alpine.
Così era successo anche in Valle Brembana, dove tra gli altri era giunta una nobile signora accompagnata da un drappello di soldati che la indicavano, chissà perché, come la loro regina.
 
Questa regina si era stabilita con il suo sparuto popolo di guerrieri in un castello situato proprio nel luogo sopra descritto, fatto costruire da lei stessa con l’aiuto di unabile architetto giunto appositamente da Bergamo e con il lavoro dei poveri montanari brembani.
Era un castello piccolo, ma ben fortificato: vi si accedeva attraverso un ponte levatoio comunicante con la bassa corte e culminava con due bastioni muniti di saettiere, feritoie e numerose piombatoie.
Si può dire che il castello aveva le stesse caratteristiche della sua proprietaria che era alta e robusta, con i lineamenti mascolini, la folta chioma corvina, lo sguardo fermo e penetrante che dimostrava il suo coraggio e la sua forza, misti ad una certa malvagità.
I suoi soldati l’adoravano e avrebbero rinunciato a tutto pur di seguirla in imprese rischiose, tuttavia, da quando erano arrivati in Valle Brembana, non c’erano più state occasioni di battaglia, salvo qualche breve scaramuccia con gli abitanti della zona che senza troppa fatica erano stati ridotti all’ubbidienza.
Così la regina del castello aveva costituito sopra il territorio della media valle una specie di feudo sul quale comandava con mano ferma, non mancando di punire severamente quanti si opponevano ai suoi ordini o si rifiutavano di versare i numerosi tributi da lei imposti. Inoltre, tutti gli uomini in età adulta erano costretti periodicamente a lasciare il loro lavoro nei campi e nei boschi per addestrarsi all’uso di rozze armi, così da formare una specie di esercito popolare al servizio della castellana.
I ribelli facevano una brutta fine: tradotti nel cortile del castello, erano crudelmente torturati e poi impiccati ed esposti per giorni sugli spalti, a chiaro ammonimento della sorte che attendeva i sudditi infedeli.
 
Finalmente, dopo alcuni anni trascorsi senza nessuna novità di rilievo, arrivò il giorno della battaglia. Sulle montagne prospicienti il castello, nella zona del Lisiolo, si era accampata un’orda di barbari, al comando di un re che, a detta di chi l’aveva potuto osservare da lontano, si cingeva il capo con una corona d’oro massiccio e sul calare del sole compiva strani riti assieme alla sua soldataglia davanti a un vitello, pure interamente d’oro, posto sopra una sorta di altare. Si diceva anche che portava con sé diversi sacchi pieni di oggetti preziosi, frutto dei saccheggi compiuti chissà dove.
La regina del castello, spronata dai suoi luogotenenti, pensò bene di approfittare dell’occasione tanto attesa per scendere finalmente in battaglia e impossessarsi delricco bottino del re barbaro.
Riuniti i soldati sulla piazza d’armi del castello, illustrò il piano di battaglia e promise che in caso di vittoria avrebbe spartito tra i sudditi tutto il bottino, riservandosi per sé solo il vitello d’oro.

Preparate le vettovaglie e indossate le armature, i cavalieri si misero in marcia, seguiti dai semplici fanti muniti solo di falci e tridenti, trasformati in armi di fortuna.

Davanti a tutti marciava la regina, terribile nella sua armatura sfolgorante.

La battaglia si scatenò furiosa. All’inizio entrambi gli eserciti combattevano con grande ardore e le perdite erano pesanti sui due fronti, ma ad un certo punto la regina sguainò la spada e avanzò impavida incontro al re nemico il quale, alla vista di tanto coraggio fu preso da grande terrore e invece di combattere se la diede a gambe su per la montagna, cercando scampo tra gli anfratti delle rocce.

Privi del loro capo, i barbari cercarono inutilmente di tenere alto il loro onore, ma alla fine furono sopraffatti e chi non cadde sul campo fu fatto prigioniero.

Anche il re trovò la morte per mano della regina che dopo averlo raggiunto lo sgozzò spietatamente con la sua spada. Ma nell’esalare l’ultimo respiro il moribondo ebbe la forza di lanciare contro la regina e il suo popolo una tremenda maledizione: anche la vostra sorte è segnata, non sopravviverete a questa giornata.

Incuranti della maledizione, i vincitori fecero scempio dei prigionieri e poi tornarono al castello portando in trionfo il vitello d’oro e dividendosi il resto del bottino.

Ma a tarda sera, mentre cavalieri, fanti e tutto il popolo festeggiavano con la regina la vittoria ed erano in preda a un’indicibile euforia, accadde l’imprevisto: sulla zona si abbatté improvviso un tremendo uragano, i fulmini colpirono ripetutamente le torri del castello e lo incendiarono, il vento impetuoso alimentò l’immenso rogo che avvolse tutto l’edificio, finché la terra fu squassata da un terremoto e si spalancò inghiottendo il castello, le persone, gli animali e ogni cosa.

Scomparve anche il favoloso tesoro, ma da allora c’è sempre stato qualcuno che lo ha cercato, nella convinzione che si trovi ancora nella zona, magari coperto da uno strato di terra.

Nessuno però l’ha mai trovato e c’è chi asserisce che sarebbe addirittura stato preso in consegna da un gruppo di streghe e di diavoli, e ogni volta che qualche temerario si avventura da quelle parti per cercarlo, se ne deve scappar via in tutta fretta per non incappare in un nuovo uragano con tanto di tuoni, bufera e terremoto.

a cura di: www.sangiovannibianco.com
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LA VERA STORIA DEI «MONGOLI»


Nese, la strage degli azeri
Non partigiani, ma disertori delle Ss, uccisi nell’aprile 1945 dagli ex compagni.
Un gruppo si sposta quindi a Oltre il Colle e poi con un collegamento tra le brigate 24 Maggio e Camozzi, che li aggancia al Passo Brachino, arrivano a Valgoglio.

Li chiamavano i «mongoli», per le fattezze orientali di molti di loro. Erano invece ex soldati dell’Urss passati nelle file tedesche: 118 di loro, originari dell’Azerbaigian, vennero trucidati sul Monte di Nese, nel più grande eccidio della Bergamasca. In termini di vittime, una strage seconda solo al bombardamento di Dalmine.

Eppure è un evento uscito dalla memoria e che c’è scarso interesse a recuperare, forse perché non appartiene a nessuno. Non è una storia di partigiani, ma di militari sovietici passati nelle forze naziste, a volte come strada obbligata, ma a volte per convinzione, e che hanno cercato con una seconda diserzione di salvarsi la vita, di fronte a una guerra ormai persa, più che ritrovare l’estrema redenzione. E dalla Resistenza cercano di allontanarsi per riparare in Svizzera.

Nella Bergamasca di fine guerra erano almeno 2.000 i «russi» nelle forze tedesche: ce n’erano un centinaio a Lovere e tra i 600 e i 1000 a Clusone, che si sono poi consegnati ai partigiani, tra i 200 e i 600 a Gandino che con la collaborazione della 53° Brigata Garibaldi sono stati avviati verso la Svizzera. E ancora, tra i 200 e i 300 a Zogno, altri a Mapello, un gruppo consistente a Scanzorosciate e circa 700 soldati arrivati il 26 marzo tra Almè, Villa d’Almè e Almenno; tra di loro, le Waffen-SS del Gruppe-Aserbeidschan. Sono, appunto, gli azeri che perderanno la vita al Monte di Nese nello scontro con le forze nazifasciste, alle quali appartenevano fino a poche ore prima.

Uno studio completo sulla strage è stato realizzato da Andrea Pioselli e pubblicato nel libro «La diserzione» nel 2010 dall’Isrec (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea). Qui è riportata la testimonianza di Pietro Morandi, allora segretario comunale di Almè con Villa, che ricorda come quando arrivarono in paese «s’introducevano per le case senza tanti complimenti, s’impadronivano di cibarie, vino e quant’altro conveniva alle loro esigenze. Entravano nelle camere pretendendo che quelli che ci dormivano cedessero loro i letti. Fattacci, quali si verificarono in altre località, da noi invero non si ebbero a lamentare. Fu comunque quella una delle notti più drammatiche del periodo bellico». E di sicuro quella “orda” faceva paura, armata di tutto punto, con quelle temibili divise e preceduta da una pessima fama.

La strage a Nese
 Il Comando zona sapeva che il morale di questi uomini era basso e molti sarebbero stati disposti a passare alle formazioni partigiane. Ma viene preferita la prudenza, nella consapevolezza che piccole diserzioni avrebbero potuto scatenare rastrellamenti, ma una diserzione in massa avrebbe costituito ugualmente un pericolo avvicinando alle formazioni partigiane truppe meglio armate e addestrate.

A tentare contatti, per capire meglio la situazione, sono due collaboratori delle Fiamme Verdi, il già citato Morandi e il messo comunale Epifanio Micheletti, in particolare con l’ufficiale Mamedow Mussa, con il quale era possibile parlare un po’ in italiano, e con il capitano Agayev Agamoglan. Sono poi gli stessi azeri a informarsi su chi potrebbe fare da guida per la fuga e a organizzare la diserzione, fissata per le 22 dell’11 aprile 1945. Le forze partigiane, constatato come non sia più possibile evitare la diserzione, cercano di limitare i problemi.

L’operazione però è all’insegna dell’improvvisazione. I 250 uomini guidati da Mussa, all’ultimo momento, sulle voci che qualcuno aveva tradito, invece di andare verso la Valle Brembana, come previsto, si ridirigono verso Bruntino. Altri disertori si aggregano all’ultimo momento e il gruppone si ricompone alle 7.30 sul Canto Alto. Dopo un’intera giornata sulle pendici del monte, alle 18 il contingente si muove verso Monte di Nese e arriva in paese a tarda notte. Ma i nazifascisti, altri ex sovietici rimasti coi tedeschi e la 612 Op della Guardia repubblicana che dalla mattina hanno iniziato a recuperare il materiale lasciato in giro, inclusi cavalli e carrette, ormai sanno dove sono.

L’unica descrizione dello scontro è del parroco don Severino Vitali. «Ai primi albori del 13 aprile dal sagrato della chiesa si possono vedere quadrupedi vagare liberamente per i prati, gruppi di soldati accovacciati qua e là ed alle porte di alcune case soldati che fanno sentinella - viene riportato nel libro di Pioselli -. Dentro vi sono ufficiali che dormono. Sono le sei del mattino e appena un ragazzo tocca le campane per il suono dell’Ave Maria, echeggia secca una fucilata, al di sotto della Chiesa, a Ca’Gherardi, e cade il primo soldato russo». Più che una battaglia è una caccia all’uomo. Si spara per 10 ore e gli azeri, sorpresi nelle case a dormire, hanno la peggio. I morti nello scontro a fuoco sono 43, più altri due successivi decessi di feriti gravi. Altri 73 sono presi e fucilati: 54 vicino al cimitero, 11 vicino alla chiesa, 8 alla Busa. Il parroco rileva 90 prigionieri, inclusi 13 catturati a Zogno durante la fuga.

I superstiti si stima siano almeno 250, forse molti di più: si sono salvati per la maggior parte dirigendosi verso la Val Serina. Qui si concentrano altri disertori, quelli dei reparti di stanza a Zogno, che hanno avuto miglior fortuna, anche perché la fuga era stata coordinata con i partigiani. Il gruppo si sposta quindi a Oltre il Colle e poi con un collegamento tra le brigate 24 Maggio e Camozzi, che li aggancia al Passo Brachino, arrivano a Valgoglio. Alcuni uomini, inviati al Lago Nero, sono incorporati nella formazione, assumendo un ruolo, seppure limitato agli ultimi giorni, alla Resistenza. Gli altri, i più, sono accompagnati al Passo Caronella, da dove, con un breve passaggio in Valtellina si può raggiungere la Svizzera, uscendo così dalla scena, e anche dalla memoria, bergamasca.

Il Corriere della Sera - 06 febbraio 2014


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UNA SCANDALOSA E TRAGICA STORIA D'AMORE BREMBANA

Siamo a Serina... nell'anno 1763...





Trascrivo la scheda di presentazione del volume di Giuseppe Pesenti, appassionato studioso di vita brembana.

“La presente ricerca storica illustra una tragica vicenda svoltasi nel 1763 causata dall’interesse amoroso di un giovane sacerdote cappellano abitante a Serina ma originario della diocesi di Sarzana, don Matteo Benghi, verso Elisabetta figlia diciottenne di Carlo Ambrosioni capo mastro nelle fucine di Serina [Il Benghi era originario di Spicciano piccolissimo borgo montano in provincia di Massa e Carrara]. Benché inizialmente molto amici, Carlo comincia a sospettare delle vere intenzioni di don Matteo quando lo scopre più volte a cantare la sera sotto le finestre di Elisabetta, essendo egli ritornato tardi dal lavoro.
[Affacciati alla finestra, o ricciolona, de tuoi capelli dammene una rama; li metto all'orologio per catena.]
 
Il padre redarguisce allora di persona il sacerdote invitandolo a starsene lontano da casa sua specie di sera, quando lui è ancora al lavoro. Gli inviti sono espressi dapprima in modo garbato ma deciso e poi con minacce sempre più gravi, arrivando a promettere di rompergli lo schioppo sulla testa e di dargli addirittura delle schioppettate in quanto don Matteo dimostra di non voler assecondare la volontà del padre di Elisabetta.
Una sera di settembre del 1763, scoperto per l’ennesima volta don Matteo presso la casa Ambrosioni a cantare sotto le finestre di Elisabetta, dopo un violento alterco svoltosi per strada in cui il sacerdote nega di trovarsi lì per Elisabetta, Carlo spara un colpo d’archibugio al sacerdote ma il suo sparo fallisce poiché le polveri non prendono fuoco.
Allora a sua volta anche don Matteo, che risulta armato, spara mirando e ferendo mortalmente Carlo al basso ventre.
[ IL PRETE ANDAVA IN GIRO CON DUE PISTOLE E UN FUCILE... CHE ELEMENT!]


Viene istruito un processo penale e civile a Bergamo con l’interrogatorio, da parte dei ministri della Giustizia laica dell’epoca, di vari testimoni di Serina e di altri paesi della Valle Brembana in cui si illustrano i ricchi particolari psicologici ed emotivi che hanno portato a questo gesto estremo.


Don Matteo subito dopo l’omicidio rimane nascosto e al sicuro per alcuni mesi ma poi si consegna spontaneamente alle forze della Giustizia e viene interrogato e messo in carcere a Bergamo. Alla fine del processo tuttavia con una certa sorpresa egli viene assolto con la motivazione di aver ucciso per legittima difesa giocata sul funzionamento  dell’antico archibugio...”.
In sintesi... si sostiene, in base alle testimonianze, che a sparare per primo fu il padre della ragazza, in quanto il suo archibugio venne trovato “scroccato” cioè nella posizione di aver sparato facendo cilecca, come accadeva di frequente, per cui il prete- in stile far west- aveva fatto fuoco successivamente per difendersi...
La sintesi è stata ripresa dalla rubrica "Lunario zio Ravasio - Radio Alta"
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La tragedia del Gleno 90 anni fa

Il 1° dicembre del 1923 alle ore 7,15 crollò la diga



Il 22 ottobre 1923, a causa di forti piogge, il bacino si riempì per la prima volta. Tra ottobre e novembre si verificarono numerose perdite d'acqua dalla diga, soprattutto al di sotto delle arcate centrali, che non appoggiavano sulla roccia. Infine, il 1º dicembre del 1923 alle ore 7:15 la diga crollò.
Sei milioni di metri cubi d'acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d'Iseo.
Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio. L'enorme massa d'acqua, preceduta da un terrificante spostamento d'aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere. Raggiunse in seguito l'abitato di Dezzo, composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio di Colere, che fu praticamente distrutto. Prima di raggiungere l'abitato di Angolo, l'enorme massa d'acqua formò una sorta di lago - a tutt'oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell'acqua nella gola della via Mala - che preservò l'abitato di Angolo, che rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero spazzati via la centrale elettrica e il cimitero.
La fiumana discese quindi velocemente verso l'abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo, seguendo il corso del torrente Dezzo e mietendo numerose vittime al suo passaggio.
Quarantacinque minuti dopo il crollo della diga la massa d'acqua raggiunse il lago d'Iseo.
I morti furono ufficialmente 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti.
 

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Il diavolo e l'inferno nella tradizione popolare brembana


 
La tradizione popolare brembana conserva un patrimonio di usanze e di leggende molto antiche che rappresentano in qualche misura la memoria di avvenimenti lontani, eventi che hanno lasciato un’impronta indelebile nei luoghi e nella cultura della valle. 

Gran parte di questo folclore ha connotazioni di carattere macabro ed è posto in relazione al demonio, alle streghe, agli spiriti, alla morte. Una tradizione che perdura ancor oggi nella toponomastica locale, nel dialetto popolare, ma soprattutto in quel ricco e antico florilegio di storie e di leggende tramandate di generazione in generazione, fino ai giorni nostri [1]. E se luoghi come la Val d’Inferno, il Pizzo e il Lago del Diavolo o il Passo di Baciamorti incutono timori e rievocano in noi oscure storie di anime confinate, di uomini con i piedi di capra e di preti esorcisti, nessuno mai sospetterebbe che il personaggio più buffo e giocondo della nostra valle, il leggendario Arlecchino, avesse legami nientemeno che… con il diavolo!
 
Se la rappresentazione di certe macabre tradizioni scaturisce dalle angosce umane, l’aspetto del “demoniaco”, nell'accezione più ampia del termine, ha da sempre permeato la fantasia della gente, intrisa di quel tormento e di quella dannazione che diviene latente espressione del fantastico. 
 
Il demonio assume nella storia varie forme e varie vesti, subendo continue mutazioni anche a causa dell’evoluzione dei tempi, da creatura mostruosa in continuo contatto con l’uomo, con il quale stringerebbe patti peccaminosi e sacrileghe amicizie, ad angelo traditore, elegante cavaliere o femmina seducente, sino a raggiungere il culmine durante i processi per stregoneria, ove le numerose condannate parlavano del diavolo sotto forma di gatti, rospi, serpenti, draghi e basilischi. La lotta contro il demone-dragone diventa fin da subito un topos nelle rappresentazioni sacre e nell'iconografia occidentale e a partire dai secoli bui del Medioevo, secoli di paure e superstizioni, la figura diabolica diviene reale e persecutrice, permeando ancor di più i racconti e le leggende popolari e contribuendo ad arricchire ulteriormente la toponomastica locale di epiteti legati al temibile mondo di Lucifero.
 
Sono questi i luoghi del diavolo, luoghi caratterizzati da aspetti particolarmente aspri e considerati pericolosi, misteriosi e inquietanti per la loro conformazione. Luoghi da evitare, dove vivono demoni, streghe, mostri, fantasmi, folletti, selvatici, banditi e quant'altro la fantasia popolare riesce ad immaginare. Le grotte in particolare, con i loro recessi oscuri e profondi, hanno fin dall'antichità ispirato sensazioni di timore e di diffidenza. Ma non sono altro che nomi e leggende contrassegnati da una forte matrice pedagogica: palese è dunque, a prescindere dal carattere folcloristico dei toponimi e delle storie a questi connesse, l’intento di convincere chiunque a tenersi lontano da antri senza fondo, da case diroccate e disabitate, da oscure foreste e da montagne difficili da scalare.
 
La toponomastica locale, oltre che a svariate denominazioni legate alle caratteristiche morfologiche e naturali del territorio, è ricca di curiosi toponimi [2]. Ma è soprattutto il diavolo ad aver lasciato le sue temibili impronte sulla carta geografica brembana. A partire da una delle montagne-simbolo della nostra valle, la più alta, quella ai cui piedi ha origine il fiume Brembo. Una piramide nera, impervia, che incute timore e ammalia allo stesso tempo, e che ben rappresenta il nome attribuitole, forse da qualche antica leggenda, andata perduta nella notte dei tempi. È il Pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2916) che con l’adiacente Diavolino (m. 2810), nei pressi del rifugio Calvi, risulta essere una delle vette orobiche più ambite dagli appassionati di alpinismo, invitante e pericolosa, che nella storia è purtroppo divenuta la triste tomba di molti di coloro che han tentato di sfidare la sua acerrima bellezza. Non molto lontano, vicino al rifugio Longo, ecco lo specchio blu del Lago del Diavolo, molto profondo, in cui si rispecchia la cima dell’Aga. Anche qui, non sembra essere sopravvissuta alcuna leggenda, ma una spiegazione di tale nome potrebbe derivare dal fatto che la valle del Lago del Diavolo, e in particolare la zona del Monte Sasso, è ricca di ferro e in passato vi era in quota un forno fusorio che veniva costantemente alimentato con il carbone.
 
Proprio il fuoco e la fusione del ferro stanno all'origine del toponimo Val d’Inferno, valle che da Ornica sale fin verso il Pizzo dei Tre Signori e che un tempo si chiamava Val Fornasicchio, forse per la presenza, nella sua parte più bassa, di forni e fucine per la lavorazione del ferro estratto dalle miniere della zona. La fantasia popolare non tardò ad associare l’immagine del fuoco di tali impianti a quella dell’Inferno, luogo del fuoco per eccellenza. Narra infatti la leggenda che la maggior parte di quei forni era gestito, in epoca assai remota, da forestieri, forse provenienti dalla Valsassina, che trovandosi a corto di legna o di carbone non si facevano scrupolo di prendere gli abitanti di Ornica che passavano da quelle parti, e che non vedevano di buon occhio, per gettarli vivi nella fornace allo scopo di alimentare il fuoco. Il timore di cadere vittime di quei feroci uomini assalì gli abitanti di Ornica, che pensarono appunto di chiamare quel luogo “Val d’Inferno”. Un paesaggio aspro e spoglio, corsi d’acqua impetuosi, rupi e massi erratici si sostituiscono ai silenti boschi e ai verdi pascoli della bassa valle: forse, lo stesso nome, è dovuto anche alla bizzarra morfologia del territorio. E lo si può ben affermare percorrendola sino all'erta finale che raggiunge la Bocchetta d’Inferno (a quota 2306 metri), dopo aver superato l’inquietante e severa “Sfinge”, l’enorme sperone roccioso che sembra riprodurre il volto enigmatico dell’antico monumento egizio. Sconfinando, poi, nell'alpe valtellinese, ecco adagiarsi tra le cime del Pizzo di Trona e del Pizzo Varrone, a 2085 metri, il Lago dell’Inferno.
 
Nella stessa zona e per la medesima curiosità, merita di essere citato il Monte Avaro: nulla a che fare con il demonio se si guarda all'etimologia del nome, ma la leggenda che vi sta dietro rievoca un arcano patto col diavolo. Fu infatti il proprietario dei pascoli di questo monte, persona assai gretta e taccagna conosciuta in valle come ol Avarù, a vendergli la propria anima pur di vedere il suo alpeggio più verde e fertile che mai.
Sicuramente l’immaginario popolare avrà nel corso della storia etichettato e attribuito a Belzebù altri luoghi che la topografia ufficiale non ha rilevato, ma che sono rimasti ben vivi nella tradizione orale. Così i nostri avi parlavan della “corna (roccia) del Diavolo”, della “grotta o büsa del diàol”, della “forca del diàol” (indicando una stretta gola o valico naturale, e potrebbe essere il caso del Passo La Forca, nei pressi del Monte Alben), della “cà o stala del diàol”, o del consueto “Ponte del Diavolo”, come quello sito nei pressi del tempio romanico di San Tomé, ad Almenno (conosciuto anche come Ponte Tarchì), e che la leggenda vuole sia stato costruito in una sola notte in cambio dell’anima della prima persona che vi sarebbe transitata [3].
Il diavolo non solo ha lasciato il suo nome, ma in certi casi anche le sue impronte… Non è raro, infatti, trovare ancora oggi, lungo i sentieri di montagna, alcune pietre sulle quali sembrano incise delle orme che hanno la forma di grossi zoccoli bovini. Attorno a questi segni, che non sono altro che i resti fossili di grosse conchiglie bivalvi (detti “concodon”), sono nate nel corso dei secoli curiose leggende, attribuendoli al passaggio o alla presenza del diavolo.
 
Le si possono trovare percorrendo la mulattiera che si snoda tra Aviatico e Costa Serina: ad un certo punto, di fianco alla strada, vi è una pietra di forma rettangolare, piatta, sulla quale sono palesi le impronte di due piedi bovini e la sagoma di una lampada ad olio, di quelle solitamente usate nelle baite di montagna dove la luce elettrica non è mai arrivata. La storia di quella pietra vide per protagonista una giovin donzella di Trafficanti che, nonostante la severa proibizione dei genitori, si recò ugualmente a ballare in una osteria di Aviatico. La notte, nel far ritorno a casa, uno sconosciuto giovanotto si offrì di accompagnarla e arrivati presso la grande pietra, deposto il lume che aveva con sé per rischiarare il cammino, la invitò a ballare su di essa. Ma la ragazza s’accorse che il suo damerino aveva stinchi e piedi bovini: non fece in tempo a fuggire che la pietra si aprì e la inghiottì col suo infernale cavaliere. Stessa sorte toccò ad un’altra giovane, appassionata di ballo, che viveva nella zona tra Miragolo e Perello dove si estende il vasto bosco della Val Pagana, nome più che adatto ad evocare inquietanti presenze. Invano fu il tentativo da parte della famiglia di seguire la ragazza, o di chiuderla in casa. Una notte, venne portata via da un aitante giovanotto che si rivelò poi essere una mostruosa creatura: aveva due occhi infuocati, due piccole corna aguzze sulla testa, il corpo ricoperto di un lungo pelo fulvo, una coda lunga e attorcigliata e due poderosi zoccoli bovini al posto dei piedi. Tra gli occhi terrorizzati dei familiari e le urla angosciose della ragazza, il feroce diavolo, stringendo a sé la giovane vittima, prese il volo buttandosi nello strapiombo che si apre sotto il santuario del Perello. Le fiamme dell’inferno li avvolsero per sempre e sull'orlo del precipizio, impresse nella roccia, rimasero le grandi orme bovine lasciate dal diavolo al momento di spiccare il folle volo.
 
Anche su una pietra lungo la strada che da Brembilla conduce a Gerosa vi sono gli stessi identici segni: forse il diavolo, impenitente donnaiolo, amava girovagare per le nostre vallate alla ricerca di giovani amanti. Tanto è vero che le nostre nonne, passando per quei luoghi, usavano fare il segno della croce e additare quelle impronte diaboliche alle loro figliole per tenerle lontane dai peccati di vanità e di disobbedienza. 
 
Il signore delle tenebre si presenta oggi con le caratteristiche accreditate dall'iconografia demoniaca occidentale, ovvero corna, occhi infuocati, peluria e odore sulfureo, ma la forma più antica e tradizionale della sua immagine è la figura semiumana o semianimale che deriva dalla mitologia tardo-antica dei fauni, dei satiri, in genere da coloro che abitavano i boschi o le lande desolate e che la superstizione cristiana aveva trasformato in demoni. Figura tipica delle comunità alpine e presente anche nella nostra valle (di cui resta un pregevole affresco presso la casa di Arlecchino ad Oneta di San Giovanni Bianco) è quella dell’homo salvadego, creatura a metà tra l’animale e l’uomo, robusta e irsuta, dall'aspetto terrificante e che taluni non esitarono, per il suo aspetto misterioso e inquietante e per la sua presenza minacciosa, ad equiparare al demonio. La tradizione popolare ne ha tratto una serie di leggende, di cui si sono quasi del tutto perse le tracce, salvo i generici riferimenti all'orco e all'uomo nero. In alta valle, e precisamente a Santa Brigida, si ricorda ancora l’avventura del Rossàl, un uomo solitario, schivo e malvagio, che secondo la leggenda venne portato via dal diavolo in persona.
 
Il demonio è tradizionalmente accomunato anche ad alcuni animali, in particolare al serpente e al drago. Il serpente, come è noto, è l’animale tentatore per eccellenza, l’aspetto assunto dal diavolo per condurre Eva e poi Adamo verso il peccato. Secondo una diffusa interpretazione, la definizione del diavolo nell'ambito della cultura popolare avrebbe origine nella letteratura devozionale e nella demonizzazione di antiche pratiche pagane, mai completamente estintesi nel tessuto rituale contadino. La tradizione agiografica considera innanzitutto il diavolo, in ogni sua sembianza, tentatore di santi e di persone pie; la lotta contro il drago, ad esempio, non è un tema cristiano, ma affonda le proprie radici nel paganesimo: così, dopo Edipo e Perseo, saranno San Giorgio e San Michele ad assumere l’eredità del combattimento contro il feroce rettile. Un affresco che ritrae tale epica lotta è visibile nell'antica chiesa del Cornello, patria dei Tasso, mentre un altro, risalente al XIII secolo, lo si può ammirare nella chiesa di San Giorgio in Lemine, ad Almenno, dove si trova anche l’enorme costola di un animale, che secondo la tradizione sarebbe appartenuta ad un’enorme creatura che viveva nei pressi del fiume Brembo. In entrambi gli affreschi, San Giorgio monta un cavallo sauro bianco e grigio, con sella e finimenti neri, e con una lunga picca trafigge il capo del drago, interamente rosso, che è alato e riverso al suolo, liberando la Principessa dalle sue brutali fauci [4].
 
Memorie di antichi draghi non sono rimaste solo nel basso corso del Brembo, ma anche nelle oscure grotte dell’alta valle. Ai piedi del versante nord del monte Filone, all'ombra degli annosi e folti castagni di Santa Brigida, si apre nella viva roccia una profonda grotta, detta volgarmente büsa. Era il soggiorno estivo di un animale di dimensioni colossali, dalla testa enorme e piatta, sormontata da creste ossee coperte di lunghi e lucidi peli color turchino; la bocca era fornita di formidabili denti e di una lingua biforcuta, nel cui mezzo brillava un grosso diamante.
 
Nel corso dei secoli la fantasia popolare ha pure generato creature infernali come la cavra sbrègiola, animale notturno che nessuno aveva mai visto e che aveva il vizio di rapire e divorare i bambini cattivi; il drago volante, il serpente con la cresta, quello con le ali, e quel marass o scorlèt di cui Traini parla nelle sue Leggende bergamasche e che, nell'estate del 1936, si era insinuato anche tra le colonne di un giornale di Bergamo, a suscitarvi una vivace polemica tra due studiosi di scienze naturali: viperoni grossi quanto un braccio d’uomo e corti altrettanto; c’è chi dava loro una coda biforcuta, chi la testa di gatto, chi la cresta sul capo viperino, chi una specie di alette sui fianchi, vicino al collo, chi due occhi incantatori: tutti erano comunque unanimi nell'attribuire loro un odore acre di vecchio muschio, così forte da togliere il respiro.
 
Fra rettili e draghi mostruosi, ecco apparire nella tradizione leggendaria brembana altre bestie, feroci e letali, sputate dall'inferno. Se ne occupò persino Bortolo Belotti, nel suo poemetto Val Brembana, in pochi scorrevoli versetti nei quali parla della “Caccia del diavolo” lungo la Müghera, il monte che sta di fronte al Pizzo e al paese di Spino, tra Ambria e San Pellegrino: “Negra di pelo, orribile, con gli occhi / fiammeggianti, vedevasi una cagna / fuggire velocissima ululando; / e dietro ad essa un’affannosa muta / di segugi fantastici, e dovunque / voci d’inferno e strider di catene, / che l’eco ripetea di balza in balza”. Si riferiscono alla leggenda di un gruppo di spettri di cacciatori, maledetti per non aver rispettato i precetti cristiani domenicali e avervi preferito la corsa all'inseguimento di prede braccate dai cani, per valli e per monti. La loro congrega si unisce nel silenzio della notte e si lancia con le bestie infernali in una caccia furibonda attraverso i boschi; solo il suono delle campane del mattino riuscirà a disperderli. Variante della medesima leggenda, è quella della cassa da morto del Diavolo, nella quale feroci cani, piccoli e grossi e mal formati, dagli occhi rossi come carboni accesi e dalle lingue infuocate, portando una cassa diffondevano paura e morte ovunque; un impavido prete vincerà la muta indemoniata e riporterà la tranquillità in valle.
 
Altre leggende, sempre di ammonimento per chi non santificava le feste, hanno per teatro i luoghi selvaggi e desolati della Valle Stabina, nei pressi di Valtorta, dove le alte pareti che fiancheggiano la strada sprofondano in terribili burroni. Si narra che una domenica mattina, un uomo di Valtorta, invece di andare a messa, decise con alcuni compagni di recarsi in quel luogo impervio per tagliare la legna del suo bosco, situato proprio sul fondo della valle. Uno di loro, si calò con una corda lungo la parete rocciosa, ma presto tutti si accorsero che la corda si allungava sempre più e il burrone diventava sempre più profondo. Tentarono disperatamente di tirarlo su, ma le alte fiamme e gli artigli di una creatura immonda lo strinsero per sempre nella morsa infernale. Si dice che ogni tanto, passando di notte da quelle parti, ancora si possono sentire gli inquietanti lamenti e vedere i bagliori delle fiamme. 
 
Sempre in Valle Stabina, al bivio tra Ornica e Valtorta, su una parete rocciosa a strapiombo sulla valle, si può notare ancor oggi un crocefisso. Fu deposto nel lontano 1909 dal parroco di Valtorta, don Stefano Gervasoni, che possedeva doti di esorcista, dopo un lungo periodo di preghiere collettive e dopo avervi guidato in processione i suoi parrocchiani e quelli di Ornica. Si credeva che in quel punto fossero confinate le anime di coloro che da vivi avevano disertato la dottrina e le pratiche religiose, preferendo ad esse il lavoro o il divertimento. Chi passava da quelle parti, infatti, giunto all’altezza di un ponte, era terrorizzato dalla visione di quegli spiriti dannati o dalle loro tremende urla; persino gli animali si fermavano spaventati, s’infuriavano e impazzivano scrollandosi di dosso la soma e rifiutandosi di avanzare nel loro cammino.
 
La tradizione popolare brembana, come si è visto, è ricca di racconti e leggende sul diavolo e l’inferno. Non c’è paese che non abbia la sua storia legata ad apparizioni del demonio, dalle sembianze più bizzarre e dagli immancabili zoccoli bovini o caprini. Alcune baite hanno persino mantenuto dei tetri appellativi, come la Baita del Diavolo in Val d’Inferno, dimora di un vecchietto magro e calvo, dalla lunga barba bianca e dagli zoccoli bovini, che invece della polenta aveva il paiolo zeppo di marenghi d’oro; o la Baita della Capra, in quel di Carona, dove due giovani cacciatori ebbero l’insolita visita di un’affascinante Lilith, un diavolo… in gonnella. Sempre viva nella memoria dei nostri vecchi è la storia di due sorelle della Pianca: appartatesi con due sconosciuti giovanotti presso la loro stalla all’ombra delle maestose torri del Cancervo, si accorsero che entrambi avevano zoccoli bovini al posto dei piedi; una delle sorelle riuscì a fuggire e ad avvertire il padre, ma dell’altra non restò che un mucchio di ceneri. Morale della favola: mai dare retta agli sconosciuti, il diavolo si nasconde dove meno ci si aspetta!
 
Secondo le antiche credenze il diavolo compariva all’improvviso da un evento ritenuto straordinario, come un’esplosione o una tempesta, o insinuandosi, forte dei suoi molteplici aspetti, nella vita quotidiana della gente. La sua opera era vista nella furia del temporale (“il diavolo in carrozza”, così si usava definire il tuono), nella grandine e nel vento, il cui sibilo scivolando tra i massi era simile a lamenti e a voci spettrali; forze naturali, credute soprannaturali, che potevano danneggiare o addirittura distruggere i raccolti di una stagione, disperdere o uccidere il bestiame, rovinare le proprietà.
 
Il diavolo, insomma, era un po’ dappertutto. Dietro ogni angolo, nei luoghi più oscuri, nella forza della natura, nell’animo della gente. Sino ad infiltrarsi con pertinacia nel linguaggio popolare, nel dialetto, sempre a ribadire il suo arcano e originale significato, che deriva dal latino diabolus e dal greco diábolos (calunniatore, colui che fa del male), o dall’ebraico s’atan (satana, ovvero l’avversario). Proverbi e modi di dire dai toni vivaci e di antica saggezza, patrimonio ormai di pochi e tradizione destinata a sopravvivere ancor qualche giorno nel mondo contadino e valligiano. L’è ol diàol in carne e òss (è il diavolo in carne e ossa), a l’gh’à adòss ol diàol (ha addosso il diavolo), l’è ol diàol in persuna (è il diavolo in persona), l’è tat catìv che l’la öl gna’l diàol (è tanto cattivo che non lo vuole nemmeno il diavolo), a l’ghe n’sa öna piö del diàol (ne sa una di più del diavolo), a l’è impatàt col diàol (ha fatto un patto con il diavolo), a l’ghe la fa gna’l diàol (non lo inganna nemmeno il diavolo), sono tutte espressioni per indicare una persona malvagia o astuta. Non potevano mancare massime legate ai soldi, agli affari, alla vanità: chi gh’à pura del diàol fa miga di sólcc (chi ha paura del diavolo non fa i soldi), bisognerèss ìga di amìs ach a cà del diàol (bisognerebbe avere amici anche a casa del diavolo), a ardà tròp in de spècc, a s’vèd ol diàol (se ci si specchia troppo, si vede il diavolo). E bisogna fare attenzione perché ol diàol a l’cassa i córegn depertöt (il diavolo mette le corna dappertutto), al te pórta vià ‘l diàol coi cadéne foghéte (ti porta via il diavolo con le catene infuocate), s’ga ol diàol in cà (avere il diavolo in casa) e la farina del diàol la fenéss in crösca (la farina del diavolo diventa crusca, a significare che quel che il maligno tocca, distrugge). C’è comunque un diavolo più buono, ü póer diàol, ü diàol bù, o quello che con un pizzico di ironia si dice l’è prope u diàol! (è proprio un diavolo!). 
 
Quando non si sta più nella pelle per la fame, per il freddo o per la fretta, spunta nuovamente il diavolo: öna fam, u frècc, öna frèssa del diàol! E quando, infine, i toni vanno un po’ sopra le righe, ognuno di noi avrà ancora sentito il buon lavoratore bergamasco, arrabbiato, imprecare: diàol bès-cia!, diàol cane!, pòrco diàol! Detti ed espressioni tipiche della bergamasca, repertorio di tante rappresentazioni di burattini, dove fra l’altro il diavolo era una presenza costante, sempre appresso alle figure più strambe, dal pazzo al brigante, dal malvagio al traditore. 
 
E persino Arlecchino, il servo tonto e un po’ ingenuo conosciuto in tutto il mondo, sembrerebbe nascondere dietro il suo volto mascherato un’origine demoniaca. Sarà forse per la sua goffa e leggendaria figura, vicina a quell’homo salvadego da secoli immortalato presso quella che si ritiene essere la sua antica dimora, ad Oneta di San Giovanni Bianco, o forse per l’origine del suo nome, di probabile origine francese: Hellequin, o Herlequin, perfetto richiamo al demone Herlechinus, che nella tradizione letteraria francese medievale rappresentava il demonio [5]. Anche Dante, nella Divina Commedia, parla di un diavolo di nome Alichino, incontrato nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno, e tutta la tradizione popolare dall'alto medioevo in poi ha spesso associato le rappresentazioni di buffoni mascherati al diavolo, un diavoletto comico o “povero diavolo”. Ci risulterà difficile scorgere nelle sembianze di questo buffo personaggio un’anima posseduta dal demonio, anche se la protuberanza nera che ostenta sulla fronte sembrerebbe proprio ricordare le corna di un diavolo… 
 
Note:
[1] Per una lettura completa delle antiche storie e delle leggende qui proposte si rimanda alle opere di Tarcisio Bottani e Wanda Taufer Racconti popolari brembani, edito dalla Comunità Montana Valle Brembana, e Storie e leggende della bergamasca (Edizioni Ferrari, Clusone, 2001). Ulteriori riferimenti si possono trovare nel libro di Carlo Traini Leggende Bergamasche (Edizioni Il Conventino, Bergamo, 1979). Una trattazione di tipo storico e antropologico dell’argomento è stata eseguita da Massimo Centini in L’Angelo decaduto. Il diavolo nella religione, nella storia, nell’arte, nel folklore e nella società (De Vecchi Editore, Milano, 2004).
[2] Si pensi al già citato Passo di Baciamorti, tra la Valle Stabina e la Val Taleggio, che secondo alcuni storici deriverebbe il suo nome dall’antica usanza di trasferire ai luoghi d’origine le salme di coloro che si erano trasferiti dall’una all’altra valle: qui, esse, venivano consegnate dai parenti agli abitanti della valle vicina e baciate per l’ultima volta. O a Trabuchello, ad esempio, che deriverebbe dalla parola trabocchetto, per le rupi e le anguste gole situate nei suoi pressi; alla denominazione di Valle dei Frati, nel territorio di Carona, che si è certi abbia origine dal fatto che di lì passavano i Circestensi della badia di Albino. Ed ancora al Pizzo dei Tre Signori, che fu così chiamato per la sua strategica posizione, al confine fra tre stati: la Repubblica Veneta, il Ducato di Milano e la Repubblica dei Grigioni.
[3] Ci si può permettere qui di sconfinare dall’ambito valligiano per render conto di quanto la tradizione sul diavolo sia ben radicata anche al di fuori della Valle Brembana. Ben nota, ad esempio, è la leggenda del Portone del Diavolo. Sulla strada che conduce da Bergamo a Seriate si trova una specie di portale aperto da due larghi stipiti e un alto frontone in pietra di Zandobbio, il quale serve da ingresso al viale che conduce alla casa di campagna di Celadina. Fu costruito nel 1550 da Sandro da Sanga per ordine del Conte Gian Giacomo de’ Tassis, della famiglia dei grandi Bernardo e Torquato, di origini brembane, ai tempi proprietario della casa. La leggenda vuole invece che quella costruzione fosse sorta per opera del diavolo in persona, distrutta e rifatta in una sola notte. Dello sveltissimo muratore infernale nessuna traccia, all’infuori di un forte odore di zolfo che, nelle sere di temporale, si diffonderebbe tutt’attorno al manufatto.
[4] Benché al giorno d’oggi non ne esista più alcuna traccia, se non nella storia dei sedimenti geologici e nelle antiche leggende, gran parte della pianura compresa fra le province di Bergamo, Cremona e Lodi, era in passato il bacino di una vasta area acquitrinosa formata dalle esondazioni dei fiumi Lambro, Adda, Brembo, Serio e Oglio, conosciuta anche con il nome di lago (o mare) Gerundo. Numerose e particolarmente interessanti sono le testimonianze e gli aneddoti relativi a misteriose creature serpentiformi e dall’alito pestifero che ne infestavano le acque, alle quali la tradizione popolare diede il nome di “draghi”. La credenza nella reale esistenza di tali creature è testimoniata da alcuni reperti ossei (presumibilmente appartenenti a elefanti o cetacei) che fanno ancora mostra di sé in diverse chiese stanziate lungo le antiche propaggini dell’antico lago Gerundo. Ai piedi della Val Brembana, oltre che a San Giorgio in Lemine, si conserva un simile reperto presso il Santuario di Sombreno.
[5] Una delle tante ipotesi sull’origine della maschera di Arlecchino sancisce proprio la sua provenienza francese, datandola alla metà del XIV secolo. Secondo la tradizione, un gentiluomo francese, tale conte di Lovence, fuggì dal suo paese e si ritirò in Val Brembana portando con sé un domestico beone e un po’ ingordo. Un giorno, sorpreso a rubare, il servo fu bastonato e condannato ad aggirarsi per i paesi vicini in dorso ad un asino e vestito di toppe di vario colore.

di Denis Pianetti

Tratto da http://bergamosegreta.blogspot.it/search/label/-%20Valle%20Brembana

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I ragazzi di don Eugenio Bussa

Il ricordo degli oltre 300 ragazzi ospitati a Serina 
dal 1943 al 1944
 


Durante gli ultimi anni di guerra, tra il 1943 e il 1944, Milano fu duramente bombardata dall’aviazione alleata. Obiettivi, oltre ai nodi strategici e militari, vi furono anche vere e proprie incursioni di carattere , “terroristico” che  colpirono scuole e abitazioni. 
 
Migliaia di scampati a queste tragedie, sfollarono dalla città cercando rifugio in località che, a loro giudizio, non avrebbero rappresentato pericoli perché lontane da centri industriali o da basi militari.
 
Molte famiglie milanesi trovarono ospitalità nei paesi delle valli bergamasche e, in molti casi, per necessità di lavoro lasciarono i propri figli presso famiglie o Istituti religiosi che si presero cura dei ragazzi e ragazze sino a guerra finita.
 
In alcuni di questi Istituti, ad esempio in quel di Selvino, fu data ospitalità in  gran segreto a famiglie e bambini di religione ebraica, sottraendoli alla triste sorte di essere deportati nei campi di sterminio.
Serina, capoluogo dell’omonima valle, fu una delle principali mete di questi transfughi in quanto, nel periodo pre bellico, molti milanesi vi soggiornavano nel periodo estivo.
Tra l’inizio del 1943 e sino a fine guerra, l’oratorio di Serina ospitò oltre 300 ragazzi sottratti, in tal modo, ai pericoli che inevitabilmente avrebbero corso rimanendo in città.


 
Alcuni immagini che sono sopravvissute al tempo testimoniano l’affollamento dell’Oratorio di Serina in quegli anni e i sacerdoti ed i laici che hanno provveduto alle loro esigenze in tutto quel tempo.


Ne citiamo alcuni, probabilmente non tutti coloro che collaboravano, quali ad esempio  don Eugenio Busa, padre U. Vivarelli, don Alfredo Seveso e il signor E. Vismara.
Ma anche l’intera comunità serinese, nonostante le ristrettezze economiche dovute agli eventi bellici, e la guerra partigiana con le conseguenti retate compiute dalla polizia fascista e dalle truppe tedesche, ebbe un importante ruolo nel mantenere il senso di ospitalità nei confronti di coloro che erano in situazioni ben peggiori delle loro.


Da parecchi anni, un autobus parte da Milano carico, sebbene di anno in anno aumentino i posti vuoti, e sale a Serina: sono i “ragazzi del 1943” che vogliono rivedere i luoghi ove trascorsero con relativa tranquillità e sicurezza nel periodo più brutto e periglioso della seconda guerra mondiale.
Prima di sostare a Serina, l’autobus passa da Cornalba per commemorare i partigiani caduti proditoriamente in quegli anni nella difesa della libertà e della democrazia, contro l’invasore tedesco e il lacchè fascista italiano.

Gallicus

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«Noi emigranti in Argentina fra dolore e speranza»

I fratelli Tiraboschi nel 1931 lasciarono Zambla per cercare lavoro e fortuna oltre oceano.
Pubblicato il diario, una copia a Papa Francesco «Scoprirò qualcosa della storia dei miei genitori»

Tra i tanti impegni, chissà se Papa Francesco è già riuscito a dare un’occhiata al libro sui fratelli Agostino e Francesco Tiraboschi di Zambla Alta.
Una storia di emigrazione che ha affinità con quella dei genitori del Pontefice: l’epoca e il Paese, l’Argentina. «Lo sfoglierò per scoprire qualcosa della storia dei miei genitori», ha detto a don Mario Marossi, incaricato per la pastorale dei latino-americani in diocesi, che, dribblando la sorveglianza,  glielo aveva consegnato durante la colazione a Santa Marta.

Chi ha letto il volume «Simulando contentezza di andare in America» si augura che Papa Francesco abbia potuto farlo perché la storia dei Tiraboschi non è una storia qualsiasi, una delle tante che in questi anni di sempre maggiore attenzione alle nostre radici vengono raccolte nelle valli bergamasche. Emarginazione e fatiche
È una testimonianza forte di fatiche, di sacrifici, di emarginazione, ma anche di grande fiducia e di speranza.
Si andava di là del mare, oltre l’oceano, incontrando ambienti, natura, condizioni di vita del tutto diversi, spesso ostili, senza però mai rinunciare alle proprie radici.
Pagine che nel fondo sono un invito a osservare con occhio diverso tu quegli «stranieri» che sempre più numerosi incrociano la nostra esistenza.

Il libro è stato voluto dal Centro Studi Valle Imagna e dall’Ufficio migranti della diocesi di Bergamo. C’era un Segretariato emigranti già un secolo fa: venne fondato nel 1908 quando l’emigrazione aveva dimensioni tali da generare allarme per i gravi problemi suscitati nelle nostre piccole comunità montane. Secondo le statistiche elaborate dal Segretariato, nel corso del 1911 gli emigranti bergamaschi erano più di venticinquemila.

Nei paesi delle «vedove bianche» a casa restavano solo le donne, i vecchi e i bambini.
Il fenomeno maggiore era rappresentato dalla migrazione stagionale verso la Svizzera e la Francia, con tanti clandestini che cercavano di sfuggire alla sorveglianza delle guardie di frontiera e che ritentavano ad ogni stagione; poi c’era chi lasciava tutto e andava oltre l’oceano: intere famiglie, di cui a volte non si sapeva più nulla. Dai pulpiti i parroci mettevano in guardia contro personaggi che giravano per le cascine ad ingaggiare la gente.
Diffidate, raccomandavano, sono mercanti di carne umana. Nessuno ingaggiò Agostino e Francesco Tiraboschi.
Riesce difficile capire i motivi della decisione di prendere la valigia. La loro era una bella famiglia come si vede dalla fotografia, scattata nel luglio del 1929 e che compare tra le illustrazioni del libro.
Contadini, poveri, ma con un certo decoro. Ma erano anni difficili, della grande crisi economica.
«In Argentina si guadagnavano soldi facilmente e il lavoro abbondava dappertutto.
Con queste cose in testa, decidemmo di partire». Per i fratelli Tiraboschi la parola chiave era «lavoro». Ela troviamo quasi ovunque nelle pagine delle memorie che
Agostino Tiraboschi si accinge a scrivere nel 1978 riempiendo con una calligrafia molto chiara i ventisette fogli di grande formato; le correzioni sono rare, lo scrivere è fluido, il che fa ritenere che il manoscritto sia una trascrizione in bella copia di appunti su un «quadernetto»  dove Agostino incominciò ad annotare gli eventi dal suo arrivo in Argentina.
Il ritrovamento di questo prezioso documento non è stato casuale. Da tempo il Centro Studi Valle Imagna sta conducendo ricerche sull’emigrazione, con particolare riferimento alla Valle Imagna. Durante una indagine in Argentina, nella città di Cordoba avvenne il contattocon alcuni figli di Agostino Tiraboschi  che ancora oggi vivono nel Paese sudamericano e che misero a disposizione il diario.

In particolare Victorio Tiraboschi è l’autore del testo che fa da introduzione al libro delle memorie dei due fratelli, curato da don Massimo Rizzi, direttore dell’Ufficio migranti, e da Antonio Carminati, direttore del Centro Studi.
L’angoscia della partenza Era la mattina dell’8 gennaio del 1931 quando Agostino e Francesco si avviarono per la strada che da Oltre il Colle scende a Ponte Nossa per prendere il treno. Di fronte alle lacrime della mamma, dei fratelli, dei parenti, mentre l’angoscia cresceva adogni passo lasciarono il paese «simulando contentezza» nei confronti dei loro cari e degli amici. Fu l’inizio di un lungo cammino che non si interruppe mai, fin quando l’Argentina divenne la loro seconda patria.
La terra in cui vissero, tirarono su le rispettive famiglie, dove sono sepolti e dove figli e nipoti ne conservano la memoria.
Dal momento in cui mossero i primi passi dal borgo natio, ogni giorno fu una prova molto dura. Il distacco, i cambiamenti, l’incontro con realtà profondamente diverse:
la nave, il mare che non avevano mai visto, la gente (il primo incontro con un dialetto che non era il bergamasco: erano a Napoli, «non capivamo una parola»), il viaggio interminabile, l’Argentina, Buenos Aires, l’hotel degli immigrati con le cimici e i pidocchi.  E poi l’impatto con una terra che avrebbe dovuto dare loro un lavoro ma dove quel lavoro, per il quale avevano dato addio a tutto, non c’è.
E se c’è, non ha quella dignità in cui i due fratelli, montanari di una tenacia tutta bergamasca, credono per incominciare a costruire il loro futuro. Una terra che non si può definire ostile; pesa più di tutto l’indifferenza: gli altri, compresi i compaesani in cui si imbattono ogni tanto, non ne comprendono i problemi, i bisogni, le sofferenze.
Le pagine del memoriale vanno ben oltre il diario di fatiche, privazioni, sacrifici oggi inimmaginabili. Sono la testimonianza di valori, di scelte, di forza morale, di una fede profonda,
vissuta in ogni momento. Bella la storia di questi due fratelli uniti da un legame che nei momenti peggiori si fa ancora più saldo e che consente di superare anche le prove
più dure. Quando «afflizione e disperazione arrivavano all’estremo» Agostino piange e prega di nascosto da Francesco, per non turbarlo e non aumentare le sue sofferenze. Non si separarono mai.

PINO CAPELLINI
L'Eco di Bergamo - 29 luglio 2013
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La leggenda del Drago
 
“C’era una volta, nelle incantate foreste di Oltre il Colle, un enorme Drago. Era lui il padrone assoluto di queste terre, il dominatore, il proprietario della Fonte dell’immortalità che sgorgava da un anfratto roccioso del Monte Alben e alla quale non lasciava avvicinare nessuno. Si nutriva di animali selvatici, ma anche di pecore e capre e ogni tanto non disdegnava un bocconcino di carne umana, che inghiottiva con avidità, facendo seguire al pasto un’abbondante bevuta.
Era sicuramente l’acqua della sua Fonte a procurargli buona salute, perché non invecchiava mai, appariva sempre in perfetta forma: forte, sicuro e pieno di vitalità, pronto ad imporre la sua legge di spietato dominatore. I pastori ne erano terrorizzati; ne seguivano da lontano le enormi orme in cui ogni tanto si imbattevano e sottovoce pronunciavano la parola Drago.
Sottovoce, sì, nel timore di evocarne la temuta presenza. Fu così che un bel giorno si vide uscire dal paese un vero e proprio esercito di persone, armate di forconi e affilatissime falci , risolute ad eliminare quel terribile mostro.
Spaventato dal clamore infernale della gente, il Drago fu invaso dal panico. Si rifugiò presso la Fonte dell’immortalità e vi si immerse. L’acqua divenne torbida e scura come l’inchiostro, cominciò a rimescolarsi freneticamente come se bollisse e nello stesso istante il Drago svanì, come dissolto in quel liquido misterioso. Quando le prime persone arrivarono alla fonte non trovarono altro che uno specchio d’acqua, scura, nauseabonda e imbevibile.
Del terribile Drago non c’era più traccia. Rimase però nella gente la paura e la convinzione che lui sia ancoralì,sommerso da quell’acqua che, proprio per la sua presenza continua a rimanere torbida in qualsiasi stagione,come se fosse perennemente agitata da una misteriosa presenza, Il Drago, appunto, che se un giorno si svegliasse e decidesse improvvisamente di uscire dalla Fonte farebbe ripiombare la popolazione nel terrore”.
La leggenda è ricordata da Pierangelo Manenti, Presidente della Pro Loco di Oltre il Colle
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Appello al Turco. Quando i valligiani invocavano i Sultani

Lo storico Giovanni Ricci presenta “Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento”. Ovvero, quando i principi cristiani invocavano i sultani musulmani.

Giovanni Ricci “Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento”Versione stampabileSend by emailSono pubblicazioni di massimo rilievo e interesse storico quelle che la Fondazione Bergamo nella Storia sta promuovendo in questo inizio d'anno, con presentazioni al pubblico da parte degli autori.

Bastano, a dire la qualità dell'offerta culturale, i nomi di Antonino De Francesco, ordinario di Storia Moderna all'Università degli Studi di Milano e di Giovanni Ricci, ordinario di Storia Moderna all'Università di Ferrara, invitati a parlare dei loro recenti lavori, incentrati entrambi – pur da osservatori molto diversi – sul grande tema dei pregiudizi e delle contraddizioni che l'incontro-scontro con l'”altro” ha sempre portato con sé.

Da una parte una lettura dell'identità nazionale condotta da De Francesco attraverso le lenti e la percezione di chi nelle dinamiche del processo unitario si trovò direttamente implicato, nel non facile dialogo tra il Nord e il Sud di una penisola che in 150 anni non ha ancora ricomposto una visione organica di se stessa.

Il volume “La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale”, presentato a Bergamo lo scorso 21 febbraio, ripercorre attraverso fonti storiche, letterarie, giornalistiche, epistolari, la parabola – tutt'ora irrisolta - di un pregiudizio che ancora anima il dibattito in Italia.

Dall'altra l'analisi e l'esplorazione documentale dei rapporti diplomatici e trattative che intercorsero, spesso segretamente, tra europei e Turchi ottomani in età moderna, che Giovanni Ricci ha dettagliato nel suo “Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento”.

L'autore ne parlerà al pubblico giovedì 14 marzo alle 18, passando in rassegna scambi di lettere e di emissari, azioni di spionaggio e di depistaggio che videro protagonisti da una parte cristianissimi signori, principi e persino Papi e dall'altra i sultani della Sublime Porta. Si scopre così che il nemico per antonomasia della cristianità, “l'altro” per eccellenza contro cui non si mancavano di rinnovare proclami di crociata, veniva persino invocato all'occorrenza a garanzia di protezione della Repubblica di San Marco che altri cristiani minacciavano di schiacciare.

E si apprende che anche Bergamo, baluardo di Terraferma della Serenissima che ospita ampie tracce iconografiche, epigrafiche, letterarie, di contatti col Turco tra stereotipo e interesse per il diverso, tra paura e attrazione, fu presidiata nel 1512 dai montanari scesi in armi dalle valli vicine al grido di “Marco! Marco! Turco! Turco!”, per invocare contro i francesi il soccorso di San Marco e del Turco insieme.

Ne risulta un quadro articolato e affascinante delle dinamiche e degli atteggiamenti che portarono il mondo cristiano a confrontarsi, tra turcofobia e turcofilia, con l'impero di Costantinopoli.
L'incontro, che si terrà al Palazzo del Podestà in piazza Vecchia alle 18, è organizzato dalla Fondazione Bergamo nella Storia in collaborazione con l'Ateneo di Lettere, Scienze ed Arti.

Stefania Burnelli
Bergamonews - 14 marzo 2013
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29 gennaio '45, mitragliato il treno della Val Seriana

I piloti Usa pensavano fosse un convoglio militare: 24 morti. Un ingegnere di Albino ha chiesto e ottenuto dall'Usaf (archivio storico statunitense) la documentazione sul raid aereo

La ricostruzione
 
Di quel tragico 29 gennaio 1945, Callisto Gatti, giovane ingegnere di Vall'Alta di Albino, aveva sentito parlare fin da ragazzo. Versioni contrastanti giravano sul mitragliamento del treno che, quel lunedì di 68 anni fa, era partito alle 7.55 da Bergamo per Clusone, carico di lavoratori e gente semplice diretta nelle fabbriche della valle e al mercato di Clusone.

A distanza di anni, rimanevano due elementi assodati: il terribile bilancio di quel raid - 24 morti e 26 feriti (un numero destinato a crescere dal momento che molti non sopravvissero alle gravi ferite) - e una grande devozione popolare alla Madonna di Altino da parte dei vallaltesi, usciti tutti illesi dal convoglio di 8 carrozze colpito, intorno alle 9, vicino al passaggio a livello di Colzate. I particolari bellici della triste storia rimanevano avvolti in una nebbia che Gatti, con la passione della storia instillata dal papà e da Angelo Calvi, suo professore delle medie, ha dissolto con un lavoro di ricerca che, in oltre un anno, lo ha portato molto lontano, fino agli archivi dell'Us Air Force.

Un viaggio affascinante, partito da una semplice domanda: «Perché fu deciso di mitragliare un treno che stava viaggiando in una valle secondaria come la nostra e che non poteva essere strategicamente importante?». Il primo passo è stato l'individuazione, nella rete, di filmati ufficiali americani delle missioni degli aerei P47: «In particolare - rimarca Gatti - delle missioni di Operation Strangle, cioè di distruzione di tutto ciò che poteva aiutare i tedeschi a rifornirsi: treni, locomotive e ponti. Si vede bene come, dopo avere colpito l'obiettivo principale con le bombe, gli aerei si lanciano alla ricerca di target secondari da mitragliare. Seguivano i binari per trovare treni e stazioni da colpire con le potenti mitragliatrici. Proprio come avvenne in Val Seriana».

Un altro insperato aiuto gli giunge dalla copertina del libro «P47 Thunderbolts unitsof the 12th air force», in cui si vede un cacciabombardiere che sta sfrecciando sopra l'aeroporto di Orio al Serio durante uno dei tanti attacchi. Il libro raccoglie le descrizioni di molte missioni condotte sul Nord Italia con informazioni che restringono l'ambito di ricerca: «Gli aerei dell'attacco al nostro treno dovevano appartenere al 27th o 57th Fighter Group».

Il passo successivo è stato quello di cercare negli archivi dell'US Air Force. «Ho scritto mail a tutte le associazioni di reduci americani e agli uffici dell'Aviazione americana di Washington chiedendo aiuto e spiegando l'intento della mia ricerca. Visto che volevo rievocare un evento tragico ed chiaramente inglorioso per l'USAF e in considerazione dei tanti morti tra civili inermi, temevo che non mi avrebbero aiutato». Invece ecco che un giorno, Gatti riceve una mail da Tammy Horton, una signora che lavora all'archivio storico dell'USAF presso la base Maxwell in Alabama: i documenti, scaduti i termini di segretezza di 50 anni e con l'ok di una apposita commissione di vigilanza, possono essere richiesti al costo di 30 dollari l'uno. «Tra le centinaia di report, ne trovo uno che descrive una missione di attacco dove si citava la distruzione di un treno composto da 8 carrozze».

Rimaneva il problema di confermare la posizione. «Le coordinate geografiche usate dall'esercito americano sono tutt'altro che comprensibili, ma grazie alla conversione dei checkpoint del piano di volo, ho avuto la conferma; la rotta di rientro alla base di Pontedera dei 4 aerei americani passava esattamente sopra la media val Seriana, proprio dove in quel momento transitava il treno e quel giorno non ci furono altri attacchi», racconta Gatti.

L'obiettivo di quel giorno era in realtà la città di Lecco, ma anche a causa della foschia, i 4 cacciabombardieri non riescono a individuare nessun convoglio ferroviario e così decidono di proseguire verso nord in cerca di nuovi bersagli. Giunti in prossimità di Colico scorgono un convoglio di autocarri e carri armati e lo attaccano con le bombe distruggendo diversi mezzi.

Concluso l'attacco, si inoltrano in Valtellina e, giunti a Sondrio, piegano verso sud in direzione della Valle Seriana per rientrare alla base. «Intorno alle 9 la squadriglia compare sopra il Monte Farno...».

Donatella Tiraboschi
Il Corriere della Sera 30 gennaio 2013
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Per non dimenticare
26 gennaio 2013 - 70° anniversario della battaglia di Nikolajewka

L'anniversario è d'importanza particolare, perché questo durissimo scontro nel gelido inverno russo ha segnato uno dei punti di svolta della guerra, e, per molti italiani come Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, anche un passo decisivo di maturazione di una coscienza civile antifascista.
   
da:
LA STORIA DI NATALE
Sopravvissuto alla Ritirata di Russia, alla Resistenza partigiana, alla Deportazione a Mauthausen-Gusen
Curatrice Primarosa Pia info: e-mail: iosapia@yahoo.it
 
RUSSIA 1942: LA RITIRATA
 
Più ci avvicinavamo alla Russia, più le cose si complicavano e s’iniziarono a vedere i segni lasciati dai passati combattimenti: carri armati distrutti, camion incendiati, materiale fuori uso abbandonato. Noi giovani non eravamo preparati ai primi veri contatti con la realtà che ci aspettava, e il nostro morale, rendendoci conto che le cose erano più serie di quanto avevamo previsto, diventava via via sempre più simile a quello degli anziani.

Dopo undici lunghi giorni di viaggio arrivammo nei pressi di Stalino dove la tradotta si fermò bruscamente; la distanza tra i binari delle linee ferrate dell’Unione Sovietica era più larga di quella tra i nostri; fino lì i binari erano stati modificati per adattarli al nostro materiale ferroviario, ma da lì in avanti il lavoro di adattamento non era ancora stato fatto e non c’era più la possibilità di proseguire. Dovevamo scendere e andare avanti con le nostre forze. Eravamo nei pressi di una zona industriale, con un terreno costellato da enormi mucchi di terra rossa, scorie ottenute dalla lavorazione del ferro; distante una ventina di chilometri c’era il nostro Reggimento, che raggiungemmo.
......
Nuovamente solo
 
La scelta di avvolgermi i piedi con la coperta era stata ottima perché, senza saperlo, ridussi di molto il pericolo di congelamento: anche se la gamba affondava sovente nella neve fino al ginocchio, la stoffa non si bagnava perché la neve asciutta e farinosa non si compattava; la morbidezza della lana, inoltre, consentiva al piede di muoversi, favorendo così la circolazione del sangue e mantenendolo sempre caldo. Le scarpe invece, gelando s’indurivano molto riducendo la possibilità di movimento del piede mentre, non ultimo, i chiodi di ferro delle suole erano un ottimo veicolo per il freddo ad arrivare a contatto con la carne; anche per questa ragione il congelamento dei piedi e delle gambe fu fatale per molti.

Raggiunta la coda della colonna era nostro obiettivo sorpassarne perlomeno la parte centrale per sentirci più al sicuro, e non ci riuscimmo che verso sera.
Quella notte la colonna non si fermò mai, e l’indomani  mi sentii chiamare dal sergente maggiore il quale mi disse che erano trentasei ore che io camminavo e nel medesimo tempo dormivo, mentre con la mano aggrappata alla briglia del cavallo lo seguivo e mi facevo trascinare da lui. Mi confessò che lui si era accorto di questo e non aveva voluto disturbarmi ma ormai non ce la faceva più a rimanere in groppa e mi chiese di aiutarlo a scendere.

Aiutai a scendere il mio sergente, ma solo per accorgermi insieme a lui, con orrore, come dal ventre in giù il suo corpo fosse completamente congelato, ridotto un unico blocco di ghiaccio. Non ebbi alternativa che cercare un’isba dove ricoverarlo, consapevole che per lui non c’era alcuna speranza di farcela. Fu lui stesso ad ordinarmi di andarmene, di lasciarlo lì, e pur se “con il cuore morto addosso” dovetti ubbidire; rimanere ancora fermo in quel luogo avrebbe significato per me perdere i contatti con il resto della colonna.

Fuori dall’isba il cavallo non c’era più ed io con santa pazienza ripresi il cammino, di nuovo solo pur tra migliaia di persone.

Mi tenevano compagnia i miei ricordi, il pensiero ben vivo della mia casa e della famiglia e la speranza di farcela a tornare mi dava la volontà e il coraggio di prendere ogni volta la difficilissima decisione di abbandonare il calore accogliente delle isbe che incontravo sul mio cammino e di ributtarmi, senza che nessuno me lo imponesse, solo, sfinito dalla stanchezza e dalla fame, tra quella neve infinita, a quelle temperature impossibili.

La fame era un handicap al pari del freddo e la sete non era da meno: sembrava un paradosso, calpestavo neve tutto il giorno e avevo sete, eppure appena ci si avvicinava un po’di neve alle labbra ci si provocava un’ustione, e poi non ne valeva la pena, era talmente gelata che di liquido non ne usciva niente.

Con la speranza di liberarci al più presto dalla sacca non facevamo altro che marciare tutti nella stessa direzione, attraversando gli stessi villaggi, perciò i primi che arrivavano erano quelli che potevano trovare qualcosa da mangiare, per gli altri rimaneva solo una fame indescrivibile.

Un pomeriggio, giunto in cima ad una salitella mi fermai per riposare un momento e mi venne istintivo voltarmi a guardare indietro, anche per rendermi conto meglio della quantità di persone che marciava insieme a me.
Non avrei mai potuto im
maginare la tragedia che si stava svolgendo alle mie spalle, e da quel momento sotto i miei occhi: un’intera Batteria di soldati tedeschi, con i loro monumentali cavalli e tutte le slitte era finita sul ghiaccio di una palude; probabilmente a causa del grande peso improvvisamente calato sulla superficie già danneggiata dai proiettili il ghiaccio aveva ceduto e tutti i soldati e le loro cavalcature stavano precipitando nell’acqua sottostante, non molto alta ma certamente micidiale. Pochi minuti di strepito e terrore ed era già tornata la calma, più niente si muoveva, il ghiaccio si era impossessato di tutto e di tutti.

Durante il mio cammino mi capitò di entrare da solo in un edificio che era più grande di un’isba, probabilmente una scuola; confesso che andavo alla ricerca di un po’ di intimità, per svolgere in pace per una volta quelle mansioni che eravamo sempre costretti a svolgere in pubblico; inoltratomi in un ampio corridoio interno mi trovai al cospetto di una scena sconvolgente: a terra giacevano i corpi di cinque alpini italiani, sicuramente trucidati dai russi, che mostravano in tutto il loro orrore le sevizie subite: sul petto, ma soprattutto sul viso, era loro stato inciso, penso con la punta di una baionetta, più e più volte, il simbolo della falce e del martello; da quelle ferite ancora chiaramente leggibili nel loro significato era fuoriuscita la carne tumefatta e biancastra, simile a labbra mostruose, che aveva reso quelle persone orribili maschere. Questo è un episodio che non ho mai raccontato, nel timore che qualche mamma che aveva perso il figlio in quella guerra potesse soffrirne troppo al solo ascoltarlo; ora che sono trascorsi molti anni so di poterlo fare.

Una sera raggiunsi un villaggio con la coda della colonna perché avevo perso tempo, ormai troppo sfinito per procedere velocemente; in compenso non c’era più molta confusione e riuscii ad entrare in un’isba avendo anche la possibilità di sedermi per terra vicino alla porta d’ingresso. I soldati che erano già all’interno mi dissero che stavano aspettando che nel forno cocessero delle patate e mi sentii rincuorato dalla speranza di poter partecipare al pasto. Mi ero seduto da poco quando entrarono due alpini seguiti da un gatto il quale, data la posizione in cui mi trovavo, non poteva che passare accanto a me, gli sguardi di tutti puntavano nella mia direzione e non mi lasciai certo sfuggire l’occasione: appena mi arrivò a tiro afferrai l’animale e, con uno scarpone abbandonato trovato lì vicino, lo colpii più volte violentemente sul naso.

Quando fu morto, senza nemmeno alzarmi, lo passai ai cuochi improvvisati e cinque minuti dopo era nel forno a cuocere con le patate. Forse attratti dall’odore di cibo entrarono due ufficiali degli alpini i quali, con evidente accento piemontese, mi domandarono cosa cocesse in quel forno; risposi loro in dialetto: “in cunii da cup” (un coniglio da tetti); capirono subito che era un gatto, ma capirono anche la chiara intenzione di tutti noi di non dividere anche con loro il nostro pasto: sapevamo tutti benissimo che per gli ufficiali era più facile che per noi soldati trovare di che sfamarsi.
Nel giro di nemmeno mezz’ora tutto il cibo era sparito.

Da otto giorni era la terza volta che riuscivo a  mettere qualcosa in bocca per mangiare.
Dopo aver riposato un paio d’ore e con un po’ di energia in più, mi rimisi in cammino velocemente per cercare di riguadagnare posizioni nella colonna e camminai tutta la notte.

Alle prime luci dell’alba vidi in lontananza un villaggio con all’entrata due grandi capannoni posti ai due lati della strada che la colonna di soldati stava percorrendo. Li avevo quasi raggiunti quando all’improvviso dal loro interno partì una violenta sparatoria; fu una immane carneficina, sotto il fuoco incrociato dei Russi gli uomini cadevano tra urla, sangue e i fischi delle pallottole, pochi attimi e moltissimi compagni che avevo visto correre accanto a me giacevano a terra con una pallottola in testa. Incredibilmente io ne uscii senza un graffio, e collegai la mia fortuna a mia mamma, alla sua mano che mi accompagnava sempre proteggendomi.

La mattina del ventisei gennaio poco dopo le dieci raggiunsi una larga spianata e vidi che la colonna si era fermata dilagando a dismisura. La ragione fu presto chiara: eravamo nei pressi del paese di Nicolajevka, occupato da almeno due divisioni di Russi intenzionati a non farci passare ed a catturarci tutti.

I combattimenti infuriavano già dalla mattina, ma i nostri soldati non riuscivano a sfondare. La spianata dove eravamo ammassati terminava in un leggero avvallamento al fondo del quale scorreva la linea ferroviaria; il paese da espugnare sorgeva sull’argine opposto, leggermente in salita.
I nostri attacchi si infrangevano contro la ferrovia, dalla città ci colpivano con le cannonate mentre sulle nostre teste volteggiavano i caccia mitraglieri russi che mitragliavano e andavano via; alle  cinque del pomeriggio eravamo ancora fermi.

Restare allo scoperto durante la notte significava morire tutti di freddo, così il generale Reverberi decise che, morire per morire, avremmo attaccato in massa. Diede l’ordine di avanzare tutti insieme così una valanga umana scese verso il paese e bastò questo per far fuggire i russi e dare a noi la possibilità di entrare. Io cercai di arrivare tra i primi, con la speranza di trovare un po’ di cibo, e così fu: entrai in un’isba dove c’era un soldato russo ferito adagiato su di un letto e accudito da alcune donne, lo riconobbi come soldato perché portava ancora in testa il berretto con una grande stella rossa al centro; benché impugnassi una pistola, feci loro capire che non avevo cattive intenzioni, a me interessava solamente avere del cibo: sul davanzale della finestra trovai una gamella con dentro un pezzo di carne che sarà stato mezzo chilo e, sotto il tavolo, una bottiglia con un liquido dorato che pensando fosse olio presi per usarlo come condimento.

Uscito in fretta cercai un luogo isolato, accesi un fuoco con della paglia e, benché mi fossi accorto che il liquido giallo era miele e non olio, cercai di cuocere la carne utilizzandolo ugualmente. Il risultato fu desolante: la carne era affumicata, bruciacchiata e anche caramellata, ma quello fu, in virtù della gran fame che avevo, uno dei pasti più soddisfacenti della mia vita.

Ormai si era fatta notte fonda e, non essendomi più possibile trovare posto in un’isba, mi riparai in un pagliaio, come avevo già fatto altre volte.
Alle quattro del mattino eravamo già di nuovo in marcia perché temevamo un ritorno dei russi e non ci fermammo per due giorni fino a quando, con grande sollievo, non capimmo di essere fuori dalla sacca che ci circondava.

Eravamo molto contenti, pensavamo che da quel momento in poi le nostre condizioni sarebbero migliorate ed a quel punto avremmo avuto molte più probabilità di cavarcela, ma tra di noi pesava la consapevolezza di essere i superstiti di un grande numero di persone che non sarebbero mai tornate in patria.

L’illusione che le marce forzate fossero finite durò poco: capimmo presto che la strada percorsa non era che la metà della metà di quella ancora da percorrere, infatti dovemmo riprendere il cammino sempre a piedi, l’unico miglioramento fu che qualcosa da mettere sotto i denti, anche se solo generi in natura, ci veniva dato tutti i giorni; percorrevamo circa venticinque chilometri al giorno, ma di notte, almeno, ci si riposava al caldo nelle isbe.

Questa casella mail è curata a titolo personale e gratuito da Primarosa, primarosa_pia@yahoo.it
figlia del superstite Natale Pia  kz 115658 Mauthausen-Gusen
e nipote di Vittorio Benzi kz 115373 morto di fame e fatica a Mauthausen-Gusen a 17 anni,
Biagio Benzi kz 43493 superstite di Flossenbürg  e Giovanni Benzi, kz 7332 superstite di Bolzano,
tutti partigiani vittime del rastrellamento avvenuto nella zona di Nizza Monferrato il 3 dicembre 1944.
Primarosa Pia ha frequentato il corso: Insegnare la Shoah presso
The International School for Holocaust Studies di Yad Vashem, a Gerusalemme
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Per non dimenticare - 27 gennaio 1945
Germania, aperti gli archivi dell'Olocausto
BERLINO (28 novembre) - Da oggi le pagine più nere dell'Olocausto sono accessibili al pubblico.
E' stato aperto infatti l'archivio dell' International Tracing Service (Its) della Croce Rossa con sede Bad Arolsen, una piccola città  al centro della Germania.
Gli archivi sono gestiti dagli undici paesi dell'Europa incaricati, in virtù di un trattato del 1955 e fino ad ora erano accessibili solo ai  parenti delle vittime dell'olocausto per informarli della sorte dei loro cari.
Al loro interno ci sono le informazioni riguardanti 17,5 milioni di deportati, cinquanta milioni di documenti sui piani di sterminio nazisti  e anche la famosa Schindler's list. I nazisti tennero nota meticolosamente dei loro crimini, perciò oggi scienziati e storici di tutto il  mondo avranno a disposizione un patrimonio informativo immenso.

L'archivio è stato fondato nel 1943 dalla Croce Rossa britannica e dal '55 sotto la direzione del comitato di Ginevra, ma la  proprietà formale è del governo di Berlino come eredità della Germania nazista.
Il sottosegretario agli esteri per l'Europa, Gunter Gloser ha detto oggi: «Desidero invitare tutti gli scienziati a farne uso  e permettere così una riflessione su questo capitolo oscuro della storia tedesca».
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La saga dei fratelli Calvi


Cento anni fa la campagna di Libia, poi la Guerra Bianca
Nel Castello di Udine di Carlo Emilio Gadda c'è un capitolo intitolato «Imagine di Calvi». Il 29 aprile 1916 lo scrittore era in servizio come sottotenente al Passo Brizio, sulla Vedretta della Lobbia, e fu testimone della seconda avanzata sui ghiacciai dell'Adamello compiuta dagli alpini. Fra i protagonisti di quella giornata, uno degli eroi bergamaschi della Guerra Bianca, Attilio Calvi.
Nel capitolo a lui intitolato Gadda ci ha lasciato questo ricordo delle ultime ore di vita del giovane ufficiale ferito a morte: «L'avevo riveduto, il tenente dagli occhi fermissimi senza sorriso. Disteso al suolo, una coperta grigia, come un sudario, lo ricopriva: nel volto viveva lo sguardo. La bufera saliva dal Mandrone, tormentava infaticata il lembo della tenda bianca, gommata come le cose dè medici, crociata come il magazzino del dolore sanguinante. Crudeltà vetrosa, il nevischio turbinava dentro la tenda, feriva ancora, implacato, il tenente. Dietro di me il cappellano gli disse: "Coraggio!". Rispose in bergamasco: "Cosa devo farmi coraggio, che non posso neanche respirare?"».
Attilio era il secondo dei quattro fratelli Calvi: oltre a lui, c'erano Natale, Santino e Giannino. Tutti erano nati a Piazza Brembana e tutti furono eroi della Grande Guerra, che, direttamente o indirettamente, se li portò via.
Attilio era tornato a Piazza Brembana nella primavera del 1913, reduce dalla guerra di Libia, dove nel 2012 l'aveva raggiunto il fratello Natalino. Lequindici medaglie al valor militare (alcune alla memoria) non valsero a consolare il padre, che morì di crepacuore, né la madre, che per tutto il resto della vita sarebbe stata un'impietrita custode della loro memoria. Di lei ci resta una foto. Sul petto ha appuntate tutte le medaglie conquistate dai suoi scèc. Lo sguardo è pervaso dalla vertigine di una tristezza senza fondo. È ferma e composta: una sfinge di dolore. Solo le labbra, lievemente sollevate da un lato in una contrazione dolorosa, tradiscono l'orrore di sopravvivere.
Le salme dei figli rientrarono a Piazza Brembana il 30 ottobre 1921. Per la solenne cerimonia inviarono attestati di cordoglio Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, mentre Gabriele d'Annunzio donò una cospicua somma per la realizzazione di un monumento funebre. I bassorilievi di Manzù avrebbero invece decorato il monumento in marmo di Zandobbio eretto a Bergamo in piazza Matteotti, seguito nel 1952 da un nuovo monumento al Passo del Tonale. Oltre alle innumerevoli vie intitolate ai quattro eroici fratelli pressoché in tutti i paesi della Bergamasca, la loro memoria è tramandata anche dal rifugio costruito dal Cai di Bergamo nel 1935 sopra Carona.
Nella notte del 29 aprile 1916 Attilio e Natalino comandavano due delle tre colonne di attacco e il loro ruolo fu decisivo per la vittoria italiana nella battaglia della Lobbia. Attilio cadde mentre, dopo avere conquistato la postazione assegnatagli, accorreva ad aiutare la terza colonna in difficoltà sul Dosson di Genova. Sentiamo Gadda: «Trafitto nel polmone all'assalto del Dossòn di Genova, trasportato alla tenda gommata del Brizio, il tenente Attilio Calvi moriva. Suo fratello, l'altro Calvi, adempiva in quel momento, come in ogni momento, ai suoi doveri militari: a pochi chilometri, sotto le difese ultime del nemico. Il tenente Attilio Calvi, supino, rantolava, in un ànsito senza conforto. Le mie labbra, dopo quella risposta, non ebbero una parola per il morente. Lo guardai a lungo, senza osare dir nulla, mi ritirai. La bufera mi accecò».

Santino o Nino, come era più spesso chiamato, guidò sull'Adamello le più importanti battaglie della Guerra Bianca. Per il coraggio dimostrato in azione era adorato dai suoi alpini, con i quali parlava sempre in bergamasco.
 
Santino morì sull'Ortigara, al Passo dell'Agnella, il 10 giugno 1917. Si era slanciato all'assalto alla testa di pochi superstiti. Una pallottola lo colpì in fronte, cadde, ma si rialzò, urlando: «Avanti, avanti, alpini della valanga!». Fu raggiunto da un secondo proiettile, che gli trafisse il cuore. «Chèsta l'è chèla giösta» disse e si accasciò. Giannino, il terzo fratello, combatté in prima linea sul Grappa, ma la morte lo colse all'ospedale militare di Padova nel gennaio 1919 per febbre spagnola.
Fu una delle quattrocentomila vittime italiane dell'epidemia: poco meno di quante ne morirono in guerra. Restava solo Nino, ferito negli ultimissimi giorni di guerra e mutilato a un piede. Tornò amareggiato alla vita borghese e fu sulle montagne dove aveva combattuto che andò a cercarsi la bella morte. Attaccò da solo la parete nord dell'Adamello. A poca distanza dalla vetta fu investito da una valanga e precipitò. Era il 16 settembre 1920.
FRANCO BREVINI
Il Corriere della Sera - 27 agosto 2012
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Il monte Arera disegnato da Leonardo Da Vinci
in Valle Brembana


Un rarissimo schizzo gelosamente custodito nel codice Windsor alla Royal Academy di Londra raffigurante il monte Arera una della più belle montagne delle terra Bergamasca.

Scoperto da pochi anni e ancora avvolto da dubbi e il ritrovamento di uno schizzo di Leonardo da Vinci raffigurante il monte Arera una delle vette simbolo della terra Bergamasca.

Datato attorno al 1509 anno in cui Leonardo visitò il Bergamasco e il Bresciano in modo particolare la cave di Dossena. Ora è di proprietà del castello di Windsor e della Regina Elisabetta. Oltre a questo ritratto Leonardo tracciò le mappe schematiche delle Valli Brembana e Seriana e costituiscono la prima rappresentazione geografica delle due valli. Il territorio della Valle del Riso e dell’Alta Val Serina fino a Dossena, viene rappresentato con precisione nella mappa della Val Seriana dove sono segnalate le località di Ponte Anossa, (Ponte Nossa) Ghoren (Gorno), Oltra Colle (Oltre il Colle) Valpiana, Serina, Dossena con la relativa strada di collegamento e l’indicazione in miglia delle distanze fra i paesi. 

Il ritratto del Monte Arera è stato per tempo punto di discussione sulla sua veridicità e se fosse davvero la montagna che tutti indicavano.

Leonardo in quel periodo stava studiando l’applicazione di un congegno meccanico che avrebbe facilitato la fusione e la forgiatura di picche, chiodi e punte di frecce per balestre di precisione. Considerando che la più alta produzione di manufatti finiti in ferro avvenne in quel secolo proprio nell’area di Dossena, Parina e Arera ospitato dalla serenissima soggiorno in questi luoghi per un lungo periodo. In questo luogo c’era abbondanza di magli e forni per la modellazione del ferro, qui poteva costruire cognegni sfruttando l’energia dei corsi d’acqua.

La stessa Serenissima aveva una necessità primaria di quel ferro per la guerra contro il turco nell’Egeo. Quindi il nostro Leonardo si trovava ai piedi dell’Arera per studiare le sue nuove macchine di Forgiatura e ne approfitta per ritrarre il paesaggio circostante. Lo stesso schizzo è divenuto il simbolo dell’associazione culturale “Ultra Collem”.

Bergamonews - 4 giugno 2012

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«Bortolo Belotti al confino»


Così il duce deportò il pensiero
Arrestato e poi 6 mesi a Cava dei Tirreni. Graziato su richiesta della figlioletta: le memorie della famiglia diventano un libro

La sera del 27 ottobre 1930 a Milano, un noto avvocato, ex ministro del Re, viene perquisito, arrestato e portato a San Vittore. Certo di essere subito liberato, trascorre invece una decina di giorni nel quinto raggio e viene poi spedito al confino. Destinazione Cava dei Tirreni.

Vi resterà sei mesi. A volere la sua condanna e a stabilire la pena - si saprà dopo - è Benito Mussolini in persona. E l'ingiustamente confinato? É Bortolo Belotti: uno dei bergamaschi più celebri del
secolo scorso.
Nato a Zogno nel 1877 da famiglia di solide tradizioni liberali, politico, giurista, storico (sua la monumentale Storia di Bergamo e dei Bergamaschi scritta più tardi), al momento dell'arresto aveva già alle spalle tre legislature come deputato al Parlamento (con notevole impegno per far uscire la Val Brembana dalla grave arretratezza economica in cui versava), ed esperienze come sottosegretario al Tesoro, rappresentante dell'Italia alla prima assemblea della Società delle Nazioni (nominato da Giolitti).

Ministro dell'Industria e del Commercio con il governo Bonomi (fra il 1921 e il 1922, all'inizio dell'ascesa del duce), avendo poi preferito non ricandidarsi al turno successivo - le elezioni del 1924 - nelle quali i liberali si presentarono con i fascisti.

Se sin qui, la grottesca vicenda che aveva trasformato Belotti (che pur dichiarava di non essere fascista) in un «soggetto pericoloso alla sicurezza pubblica e all'ordine nazionale dello Stato», era nota, tutto l'episodio viene ora offerto ai lettori dal protagonista.
I due fitti quaderni riempiti da Belotti per ricostruirlo, gelosamente custoditi dalla figlia Bianca Maria (mancata nel 2008) e in precedenza dalla vedova, Angelica (spentasi nel 1988), sono infatti diventati un libro voluto dal nipote Gianluca La Villa: «Confinati dal duce - Memorie del mio confino a Cava dei Tirreni» (Gabrielli Editori, pp. 153, € 15). Si tratta di un memoriale, corredato di note e fotografie, interessante nella sua cifra morale forse ancor prima che come documento storico.

Difficile non avvertire nell'uomo che lo ha scritto la forza degli affetti familiari e della fede, l'attaccamento alla terra d'origine, valori come la lealtà, la giustizia, la libertà concepita come il bene civile più grande. Non solo. Se sull'accusa formale che aveva procurato la «villeggiatura coatta» a Belotti, erano state già state date diverse versioni in altre fonti (gli si imputava di apprestarsi a collaborare a una futura rivista contro il regime insieme a Ivanoe Bonomi, e così si deduceva
da una lettera - aperta dalla polizia politica - indirizzata proprio all'uomo che era stato presidente del Consiglio dal 1921 al 1922), la contestazione - ben si capisce da queste pagine - si allargava ad altro.

Ad esempio ai cenni presenti nella stessa missiva, poco lusinghieri circa scandali amministrativi e finanziari dei quali tutta l'Italia parlava (a bassa voce) e denuncianti l'impossibilità di poter scrivere la storia del proprio tempo.

«Noi la storia la facciamo, non la scriviamo. Ho disposto perché quel signore abbia a veleggiare per il Tirreno, dove avrà tempo di riflettere sui suoi sentimenti», queste le parole che Mussolini avrebbe pronunciato a Roma già la mattina del 27 ottobre, presenti seicento federali fra il quali il ragionier Cristiani di Bergamo (che poi le riferì).
 
Ma c'è di più, come fa notare Ivano Sonzogni nella postfazione a questo libro dove si registrano anche «mezze verità», si trattava in ogni caso di pretesti per neutralizzare un uomo che, pur ritiratosi dalla politica attiva, voleva solo restare fedele ai propri ideali. Non per nulla le carte della Prefettura milanese sulla proposta di confino accusano Belotti di nascondere «i veri suoi sentimenti di accanito antifascista e di sistematico oppositore del regime».

Nel libro scorrono figure note o meno note, bergamasche e non. Il fratello Bernardino e altri familiari, l'ex compagno di liceo al Sarpi Carlo Vittorio Vitali.
La cugina Tilde Pesenti Costa, Giuseppe Gavazzeni (padre del Maestro Gianandrea), l'avvocato Carlo Bana (definito «bel cuore bergamasco»), il valdimagnino Daina e il trevigliese Balestreri imprenditori che lavoravano vicino a Cava dei Tirreni, Angelo Brignoli, il «contino Suardi» e l'allora monsignor Gustavo Testa... Tutti ricordati nel loro prodigarsi o meno o non per risolvere la vicenda.

E poi ecco, Enrico De De Nicola e Giuseppe Paratore meno partecipi del dramma del compagno di partito, persino rispetto a fascisti ben noti a Belotti, come Carlo Maria Maggi, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, e Antonio Stefano Benni, presidente della Confindustria. Ecco padre Fachinetti, confessore di Mussolini, Negrisoli testimone delle nozze del duce a Treviglio, o Luigi Veratti, il medico del Cavalier Benito, che gli trasmette la prima delle due letterine della figlia di Belotti per chiederne la liberazione per il Natale del '30
Il 19 gennaio '31 Mussolini farà sapere alla Direzione di Pubblica sicurezza, che, per rispondere a quella bambina, Belotti sarebbe stato liberato nella prossima Pasqua. Come avvenne. Prima di quella data - 5 aprile del '31, nell'esultanza di Bergamo e della Val Brembana e con la stampa estera a darne notizia - una litania di umiliazioni qui descritte nei dettagli. In carcere. E, meno, al domicilio coatto di Cava dei Tirreni. A 800 chilometri da casa e dagli affari (con clienti importanti che si defilano).
Sorvegliatissimo. Pur con «il conforto della vista del mare», del luogo dove «fu anche il nostro Tasso fanciullo», delle visite dei familiari, e di tempo a disposizione per tradurre in dialetto quei canti di Dante pubblicati l'anno dopo titolati provvisoriamente «Ricordo del mio confino a Cava dei Tirreni per i compatrioti bergamaschi e omaggio bergamasco a Dante».

MARCO RONCALLI- Il Corriere della Sera - 12 marzo 2012
 

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La vera storia della strega di 'Hansel e Gretel'


Molti di noi sanno che la maggior parte delle donne processate in passato e torturate e uccise con l'accusa di stregoneria, altro non erano che erbane, levatrici e guaritrici di vario genere. Oppure donne che non avevano fatto nulla di speciale ma che erano state coinvolte in qualche litigata fra vicini, o che avevano rifiutato qualche spasimante e che erano state denunciate al tribunale secolare per vendetta.

O addirittura, donne che vivevano un'esistenza un po' eccentrica e fuori dalle righe rispetto agli abitanti nel resto del villaggio, e che per questo suscitavano molti sospetti in un' epoca in cui il timore nei confronti della "progenie del maligno" aveva ormai sfondato la soglia della paranoia.

La storia che vi racconterò oggi riguarda una donna che è passata alla storia con la nota fiaba dei fratelli Grimm "Hansel e Gretel".

Nella fiaba il personaggio è, come tutti sanno, una vecchia sgradevole e malvagia che attira i bambini nella sua casetta di pan pepato, per poi farli ingrassare rinchiusi in una gabbia, cuocerli in un forno e divorarli.

Nella realtà pare che fosse una donna giovane e forse anche avvenente (ti pareva), oltre che un'abilissima... pasticcera di professione!

Ma andiamo con ordine. Leggendo un interessantissimo libro intitolato "Il posto delle favole. Un viaggio nella narrativa popolare europea" di Alberto Mari (edizione Grande Fiabesca, Stampa Alternativa), mi sono imbattuta in questa interessante teoria nel capitolo sulle fiabe provenienti dalla Germania.

Secondo l'autore la Foresta dello Spessart , anche se non menzionata dai fratelli Grimm, fa da sfondo sia alla fiaba "Hansel e Gretel" sia alla vicenda realmente accaduta, che in realtà si trattò di un vero e proprio omicidio ai danni della cosiddetta "strega".

Alberto Mari menziona un'opera intitolata "La strega e il panpepato", dove Hans Traxler (illustratore, caricaturista, amante della letteratura di genere) ricostruisce la drammatica storia basandosi sulle intuizioni, sulle indagini e sulle scoperte di George Osseg, un archeologo della fiaba che andò direttamente sul posto ad analizzare la zona dove avvenne il macabro omicidio e a ricercarne tutti i riscontri all'interno del famoso racconto.

Secondo quanto scrive Mari, a condurre Osseg sulla pista giusta sarebbe stata un'incisione in un'edizione delle fiabe dei fratelli Grimm del 1818: quando questi andò per la prima volta nella foresta dello Spessart riconobbe subito il luogo raffigurato nell'incisione, la cui somiglianza era impressionante.

Se guardate qua di fianco, l'incisione è quella a sinistra, mentre a destra c'è una foto che mostra come la foresta si presentava nel momento in cui vi giunse Osseg. Anche le due immagini qui sotto sono di una somiglianza incredibile: l'incisione, a sinistra, tratta dall'edizione Dorfeldt delle "Fiabe del Focolare"(1818) aiutò Osseg a rintracciare il posto preciso dove sorgeva il rifugio della "strega", mentre a destra c'è una foto (scattata prima degli scavi il 10/7/72) del luogo dove furono rinvenuti i resti del muro maestro della casa.

Il muricciolo in primo piano a sinistra è un resto dell'imboccatura del pozzo (queste immagini sono tratte dal libro di Alberto Mari precedentemente menzionato).

Analizzando il testo della fiaba, il ricercatore fu inoltre in grado di riconoscere il luogo preciso dove sorgeva la casetta della donna misteriosa.
Per esempio, è interessante analizzare il dialogo che avviene fra Hansel e il padre mentre i bambini, di primissimo mattino, vengono condotti nella foresta.  Quando il padre chiede a Hansel il motivo per cui lui si sofferma a guardare indietro verso la loro casa, il bambino si giustifica dicendo: "Stavo guardando il mio gattino bianco, seduto sopra il tetto, che mi vuole dire addio." E il padre: "Folle, non vedi che non è il tuo gatto, ma il primo sole che brilla sui comignoli?".

Da questa frase Osseg riuscì a capire che i comignoli erano controluce, e che quindi la famiglia si stava dirigendo nella direzione opposta a quella del sole che sorge: il sentiero da ricercare era un tratto di strada che si addentrasse nella foresta dello Spessart in direzione ovest.
Da diversi altri elementi all'interno della narrazione (che qui sarebbe troppo complesso analizzare) Osseg intuì che il luogo dove più probabilmente sorgeva la casa della strega era un poggio presso una radura dove scorre un corso d'acqua proveniente dal fiume Aschaff, che attraversava "il bosco della strega" (definizione ricavata da un'espressione contadina).

Grazie agli scavi fu rinvenuto un rudere solitario, una tipica costruzione delle foreste dell'Assia. In seguito vennero alla luce quattro forni, e in uno di essi fu trovato sepolto uno scheletro di donna. Gli esperti che accompagnavano Osseg appurarono che la morte della donna avvenne prima di venir parzialmente bruciata, e che la "strega" al momento della morte non doveva avere più di trentacinque anni.

Cosa poteva aver spinto una donna ancora piuttosto giovane (e non certo obbrobriosa come venne poi descritta nella fiaba dei Grimm) ad andare a vivere in un bosco isolato, lontana da ogni contatto umano? Doveva nascondersi da qualcuno?

Le indagini nel casolare solitario proseguirono, e vennero trovati i resti di una ricetta, degli arnesi da pasticceria e una focaccia bruciacchiata. Osseg fece cuocere una focaccia secondo la ricetta rinvenuta, vecchia di trecento anni, e il risultato corrispondeva molto da vicino al panpepato tipico di Norimberga.

Le indagini sembravano a un punto morto, quando Osseg, analizzando la corrispondenza degli stessi fratelli Grimm, trovò una lettera in cui Jacob scriveva al fratello Wilhelm: "Questa storia dei due fratelli mi pare troppo violenta per trovar posto nella nostra raccolta... Se solo la giovane strega fosse una brutta vecchia con la gobba, su cui magari stesse appollaiato un corvo o un gatto, il tutto potrebbe sortire un effetto altamente istruttivo e denso di significato".

Osseg dedusse quindi che i fratelli Grimm modificarono la storia per motivi "etici", trasformando la donna solitaria in una megera dagli "occhi rossi e la vista corta, con fiuto finissimo come gli animali, capaci si sentire quando un essere umano si avvicina", ma che si tradirono in alcuni punti del testo, rivelando l'idioma puro dei contadini di Harz parlato nei dintorni di Wernigerode.

Osseg andò così a fare ricerche in quella località, e trovò un documento di un processo per stregoneria, in cui una donna, certa Katharina Shraderin, fu accusata nel 1647 con l'assurda imputazione di aver confezionato dolci diabolici, in grado di provocare "bestiali concupiscenze", e di attirare gli uomini nel bosco coprendo il tetto della sua casetta con "pastizeria", per ucciderli e divorarli.
Secondo il verbale la donna resistette alla tortura e non confessò.

Venne assolta ma in seguito fece una fine simile a quella della strega nella fiaba: venne strangolata e in seguito mezzo-carbonizzata da Hans Melzler e dalla di questi sorella Greta. I due assassini, ovviamente, non vennero condannati.

Osseg potè infine ricostruire la storia per intero.

Hans Melzler era un pasticcere della corte ducale che inizialmente avrebbe corteggiato Katherina per riuscire a carpirle la ricetta segreta della sua focaccia speciale. La giovane, dopo averlo rifiutato più volte, a causa della sua insistenza fu costretta a rifugiarsi nel bosco, nella casa dell'Engelesberg. Qui riuscì a trovare un po' di pace e a vivere sfornando i suoi dolci che erano molto apprezzati nelle corti di Fulda e Magonza.

Dopo qualche tempo, però, Melzler per vendetta avrebbe denunciato Katherina, accusandola di stregoneria. In seguito, quando la ragazza fu rilasciata, il pasticcere decise di risolvere il problema alla radice: insieme a sua sorella Greta andò a rintracciare di persona Katherina e la uccise. A quei tempi la foresta dello Spessart era così fitta e intricata, talmente priva di mappe e indicazioni che persino
due persone adulte avrebbero dovuto lasciare delle tracce sul percorso per ritrovare la via del ritorno.

E forse fu proprio questo che ispirò ai fratelli Grimm la famosissima fiaba "Hansel e Gretel".


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Note di medici italiani e francesi sulla pellagra in Valle Brembana di metà Ottocento

L'ottocento fu per la Valle Brembana un secolo di gravi carestie e di terribili epidemie che, oltre ad un alto tasso di mortalità, portò ad un’ondata migratoria senza eguali.
Numerosi furono inizialmente i casi di tifo petecchiale, ai quali si aggiunsero ben presto malattie infettive come il colera, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina e la difterite, detta anche mal del grop. Vi era poi il gozzo, particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.
 
Queste malattie, a parte il gozzo che era tipico dell’alta montagna, colpivano tuttavia anche le città e le aree di pianura, così come quella che si rivelò poi una vera e propria piaga e che fu oggetto di studi a livello internazionale: la pellagra.
 
Il mal della rosa, così chiamata per le macchie rossastre che comparivano su tutto il corpo, si diffuse nell’Italia centro-settentrionale a partire dalla seconda metà del Settecento e la causa determinante fu l’alimentazione quasi esclusivamente basata sulla polenta.
 
Inizialmente non fu riconosciuta, essendo confusa con lo scorbuto e curata presso l’Ospedale Maggiore con un antiscorbutico, il succo di un’erba detta coclearia, la cardamine asarifolia, assai frequente nei luoghi umidi delle nostre valli.
 
Poi, nel corso del XIX secolo, prevalse la tesi per cui si attribuiva la responsabilità dell’insorgenza del morbo al mais guasto, come sostennero Lodovico Balardini prima e Cesare Lombroso poi.
 
Dovuta ad un peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali conseguente a quello dei patti agrari, che costrinsero i contadini e i poveri a nutrirsi sempre meno di pane bianco e sempre più con polenta di mais, la pellagra fu anche definita la malattia delle tre D, in base appunto ai suoi tre stadi di evoluzione.
 
La sintomatologia della pellagra presentava, infatti, una prima fase di dermatite ed eritema (screpolatura delle mani e squamatura della pelle esposta al sole), seguita da un secondo stadio caratterizzato da vertigini, debolezza fisica e disturbi gastrointestinali, il cui sintomo prevalente era la diarrea.
 
Senza alcun intervento volto a modificare la dieta alimentare,(nota1) la malattia evolveva infine in demenza e veniva curata con il ricovero manicomiale, anche se nella maggior parte dei casi portava la morte.
 
Talmente elevato fu il numero di pazzi pellagrosi che intorno al 1830 si rese necessario adattare il convento di Astino, ceduto sul finire del ‘700 dal comune di Bergamo all’Ospedale Maggiore, a manicomio (e lo resterà fino al 1892).
 
All’epoca, come per molte altre gravi malattie, i medici si divisero riguardo all’individuazione delle cause della pellagra.
 
Il medico e fisiologo Filippo Lussana (1820-1897) si trovò impegnato “sul campo” ad affrontare la terribile epidemia e ne divenne il principale studioso.
 
Da semplice medico condotto, si applicò inizialmente allo studio del morbo a San Pellegrino Terme, dove operò dal 1844 al 1848; studi che proseguì poi nelle altre valli bergamasche, a Mologno, frazione di Casazza, in Val Cavallina, e a Gandino, in Valle Seriana.

 

I risultati delle sue ricerche e delle sue osservazioni furono riportati in varie monografie, la prima delle quali fu pubblicata nel 1854 con il titolo "Su la pellagra. Studj pratici del dottore Filippo Lussana".

Anna Fusco

 

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Fantasmi a Bergamo


Dopo il diavolo e gli spiriti, torniamo a parlare di entità soprannaturali nella provincia di Bergamo, così ricca di tradizioni popolari in merito. 

A Brignano d’Adda ad esempio, i vecchi raccontano del Fantasma di Cügiane. Nel campo detto di Cügiane, dal soprannome dei proprietari, mentre i contadini lavoravano, una certa donna stranamente vestita, a una certa ora del mattino o del pomeriggio, si avvicinava per invitarli a colazione o a merenda, dicendo: «Venite, è tutto pronto». I contadini, come si può credere, affamati e stanchi, si affrettavano verso il luogo dove effettivamente era preparata una tavola imbandita, ma quando stavano per cominciare il pasto, ecco che spariva tutto. Dopo pochi istanti la donna riappariva sopra uno degli alberi vicini a ridere di loro.

Radicata nelle valli bergamasche è anche la superstiziosa credenza dei «confinati». Venivano chiamati così coloro che erano morti senza ricevere da un
sacerdote il sacramento dell’estrema unzione. Si diceva che questi non potessero rimanere nella tomba benedetta del cimitero e quindi si mostrassero di
notte vicino al cancello d’entrata, oppure ogni mattina il loro corpo era ritrovato allo scoperto sotto la fossa. In questo caso i corpi venivano presi e sepolti in un luogo dove non si sentivano le campane: infatti vuole la leggenda che solo lontano dai luoghi sacri questi corpi riuscivano a trovare pace.

In Costa Serina si racconta che questi «confinati» uscivano dalla tomba emettendo urla e lamenti infernali e addirittura che tra questi dannati ce ne fosse uno che aveva
preso l’abitudine di passeggiare sottoforma di cane color della brace, dal viso però umano, per le strade della frazione di Zogno.

Proseguendo il nostro viaggio, si racconta poi che durante certi temporali l’anima di un ladro sacrilego sottoforma di grande gru nera appare tra le nubi al di sopra della chiesina che sorge nel villaggio di Orezzo. La tradizione vuole infatti che una volta, molti anni fa, un ladro si fosse introdotto nella chiesina per sottrarre la pisside e gli altri vasi sacri con i gioielli, di cui era adorna la statua della Madonna.

Dopo aver svuotato la pisside gettando le particole consacrate in una fontana vicina e dopo aver fatto un fagotto di quanto aveva trovato, il ladro era fuggito, ma nell’attraversare il bosco era stato colpito e
incenerito da un fulmine. Gli oggetti rubati erano stati poi recuperati intatti e anche le particole erano state tolte dall’acqua miracolosamente asciutte. Proprio per la particolare forma che assume questo fantasma la valle in cui appare ha preso il nome di Valle della Gru.

Viene narrata infine in valle Imagna la visione di un certo Padre Claro che si recò con un confratello in un paese della Val Serina di cui non si sa il nome. Il
parroco del paese li accolse malvolentieri e dopo la funzione e una magra cena, annunciò ai due predicatori che sarebbero dovuti andare a dormire in una casa vicina dove «ci si sentiva». Effettivamente i due frati passarono una tale notte che il mattino seguente, uscendo dalla camera, Padre Claro si accorse che il suo compagno era sbiancato dallo spavento.

Dalla mezzanotte all’Ave Maria del mattino era stato un succedersi, per tutta la casa, di urla e di pianti, strascicar di catene e rimbombare di colpi alle porte delle camere dei due malcapitati ospiti. Il peggio era che avrebbero dovuto passarvi anche la notte seguente. Rassegnati alla loro sorte, si accordarono di rimanere in orazione, tutti e due nella stessa stanza.

A una certa ora, ecco un risuonare di colpi ripetuti alla porta. Padre Claro disse: «Se qualcuno ha bisogno di noi, venga avanti in nome di Dio». Ed ecco apparire e farsi avanti il fantasma di un
personaggio vecchissimo, coperto di strani abiti, al quale Padre Claro domandò: «Che volete?». «Te lo dirà chi mi segue» rispose lo scheletrico anziano, dietro al quale, uno dopo l’altro entrarono, andando ad allinearsi davanti ai due monaci, altri due fantasmi vecchissimi.

Dietro costoro si presentò d’un tratto l’aitante figura di un giovane di bell’aspetto, il quale, iniziando a parlare, rivelò che i tre che l’avevano preceduto erano dannati per essersi fraudolentemente impossessati della casa in cui si trovavano; egli era stato condannato alle pene del Purgatorio, perché, pur essendo loro erede, non era a conoscenza dell’indebita usurpazione perpetrata dai suoi avi.

Pregava però i due missionari di convincere i propri eredi a restituire la proprietà alla Chiesa affinché finisse la sua pena. La tradizione popolare non lo dice, ma si può credere che dopo quella visione Padre Claro si sia adoperato per l’adempimento di quanto gli era stato detto.

Davide Longoni

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Dal poiàt al baslòt. Un sussidiario per rivivere i vecchi mestieri



Il Centro studi Valle Imagna propone alle scuole bergamasche il «Quaderno degli antichi mestieri», schede didattiche, disegni e testi per «aiutare i più giovani nella scoperta e nella conoscenza del modo di vivere di un tempo».

Un mondo fatto di montanari, cascine, terreni coltivati, pascoli e boschi. Oggi perlopiù disabitato, fatto di silenzio e sentieri abbandonati. Il sussidiario è così un’occasione per i ragazzi di imparare il passato da cui vengono e per i loro nonni per rivivere quel mondo

Poiàt, corlàss, cornàl, mergòt, clòsa, bergamì, baslòt: sono parole il cui significato sfugge a tanti bambini  e ragazzi bergamaschi, eccetto quelli che crescono in famiglie in cui cultura e tradizioni locali non sono del tutto dimenticate.
Fino a qualche decennio fa appartenevano invece alla vita quotidiana di intere comunità prima che le grandi trasformazioni sociali ed economiche omologassero un po’ tutto, quasi riducendo montagna e pianura a un’unica grande periferia urbana. E non è solo una parte di memoria che se ne va. Oggi quando si compie una breve passeggiata o un’escursione nelle nostre valli lontani da asfalto e cemento, sentieri e mulattiere appaiono deserti, i boschi sono silenziosi, stalle, cascine, piccoli borghi sono disabitati: un mondo senza vita, senza anima.

Anche un adulto fa fatica a ricostruire come dovevano essere quei luoghi dove non ci si imbatte più nemmeno in un montanaro, non ci sono più bambini che giocano, non c’è neanche un cane che abbaia.
Ci vorrebbero ancora i vecchi (ol nono o anche ol barba, il nonno o lo zio) per ascoltarli mentre raccontano che famiglia
viveva in quella cascina (la cà), chi accudiva alla mucca e alle pecore, chi si poteva incontrare sul sentiero o alla fontana, e come si lavorava nell’orto e nel bosco.
Ma non essendoci più tata o barba disponibili come una volta, ci si potrebbe preparare non ricorrendo a una delle tante guide escursionistiche bensì al «Quaderno degli antichi mestieri» che il Centro studi Valle Imagna sta proponendo alle scuole elementari e medie della Bergamasca.
Un sussidiario come si diceva una volta, realizzato con schede didattiche, facile e semplice, con l’obiettivo di «aiutare i più giovani nella scoperta e nella conoscenza del modo di vivere di un tempo attraverso i disegni, la rielaborazione dei testi, i "giochi", le ricerche sul territorio, le interviste».

Apriamo allora a caso il Quaderno e ci soffermiamo su una pagina dove vengono illustrati i tanti perché di un luogo che adesso è «muto», dove più nessuno ci lavora e la gente è andata ad abitare altrove. Ecco allora i càp, i terreni coltivati a granoturco e frumento, con alberi da frutto e un po’ di vigna (quando l’esposizione lo permetteva); terreni che, se troppo in pendio, veniva terrazzati (le cosiddette sée) e sostenuti con muri a secco. E poi il pascolo per il bestiame e il prato per il fieno, il castagneto, il bosco e la legna con cui scaldarsi e fare da  mangiare, fabbricare utensili e costruire tetti.
Un ottimo lavoro quello portato a termine dalla curatrice, Veronica Masnada, insegnante, che, con il contributo di altre due colleghe, Mirella Roncelli e Rachele Boffelli, ha sviluppato il percorso didattico. Il volume è ben organizzato e si è invogliati a scorrerne le pagine grazie anche ai disegni di Cinzia Invernizzi (per gli oggetti e le architetture) e di Valentina Vanoli, con belle foto di noti autori (Santino Calegari, Rinaldo Della vite, Dante Frosio, Alfondo Modonesi, EmilioMoreschi).
Come testo didattico il Quaderno - che si presenta con il sottotitolo «Vita, cultura e lavoro nella tradizione della montagna orobica» - non è né un libro di memorie né di ricordi. È un testo «costruito» appositamente per richiamare l’attenzione dell’alunno, invogliarlo a leggere e a confrontarsi con quanto scritto, tra domande e risposte, disegni, fotografie, inviti a «mettersi alla prova», portandolo a conoscere luoghi, personaggi, proverbi, giochi, aspetti della natura, e, soprattutto,mestieri.

Quelli del contadino legati alla terra e alla casa, quelli del boscaiolo, del cacciatore al roccolo (che non era né uno sport né un passatempo), e poi come si sfruttava la forza dell’acqua per magli, fucine, torni, e come si costruiva una casa, o una stalla o un fienile, partendo dalla materia prima: la pietra.
Perno di tutto era la famiglia fondata sul pare (o anche chiamato tata) e la mare; con l’apporto dei figli e della loro presenza anche dopo sposati si veniva a formare la «grande famiglia», nella quale ciascuno svolgeva un compito ben preciso. Un’organizzazione «fondamentale perché questo nucleo fosse davvero un luogo saldo di protezione e sicurezza», che aveva nella casa (la cà) il proprio punto di riferimento.
Il Quaderno, realizzato con il sostegno del Credito Bergamasco, approvato e cofinanziato dal settore Cultura della Regione Lombardia e dall’Archivio di etnografia e storia Sociale, è il primo di una collana - «Scuola, formazione, insegnamento» - con cui il Centro studi Valle Imagna si rivolge direttamente al mondo scolastico, ai ragazzi delle elementari e delle medie.

Ma ci si può immaginare anche che il libro possa divenire un’occasione per genitori e figli, e anche con l’aggiunta dei nonni, di trovarsi attorno al tavolo per domandare, raccontare, spiegare, «condividere». «In questo primo volume – sottolinea Antonio Carminati, direttore del Centro studi – abbiamo dato spazio a mestieri prettamente maschili: muratore, boscaiolo, roccolante, fabbro. Il prossimo ci sembra giusto dedicarlo ai mestieri svolti dalla donna, considerato il grande ruolo che ha sempre avuto nella casa e nella comunità». Che fosse mare oppure regiura, senza di lei i camini non avrebbero mai fumato in Valle Imagna e nelle Orobie.

DI PINO CAPELLINI - L'Eco di Bergamo 1 dicembre 2011

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Breve Storia della Valserina

Una storia importante si ritiene che la Val Serina fosse già abitata in epoca romana e altomedioevale e non è escluso che già allora fossero sfruttate le miniere della Zona di Oltre il Colle e Dossena. La prima documentazione scritta risale tuttavia ai primi secoli del secondo millennio, in piena età feudale e ci indica che la valle era in gran parte possedimento feudale dei vescovi di Bergamo e dei canonici delle cattedrali e di nobili famiglie cittadine.
               
Con un documento del 1186 il vescovo Guala concesse agli abitanti di Bracca e di altre comunità vallari il diritto di pascolo e di caccia sull'Arera e le altre montagne della zona, riservando per sé la caccia all'orso, segno che questo animale era all'epoca ancora diffuso sui monti della vallata. Sul piano religioso nello stesso periodo tutte le comunità della Val Serina erano tributarie della pieve di Dossena, che era l'unica chiesa battesimale di quasi tutta la media e alta Valle Brembana.

Solo a partire dal Trecento cominceranno a costituirsi le prime parrocchie locali. Nel periodo comunale in Valle Serina si formarono due grandi comuni: quello di Bracca Lepreno, che occupava il settore occidentale, da Spino a Oltre il Colle, e quello di Costa, che aveva giurisdizione sul settore orientale. Tale suddivisione amministrativa è documentata da una serie di atti notarili rogati nel 1234 per la definizione dei confini.

Nel corso del Trecento la valle Serina, chiamata allora Valle Brembana superiore, entrò a far parte della signoria dei Visconti e da quel momento iniziò l'ascesa di Serina che più tardi, durante la dominazione veneta (1428-1797) sarà capoluogo della valle Serina, sede del vicario veneto.

Il ruolo di capoluogo di Serina era riconosciuto in forma solenne dai singoli comuni con una grande parata che si svolgeva ogni anno presso la residenza del vicario ed alla quale dovevano partecipare tutti i consoli, con otto soldati in assetto di guerra. A Serina, come si può leggere nella Relazione del Da Lezze del 1596, si svolgevano inoltre periodiche riunioni dei consigli di valle, alla presenza del vicario e dei consoli e dei sindaci, in ottemperanza alle norme stabilite dallo Statuto del 1468.

L'importanza di Serina andò diminuendo dopo l'avvento del regime napoleonico e il successivo governo austriaco, durante i quali si completò lo spostamento dell'asse amministrativo verso Zogno. Dopo l'unità d'Italia la Val Serina si è andata via via integrandosi con il resto del territorio brembano, mantenendo tuttavia, sia nelle strutture architettoniche e sia nelle tradizioni, un chiaro riferimento al suo importante passato.

Radicali trasformazioni hanno riguardato anche le attività economiche: in passato buona parte della popolazione vallare trovava sostentamento nell'agricoltura e nell'attività mineraria, sviluppata in particolare nelle zone di Serina, Oltre il Colle e Dossena, e completata con la lavorazione del ferro nei forni e nelle fucine.

Oggi le miniere sono chiuse e l'agricoltura mantiene una sufficiente vitalità nel settore dell'allevamento bovino, mentre si sono andate diffondendo le attività artigianali e il turismo, alimentato dalle bellezze dell'ambiente e dagli impianti sciistici.
Queste nuove attività hanno in parte frenato lo spopolamento della valle che mantiene da alcuni anni un livello demografico stabile.
L'acqua, i boschi e le montagne: Chi percorre la strada per la Val Serina, subito dopo Ambria incontra la stretta e tortuosa gola dell'orrido di Bracca, al cui interno scaturiscono le sorgenti della nota acqua minerale. Le virtù di quest'acqua, decantate anche dal futuro papa Giovanni XXIII, sono sfruttate per l'imbottigliamento industriale e fino alla metà del Novecento alimentarono una discreta attività termale, localizzata nell'hotel Fonte Bracca, che è stato rimesso a nuovo ed ha ripreso a funzionare come esercizio alberghiero.

A monte dell'orrido la valle si fa più ampia e ad Algua, superata una breve galleria, la strada si dirama in due direzioni: a destra sale verso il passo di Selvino e a sinistra verso la conca di Serina e il passo di Zambla.
In questo tratto i pendii si fanno più dolci e sono ricchi di boschi e pascoli, costellati da una serie di piccoli nuclei abitativi. I fitti boschi della Val Pagana, sul versante sinistro del torrente Ambria, e della valle d'Ola, alla base della Corna Pradella, presso Cornalba, l'ampia conca di Oltre il Colle e le verdi distese di pascoli della Val Vedra sono paesaggi incontaminati dove la natura non ha praticamente subito trasformazioni. Nella sua parte estrema la Val Serina è delimitata da una serie di montagne di grande interesse alpinistico e naturalistico e si raccorda con la Valle Brembana settentrionale attraverso la stretta e selvaggia forra della Val Parina.

L'orrido della Val Parina: Per chi ama l'avventura, c'è l'elettrizzante scoperta dell'orrido di Val Parina, la fase terminale dell'omonima valle che scende da Oltre il Colle e sbocca nel Brembo a monte di Camerata Cornello. L'orrido è di una bellezza selvaggia e suggestiva: un chilometro di altissime pareti strapiombanti, così vicine che sembrano toccarsi, strette forre, impetuosi gorghi, bianche cascatelle, marmitte dei giganti e la sensazione di essere in completa balìa della natura.

Montagne per tutti i gusti: Montagne di grande fascino e adatte a soddisfare ogni esigenza alpinistica ed escursionistica fanno da corona alla Val Serina. La vetta più nota è il pizzo Arera, (m. 2512) che si eleva con un maestoso e imponente massiccio calcareo a dominare la vallata. La montagna, un tempo nota per le sue miniere di calamina, è oggi meta alpinistica assai frequentata, soprattutto lungo le impegnative vie del versante settentrionale.

Il settore orientale della valle è delimitato dal pizzo Grem (m. 2049) le cui pendici sono coperte di pascoli e di alpeggi. A nord-ovest dell'Arera si trova la Corna Piana (m. 2302), regno delle stelle alpine, che domina la Val Vedra e la splendida conca naturalistica del lago Branchino (m 1784). A ovest della Val Vedra sorgono il monte Vetro (m. 2057) e la Cima Menna (m.2300), montagna di grande interesse alpinistico per la varietà e la complessità della sua morfologia.
I
l settore sud-orientale della valle è occupato dal monte Alben (m.2019), che sovrasta gli abitati di Oltre il Colle e Serina.

Una serie di rifugi attrezzati (il bivacco Nembrini ai piedi dell'Alben, i rifugi S.A.B.A. e Capanna 2000 verso l'Arera, il rifugio Palazzi lungo il sentiero del Menna) e diversi itinerari escursionistici di varia difficoltà tracciati dal C.A.I. agevolano il compito di chi vuole conoscere e vivere da vicino le montagne e gli incantevoli paesaggi della vallata.


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8 settembre 1943 - Testimonianze



BALBONI Ivo
Già l’8 settembre, quando sono stati uccisi i primi partigiani a Val della Torre, ero andato con loro  perché c’erano dei miei amici più anziani, già soldati. Mi hanno rimandato a casa dicendo che finché non  mi chiamavano potevo starmene tranquillo; inoltre mantenersi in montagna non era facile, perché  bisogna mangiare,  avere soldi.  
    
BUROCCHI Lorenzo
L’8 settembre ero ancora all’ospedale di Chieri e quelli del paese si sono messi a suonare le campane e a  fare festa. I miei sono venuti da Rivoli a trovarmi e io non ero contento per niente perché comunque il  re  aveva tradito tutti noi soldati e aveva ancora detto:”Il soldato italiano conserva le sue armi e reagirà contro qualsiasi attacco”. Io avevo una pistola e due bombe a mano, ma cosa facevo con quelle armi?
Non ero contento perché prima di tutto non sapevo cosa combinare, e poi pensavo a tutti quelli che erano  in Iugoslavia, in Grecia, a come avrebbero potuto fare coi tedeschi, coi partigiani iugoslavi. Capivo che  la guerra non era finita.
Si è saputo subito che a Chieri era arrivata una divisione delle S.S., non so se era la Goering, ma ricordo che è rimasta due o tre giorni e poi è stata mandata subito in Russia, altrimenti ci avrebbero beccati tutti,  anche gli ammalati.
Fra l’altro lì a Chieri c’era il magazzino della IV Armata dei carabinieri e come a Rivoli la popolazione si  è riversata nella caserma per prendere quello che poteva. I carabinieri non hanno lasciato entrare  nessuno, finché non sono arrivati i tedeschi che hanno preso tutto, i viveri, i mitra, le giacche imbottite  per quelli che andavano su nel freddo.
Ho visto insomma che era diventata una grande baraonda; i vecchi fascisti parlavano bene del fascismo, anche perché il 25 luglio una parte di loro aveva preso un sacco di botte e quindi l’8 settembre sono passati subito dall’altra parte e volevano restituire quello che avevano preso prima.   
    
CARBI Guido
Io non sono andato a fare il partigiano subito dopo l’8 settembre perché ero giovane; l’8 settembre  avevo diciassette anni e mezzo ed ero a casa. Si festeggiava la fine della guerra e c’erano i primi militari che scappavano. Quelli scappati dalla polveriera di Caselette avevano lasciato lì tutto quello che avevano, lenzuola, coperte, cibo e allora la gente ha portato via tutto. Io, invece di prendere le coperte, le lenzuola o qualcosa da mangiare, ho preso ventuno moschetti. Non so perché l’ ho fatto, però ho avuto l’intuizione che potessero servirmi. Infatti ho dato un moschetto e un caricatore ai
primi partigiani di Rivoli che sono andati a Val della Torre con Mario Sabet. Le prime bande erano già là l’8, 9 e 10 settembre e il 7 ottobre del ‘43 c’erano già stati otto morti a Val della Torre, partigiani uccisi dai tedeschi: i due fratelli Barone di Pianezza e alcuni ragazzi di Alpignano.  
    
CAVAGLION Miranda
Nel settembre del ’43 siamo stati deportati a Borgo San Dalmazzo, dove i tedeschi avevano fatto un campo di passaggio, e da qui poi hanno deportato tutti gli ebrei, anche stranieri, ai campi di raccolta in Germania.
Ho conosciuto tantissimi ragazzi allora e mi è dispiaciuto dopo la guerra vedere i loro nomi in una bacheca alla stazione di Borgo San Dalmazzo; quelli non sono più tornati a casa  
    
FERRERO Elio
Subito dopo l’8 settembre del ’43 mio fratello, che era della classe 1924, ha ricevuto la cartolina di precetto per presentarsi militare. Mio padre gli ha consigliato di nascondersi da uno zio che avevamo ad Almese per non andare nella Repubblica Sociale. Dopo alcuni giorni sono venuti a cercarlo, ma mio padre ha detto di non sapere dove fosse suo figlio. Purtroppo in quel periodo c’erano tanti delatori che davano informazioni ai fascisti. Un sabato mio padre mi ha dato un pacco con dei vestiti e qualcosa da mangiare perché lo portassi a mio fratello ad Almese. Aveva legato un ombrello in un sacco della bicicletta col manico fuori e dentro aveva messo un moschetto. Mio fratello non voleva prendere quel moschetto, perché era un tipo che non poteva vedere le armi.
Può darsi che qualcuno ci avesse visto perché mentre tornavo, alle cinque del pomeriggio, mia sorella mi è venuta incontro per dirmi di non venire a casa perché questa era circondata dalle Brigate Nere.
Allora sono scappato. Mi hanno aspettato tutta la notte, volevano sapere dove fosse nascosto mio fratello.
Da quel momento non sono più tornato a casa e mi sono arruolato con le formazioni che erano qui in Bassa Valle e che avevano il servizio di vettovagliamento per le formazioni. Sono andato avanti un mese a fare questo lavoro.
Intanto, sempre grazie a delle spie che lavoravano per i reparti delle Brigate Nere, avevano già preso i connotati di coloro che erano nelle formazioni; anche i carabinieri avevano fatto un verbale, che abbiamo trovato alla Liberazione, in cui si diceva: “Il Ferrero è stato visto spesso e sovente con elementi che appartenevano alle bande armate”.
Così a casa mia non c’è stata più tranquillità; venivano di notte e buttavano delle bombe a mano dentro la stanza dove dormivano mio padre e mia madre.
Io ero troppo conosciuto, avevo un difetto  un po’ grave, avevo i capelli rossi e tutti, quando mi vedevano, mi riconoscevano.
In quel periodo arrivavano tanti giovani che non volevano presentarsi nella Repubblica e il nostro compito era quello di disarmare. Venivamo a Rivoli dove c’erano le S.S. e con due pistole riuscivamo a prendere dei mitra e delle pistole che mandavamo su al comando. Il nostro comandante era Eugenio Fassino, perché in quel periodo eravamo nelle Brigate Garibaldi.  
    
FILIPPINI Corrado
L’ 8 settembre ero a Sarzana. Ricordo che quel giorno il telegrafista non riceveva più ordini. Allora verso le cinque del pomeriggio ci ha detto che eravamo stati abbandonati e quindi abbiamo mollato le armi e siamo tornati a casa.
Con me c’era uno di Pianezza e uno di Collegno; abbiamo trovato un camion che ci ha portati fino a Torino e con altri mezzi siamo arrivati a casa.
A casa mi hanno detto di non restare perché alle casermette di Rivoli avevano già preso tanti soldati ai quali i tedeschi chiedevano di andare a combattere con loro. Se si rifiutavano li mandavano a lavorare in Germania o in un campo di concentramento.
Allora nella notte ho raggiunto altri militari a Val della Torre ed lì ho trovato il primo gruppo, saranno stati venti o venticinque uomini. C’erano Sampò, Livio Francia, Mazzola, Neirotti, tutta gente di Rivoli; c’erano anche una decina di meridionali che non sapevano dove andare.  
    
LEINA Marietta
L’8 settembre mio fratello Gino era militare a Bardonecchia.
Finita la guerra e caduto il Fascismo, Gino come tutti gli altri ragazzi che non avevano più nessun comando se l’è fatta a piedi da Bardonecchia. E mi ricordo come adesso quella sera. Vicino alla cooperativa Lime c'era un piazzale grande e alla sera noi bambini avevamo l’abitudine di giocare a nascondino. Allora non c'era l'illuminazione che c'è adesso, era tutto buio, e abbiamo visto questo ragazzo che veniva a casa, saranno state le dieci. Era vestito da militare e allora se ti
prendevano… Lui è arrivato a casa con tutto, aveva le giberne, il moschetto.
Prima di andare militare mio fratello lavorava alla cooperativa Lime, ma nel frattempo nella fabbrica avevano preso a lavorare le donne, tra le quali anche una mia sorella. Lui ha chiesto se lo riprendevano.
Allora ti facevano un permesso speciale perché lavoravi per il governo, ma il capo fabbrica gli ha detto di trovarsi un altro lavoro. 
A quel punto questi ragazzi erano un po' spaesati, il lavoro era quello che era e bisognava andare a presentarsi, e i ragazzi che si consegnavano venivano mandati in Germania o nella Repubblica di Salò.
Allora mio fratello si è unito ad altri ragazzi. Erano in dieci circa, e hanno preso la via della montagna con delle persone più adulte che potevano essere i loro padri. Così sono partiti e quando sono arrivati a Sant’Ambrogio hanno visto un camion della Repubblica. Si sono spaventati e sono scappati dentro una casa e uno di loro è stato preso e portato alle casermette in Via Asti a Torino. Allora quando era sul camion ha scritto su un biglietto che tutti erano stati presi e l’ ha firmato. È stato l’altro fratello che lavorava a Santa Maria a portare a casa il foglietto. Così abbiamo pensato che l’avessero preso. Il mattino dopo mia madre con altre mamme è andata in via Asti a vedere se c'erano i nominativi dei loro figli ed è risultato che solo quel ragazzo era stato preso.
Poi per lui è cominciata la vita… della montagna.  
    
LEONE Pierina
Prima dell’8 settembre uno dei miei fratelli, per poter mangiare, aveva fatto la domanda ed era andato in Africa. Quando è venuto a casa in permesso, l’ hanno preso e l’ hanno portato in Via Asti per fargli dire dove erano gli altri due fratelli.
Tutte le settimane, per due mesi, prendevo il trenino e andavo a Torino a portargli la biancheria, ma non l’ ho mai visto.
L’ultima volta che sono andata volevano sapere da me dove fossero gli altri due fratelli e mi hanno messo in una cantina per farmi paura. Sono stata lì ventiquattro ore. Allora avevo quindici, sedici anni. Poi mi hanno fatto vedere mio fratello.
Aveva una barba lunga che quasi non lo riconoscevo; ci siamo abbracciati e poi l’ hanno lasciato andare.
Lui sapeva ma non ha parlato, però a quel punto è dovuto andare via con Elio Ferrero e i Piol al Colle Braida.
Gli altri due fratelli erano a Rubiana, al Colle del Lys.
Così io e il fratello più giovane dei Piol abbiamo cominciato a fare un po’ la staffetta.  
    
MACARIO Giovanni
L’8 settembre  è cominciata la guerriglia. L’abbiamo saputo per radio. Noi non avevamo la radio però andavamo sempre ad ascoltare Radio Londra dal vicino di casa. L’8 settembre c’erano le batterie al fondo di corso Allamano e i militari
erano più soltanto italiani. Sono scappati e sono venuti sfollati ai Tetti cercando dei vestiti, e anche noi ne abbiamo accolti due. Intanto avevano abbandonato le caserme e tutte le armi lungo le strade.
Noi ragazzini andavamo in giro e abbiamo trovato dei fucili. Non so perché ne ho presi due e li ho portati a casa. E sono stato anche rimproverato da quei due militari che mi hanno detto che era pericoloso tenere le armi in casa. Comunque li ho oliati e sotterrati. Quei due fucili si sono poi rivelati utili perché sono partiti insieme a mio fratello e ad altri quattro.   
    
NICOLETTA Giulio
L’8 settembre, quando è crollato il regime fascista, ero sottotenente del Regio Esercito Italiano e la mia sede era a Beinasco. Ero stato mandato dal mio reggimento di Vercelli in un reparto che aiutava la popolazione nello spostamento di materiali. A Beinasco l’8 settembre mi ha raggiunto mio fratello che era in Croazia e insieme abbiamo deciso di andare in montagna in Val Sangone dove avevamo saputo che c’era il maggiore degli Alpini Milano. Sono andato lì
perché mi avevano detto che c’era un numero consistente di uomini che combattevano contro i fascisti e i tedeschi. 
I tedeschi stavano occupando il paese e noi non avevamo nessuna intenzione di andare a vivere con i tedeschi e non sopportavamo la loro presenza. Così io e mio fratello abbiamo deciso di iniziare la guerra ai tedeschi.
Quando il maggiore Milano è scomparso siamo rimasti soli e allora abbiamo deciso di organizzare la formazione, e sono confluiti partigiani in numero così consistente che c’erano sei o sette brigate.
C’erano il professor Usseglio, medico, che comandava la Campana; Sergio De Vitis, che è stato un grande combattente, a cui è stata intitolata la Divisione; Nino Criscuolo, che era un comandante,
ufficiale dell’Esercito degli Alpini; Carlo Artegiano, mio fratello Franco, Fassino di Avigliana, Falzone, Guido Guazza, Campana, Cordero di Pamparato. Quindi c’era una struttura consistente.    
    
PARACCA Gina
Quando è venuto l’8 settembre mio fratello Geppe del ’24 era a Fenestrelle; l’altro mio fratello Tonio era a Novara, tutti e due militari. L’8 settembre invece di arruolarsi hanno deciso di scappare in montagna.
Non volevano andare con i fascisti e pensavano che le cose si sarebbero sistemate entro qualche mese.  Tonio da Novara è andato a Rivoli e mio fratello Geppe è scappato con Augusto Piol. Gusto e Geppe hanno fatto tutta la montagna da Fenestrelle, sono scesi giù nella Val Sangone, poi sono risaliti di nuovo e sono arrivati ai Cervelli di Coazze, un paesino di poche case. Erano proprio sfiniti. Mio fratello aveva i piedi che sanguinavano e allora si è tolto gli scarponi da militare. Una signora lì ha fatto scaldare una bacinella d’ acqua per fargli mettere i piedi a bagno, poi ha dato loro da mangiare e da bere e li ha fatti dormire nel fieno. Sono rimasti lì un paio di giorni e poi sono venuti a Rivoli.
Dove abitavamo noi c’era uno che informava i fascisti e allora questi ragazzi hanno avuto paura e sono scappati ai Cervelli e si sono fermati lì finché il gruppo non si è ingrossato. Non c’erano solo i miei fratelli, c’era Gusto Piol e poi si sono ritrovati tutti su in montagna.
Io ero qui a Rivoli, ho continuato a lavorare e anche mio padre ha continuato ad andare a lavorare.
Poi quando hanno ammazzato il padre di Piol mio padre, mia madre, mia sorella  ed io siamo fuggiti in montagna, perché i fascisti erano venuti a cercare mio padre. Durante la lotta partigiana siamo sempre vissuti in una baita.  
    
SIMIOLI Abe
L’ 8 settembre mio fratello maggiore Bruno che era in marina e che aveva già la croce di bronzo al valor militare è scappato, è venuto a Rivoli. La prima cosa  che ha fatto è stata di andare in montagna e di unirsi ad Augusto Piol nelle brigate della zona del Colle del Lys  
    
SIMIOLI Bruno
Durante la guerra sono stato richiamato in marina, perché per un certo  periodo avevo lavorato in una fabbrica in cui si facevano mobili per la marina.
Sono andato a La Spezia e dopo due mesi, era il ’42, mi hanno imbarcato su una motonave insieme ai tedeschi.
Si andava in Africa a portare il materiale e noi militari eravamo addetti all’armamento.
L’8 settembre si diceva che la guerra fosse finita e nel porto c’erano le navi americane che invitavano tutti i militari a imbarcarsi con loro.
Tutti quelli che erano meridionali si sono imbarcati con gli americani sulla nostra nave, la Roma, che poi è stata affondata. Io ho deciso di tornare a casa, mi sono tolto la divisa e ho preso il treno fuori dalla stazione perché lì c’erano i tedeschi. Il macchinista rallentava e noi saltavamo sul treno.
Sono così arrivato a casa, ma per poter mangiare bisognava avere la tessera e se non l’avevi non ti davanoil pane.
Per avere la tessera bisognava consegnarsi in comune e se l’avessi fatto avrebbero saputo che ero lì e che, pur essendo militare, ero tornato a casa.
Allora io, i Carassio e i De Paoli abbiamo pensato di andare ai Cervelli dove c’era una signora che ci dava da mangiare quello che poteva. Qualche volta scendevamo dalla montagna per prendere qualcosa da mangiare, perché in montagna la fame era terribile. Pensavamo che la guerra sarebbe finita e invece continuava.
Poi il 17 settembre sono arrivati Nicoletta e altri con dei carri armati  che bucavi con una fionda.
C’erano il tenente Rosa, il tenente De Carlo. Erano badogliani e volevano che i militari stessero da una parte e loro dall’altra.  Ma noi pensavamo di essere tutti uguali, tutti militari e allora ce ne siamo andati dalla Val Sangone in Val Susa, nella 41° Brigata Garibaldi “Carlo Carli” fondata dal fratello di Bruno Carli. Il comandante era Fassino, perché Carlo Carli era stato fucilato ad Avigliana.
Siamo sempre stati lì, eravamo con Piol, c’era tutta la nostra squadra.
Ogni tanto si veniva giù dalla montagna. Io non lavoravo, però un’impiegata mi aveva dato un documento bilingue firmato dai tedeschi con il quale potevo circolare perché risultava che lavoravo in fabbrica.
Ricordo quando sono andato a prendere questo documento. Sono arrivato in piazza dove c’erano i fascisti con una lista.
Mi avevano già avvisato, ma io ero tranquillo perché in regola. Quando hanno letto il mio nome mi hanno preso e  portato in caserma in via Asti. 
Lì c’era Bonaglia, il pugile, che picchiava e torturava. Fortunatamente mi ha riconosciuto perché io andavo a vederlo quando veniva a Rivoli a fare la boxe. Allora si è fatto dare il bilingue dicendo che io ero a posto e che potevano lasciarmi andare.
Sono andato di nuovo in montagna, però venivo giù per reclutare altri compagni e così abbiamo costituito il gruppo di Rivoli; eravamo una trentina circa e tra questi c’era anche Piol. Portavamo le armi nella casa elioterapica, dove adesso c’è la scuola Gobetti, perché il figlio della portinaia era nostro amico.  


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Cosi' fini' il sogno di liberta' dei cosacchi

Il nuovo romanzo di Quilici su un episodio oscuro della guerra in Val Brembana

Doveva intitolarsi Il Cosacco il nuovo romanzo di Folco Quilici, la storia vera dell'incontro in terra bergamasca, alla fine della seconda guerra mondiale, tra una famiglia di sfollati e un soldato cosacco in fuga con la sua gente. Poi, anche per volontà dell'editore Mondadori, sulla Storia hanno prevalso i ricordi autobiografici e il titolo è diventato La Dogana del Vento, il nome di una grande villa, ritrovo dell'alta borghesia lombarda dell'epoca, alle porte della Valle Brembana, nel paese dove il giovane Quilici trovò rifugio con la madre e il fratello per sfuggire ai bombardamenti.
Eppure – racconta l'autore – è la figura del cosacco Pjotr, e il suo tragico destino, a colpire maggiormente i lettori. «In tanti mi chiedono della storia dei cosacchi, perché nessuno sa niente di quelle migliaia di antibolscevichi che combatterono da volontari accanto ai tedeschi e agli italiani, e che alla fine del conflitto furono trucidati o deportati nei gulag siberiani. Uno storico torinese mi ha detto: "Probabilmente ho trovato quello che stavo cercando da tanto tempo: dove erano andati a finire quei cosacchi che facevano parte del reggimento Savoia Cavalleria e giunsero a Torino con i superstiti della campagna di Russia, per poi scomparire l'8 settembre. È probabile che i cosacchi arrivati in Valle Brembana, e che parlavano italiano, fossero quelli venuti in Italia con il Savoia Cavalleria"».
Spinto dall'amore per l'esplorazione, Quilici ha voluto scandagliare un territorio oscuro, parlando di una vicenda che ancora divide gli storici.
«Nel mio libro contraddico la storia ufficiale sul massacro di quei cosacchi arrivati nella Bergamasca. Secondo me non furono uccisi dai fascisti né dai tedeschi, che già se ne erano andati. È stata la banda di ex prigionieri yugoslavi e greci che faceva razzie nella valle, e che rividi nei giorni seguenti sfilare a Bergamo con indosso i giacconi dei cosacchi, a compiere quel massacro».

I sopralluoghi in Valle Brembana – qui la famiglia Quilici, residente a Ferrara, aveva una casa delle vacanze – sono stati un tuffo nel passato. «È stato come entrare in un appartamento chiuso da tanti anni, aprire le porte, trovare le stanze che conosci e tornare indietro nel tempo. Sono andato a rivedere i luoghi della strage con un giovane storico bergamasco che mi ha dato una montagna di libretti introvabili nei quali persone della valle avevano raccontato le loro esperienze. C'erano tante fotografie dei cosacchi, in alcune case erano nate delle grandi amicizie. Poi sono stato in Austria e anche lì ho trovato molto materiale. Credo di aver fatto un lavoro utile. La storia del nostro Paese è ancora poco nota e poco studiata».
Nel romanzo Folco Quilici racconta, attraverso il protagonista, il quindicenne Guido, una parte importante della sua adolescenza a Bruntino.
«Quando morì mio padre io diventai il capofamiglia. Fu mia madre a scegliere di auto-esiliarci a Bruntino, l'alternativa era raggiungere una zia a Roma, ma la preoccupazione di mia madre era sfamare due figli di 8 e 13 anni. Siamo stati felici di questa scelta. Io ero spesso malato e invece quei tre anni in mezza montagna fortificarono sia me che mio fratello. E fu una grande esperienza di vita. Mi ricordo che viaggiavo in bicicletta portandomi dietro un grande tricolore e quando passavo in paese c'era chi mi diceva di metterci la stella rossa, oppure il fascio, ma l'atmosfera era bella, nonostante la sofferenza dovuta alla guerra».
Fu un periodo formativo, il cui ricordo, a più di sessant'anni di distanza, è ancora vivo nella mente dello scrittore e documentarista.
«Da sfollato mi mancavano gli amici di Ferrara, così andai a trovare in bicicletta quelli che stavano più vicini, a Monferrato e sul lago d'Iseo. Macinai centinaia di chilometri pur di rivederli, ed ero appena un ragazzo. Anche i figli dei contadini, il Pierino e il Colombo, erano miei amici. Quando ebbi il tifo mi portarono in ospedale a Bergamo, tornato a casa dovetti stare a letto a lungo. Era estate e il Colombo saliva sull'albero di fronte alla mia stanza, si metteva a cavalcioni di un ramo a un metro dalla finestra di camera mia e stavamo a chiacchierare. Era un'età in cui l'amicizia era molto importante».
Altri tempi e altri luoghi, oggi quasi irriconoscibili. «Sono tornato nella Bergamasca recentemente per realizzare due puntate sulle montagne italiane che andranno in onda sul canale Marco Polo. Abbiamo fatto varie riprese e siamo passati da Bruntino, ma ho visto tante cose così malamente ricostruite che sono scappato. Voglio ricordare quei luoghi com'erano quando ero ragazzo. I prati verdi, i tuffi nel Brembo e la Cà Nova dove passavo le mie estati».

camilla bianchi - L'Eco di Bergamo - Martedì 23 Agosto 2011 TERZA, pagina 45

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Un flash, un ricordo di un bimbo di 5 anni


 
Un flash, un ricordo che da 67 anni  mi porto nella memoria. Nel 1944 avevo 5 anni e abitavo a Bergamo, in Città Alta, a pochi passi dagli spalti delle mura venete. Con altri amichetti, a quel tempo, ci si rincorreva nelle strade prive di traffico e la nostra meta preferita era il Viale delle Mura. Quella mattina del 6 luglio osservavamo uno strano movimento nel cielo: spilli argentati, tanti, tantissimi, volavano alti e si dirigevano su Dalmine. Dopo qualche secondo iniziammo a vedere del fumo nero che si alzava alto , avevano bombardato lo stabilimento.  All’unisono gridammo tutti: hanno bombardato Dalmine !
Mio padre lavorava come impiegato nello stabilimento .
Mentre raccoglievo le idee, vidi mia madre che lentamente risaliva il viale , proveniente dal Borgo ( come allora definivamo Città Bassa ) e io, ingenuamente, le corsi incontro dicendo “ mamma, hanno bombardato lo stabilimento di papà”. Vidi i suoi occhi atterriti e lo sguardo che si rivolgeva verso ovest dove ancora il fumo riempiva il cielo azzurro. Uno sguardo che non dimenticherò.
In quel momento compresi la “gravità” della notizia e feci mente locale sulla sorte di mio padre: ferito, morto, disperso !
Passarono alcune ore di silenzio e di angoscia, poi vedemmo arrivare un’impiegata, coperta di fuliggine nera  che abitava poco distante da noi. Non aveva parole, era terrorizzata e schoccata, non sapeva niente, aveva  lo sguardo assente. Chiedemmo notizie, ma non sapeva rispondere.
Dopo alcune ore apparve mio padre, anche lui coperto da quel nero untuoso , gli occhi sembravano una luce nel suo sguardo: era salvo.
Ci raccontò in seguito, come dovette la sua salvezza ad una sua collega che svenendo, dovette portarla a braccia nel rifugio, Dopo alcuni attimi il suo ufficio fu distrutto da una bomba.
Il pianto consolatorio di mia madre e dei miei parenti fu l’epilogo di questa terribile  giornata.
Ricordi di un bimbo di 5 anni, ricordi che non si cancellano dalla mente così come tanti altri che  narrerò a tempo debito!

Gallicus
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 'Taglia, taglia che almeno tu ti salvi'
di Dino Buzzati
 
 
Questa è la storia di una delle avventure più paurose che ricordi l’alpinismo dolomitico. È accaduta questa estate [1954, N.d.R.] sul Campanile Basso di Brenta, picco finissimo per il meraviglioso slancio della sua architettura e la difficoltà delle numerose vie di salita. Bellissimo da ogni versante, da ogni versante è stato attaccato e vinto. Ormai non ha più una parete, spigolo, fessura, strapiombo dove non sia passato uomo. La via normale, di quarto grado, è già una scalata rispettabile. Tutte le altre sono difficili.
Alcune toccano il massimo limite delle possibilità cioè il sesto grado. Di sesto grado è appunto il vertiginoso itinerario tracciato da Marco Franceschini e Stenico sullo spigolo Nord-Ovest del cosiddetto Spallone, del Campanile.

È un impressionante pilastro giallo che balza dalle ghiaie per 370 metri protendendo in fuori i baldacchini di terribili strapiombi. Ne volle rifare la scalata, due mesi fa, la guida Cesare Maestri con l’amico Luciano Eccher, di 26 anni.

Benché estremamente difficile, l’impresa non era troppo preoccupante per Maestri che ne aveva fatte anche di peggio e per di più da solo, con prodigi di coraggio e di raffinati acrobatismi. In quanto a Eccher, era un compagno degno dì lui e affiatatissimo.

Difatti, pur avendo deviato dalla via originale e incontrato ostacoli anche maggiori, i due superarono brillantemente i primi 170 metri, che sono i più duri. Verso sera Maestri, dopo una delicatissima traversata sull’orlo di uno strapiombo spaventoso, approdò a un piccolo ma sicuro terrazzino. Gli restavano sì ancora 200 metri di parete, ma assai meno impegnativi. La vittoria per così dire, era già in tasca. Meno male, perché la notte stava avvicinandosi e si era messo a nevicare. Maestri piantò tre chiodi assicurandovi la corda e poi disse al compagno di venire.

Eccher compì la traversata e giunse quasi al terrazzino. Maestri, che via via ritirava la corda, vide spuntare la sua testa, e lo calcolava già al sicuro quando fulmineamente il fatto accadde. “Luciano mi guardava sorridendo, – racconta Maestri, – ma all’improvviso ha fatto una curiosa smorfia come se fosse seccato, poi è sparito sotto.”

Nei punti più difficili, dove mancano gli appigli e specialmente sugli strapiombi quando la roccia viene in fuori, gli alpinisti non solo piantano chiodi per poter procedere ma talora a questi chiodi fissano delle staffe per appoggiarvi i piedi. Eccher si sosteneva appunto a una staffa con tutto il peso quando il chiodo si staccò. Le mani non avevano presa sufficiente.

Fece un volo.

Di sotto non c’era che il vuoto. Il terrazzino infatti rappresentava l’orlo di un tetto che sporgeva in fuori per alcuni metri.

Eccher è tutt’altro che un pancione ma i suoi 70 chili nessuno glieli leva. Lo strappo fu tale da fare saltar via un secondo chiodo poco sopra la staffa e poi un terzo proprio quello su cui Maestri stava “facendo assicurazione”. Partiti i tre chiodi (ne restavano altri due sopra il terrazzino ma vi era fissato il capo opposto della corda, quello dalla parte di Maestri) il peso del corpo proiettato nel vuoto si sfogò tutto sulla spalla e sulle braccia della guida. Fu uno strattone tremendo.

Maestri ne restò letteralmente piegato in due e andò a sbattere con la faccia sulle rocce. Nonostante il dolore tenne con tutte le sue forze. Accartocciato quasi a testa in giù sull’aereo terrazzino, semiaccecato dal sangue che gli grondava dalla fronte, le braccia convulsamente strette a trattenere la corda, Maestri per qualche istante si sentì perduto. Poi a poco a poco si riebbe.

«Luciano, Luciano, come va?»
“Bene, bene.” Rispose dal basso l’invisibile compagno con straordinario spirito. “Sei giù molto?” “Saranno 5 metri.”
“E puoi toccar la roccia?” “Impossibile, è troppo lontana.” “Allora cerca di venire su a braccia. Ce la fai?“
“Adesso provo.”
Eccher provò. Ma era un’impresa inverosimile, con una corda così sottile, dopo quel tremendo colpo.
Riuscì a sollevarsi un paio di metri ma poi le mani mollarono. Giù di nuovo a piombo. Maestri, in quella sua assurda posizione, fece di tutto per reggere al secondo strappo. Ma un bel pezzo di corda gli sfuggì dalle mani.
“Luciano! Luciano!”
“Niente paura. Solo che a venir su a forza di braccia io non ce la faccio.”
“E adesso quanto sei giù?”
“Adesso saranno 10 metri.”
Un lungo silenzio tra gli alterni mugolii del vento. La neve veniva giù sempre più fitta. Poi la voce di Maestri: “Luciano, ho paura che non resisto più.” “Cesare, – fu la risposta, – taglia la corda che almeno tu ti salvi!”
Questo poi mai, pensò Maestri.
Con sforzo supremo riuscì a sollevarsi un poco così da mettersi in ginocchio.
“Cesare! Cesare!” “Cosa c’è?” “Prova a calarmi per tutto il resto della corda. Forse riesco a toccare le rocce» (era soltanto un’illusione). “Aspetta, adesso provo.”

Fu perché Maestri mosse il piede sotto il quale la corda si era incastrata? Fu perché le sue mani non ressero? Fatto sta che ad un tratto non riuscì più a tenere. Udì il sibilo della fune che strisciava a velocità furiosa sull’orlo del terrazzino, una forza irresistibile lo succhiava nell’abisso.
Guardò i due chiodi superstiti coi due relativi moschettoni a cui era fissata con un’asola la corda. Avrebbero tenuto?

Poi venne il colpo. La corda si tese spasmodicamente. I due chiodi si incurvarono come se fossero di burro, per una minima frazione di secondo sembrarono schizzar fuori dalla fessura dove erano infissi. “Adesso volo anch’io” pensò Maestri. Ma i chiodi miracolosamente resistettero.

Di sotto, Eccher aveva compiuto il terzo volo. Questa volta fino a completo esaurimento della corda. Un tuffo di altri 20 metri buoni. Precipitando guardò in su. Si sentì serrare atrocemente in vita. Rimbalzò in su tre metri almeno. “Impossibile che i chiodi tengano” fu il pensiero “ora vedo schizzar fuori anche Maestri. Ci sfracelleremo insieme.” Poi fu una quiete inverosimile. Lentamente Eccher prese a girare su se stesso. Si chiamarono, cercando di parlarsi.

Ma a quella distanza, più di 30 metri, era difficile. Intanto si era fatto buio. Maestri, sul quale non gravava più il peso del compagno, sostenuto ormai dai chiodi, si levò finalmente in piedi e misurò la situazione. Di tirar su Eccher a forza di braccia neanche a pensarci. L’unica tentare di proseguire lui da solo fino alla vetta scendere dalla parte più facile e andare a chiedere soccorsi. Ma avrebbe fatto in tempo? Sospeso a una corda per la vita, Eccher avrebbe resistito? In uguali situazioni, più di un alpinista era morto per soffocamento. Per fortuna Eccher è un ragazzo di raro sangue freddo e ottimismo.

Invece di lasciarsi prendere dal panico, si industriò per rendere il meno tormentoso possibile il suo stato. Si passò una staffa intorno al torso così da poter appoggiare la schiena. Altre due staffe le fissò alla corda in modo da potervi introdurre le gambe e così restar quasi seduto.

Poi si disse: “Se Maestri va a cercar soccorsi, posso vivere tranquillo.” Mentre contiuava a nevicare, Maestri slegatosi, gridò a Eccher: “Arrivederci”, e riprese la salita. Come abbia fatto, con quel buio pesto, a superare 200 metri di buon quinto grado, per noi resta un mistero.

Giunto sullo spallone, contornò il Campanile Basso per la larga cengia battezzata scherzosamente stradone provinciale. E stava per calarsi lungo la via comune quando, affacciatosi alla parete Sud, vide giù una luce che avanzava sul sentierino che porta all’attacco. Chiamò. Era suo fratello Carlo che, preoccupato del ritardo, era salito dal rifugio Tosa. “Corri al rifugio, – gli gridò Maestri, – fa venire su quanti più è possibile con tutte le corde che ci sono. Ma prima va sotto lo spigolo e avverti Luciano che i soccorsi arriveranno; che si faccia coraggio!” Infatti ciò che più temeva era che l’amico si lasciasse vincere dalla stanchezza e dallo scoraggiamento; nel qual caso sarebbe stato perduto.

Ora non restava che aspettare. Maestri riuscì a scovare sulla cengia un buco abbastanza riparato e, meraviglioso esempio di equilibrio nervoso, ci fece una bella dormita: ciò che era la cosa piu opportuna dopo il travaglio sofferto e in vista di quello che gli restava da soffrire.

Alle 2,30 di notte le guide Bruno e Catullo Detassis e Giulio della Giacoma con tre bravi rocciatori, Mario Fabbri di Trento, Dado Morandi e un altro di Roma, erano sullo stradone provinciale. Al lume incerto delle torce elettriche, dalla sommità dello spallone, Maestri, Catullo Detassis e Morandi furono calati per 110 metri. Maestri e Detassis scesero quindi per loro conto a corde doppie fin sopra il terrazzino, piantarono una bella quantità di chiodi e calarono subito a Eccher due corde, per mezzo delle quali, a trazione alterna, cominciarono a tirarlo su. A ogni strattone guadagnavano una ventina di centimetri.

Il sollevamento durò tre ore e mezzo. Alle 9 del mattino finalmente Eccher toccò il terrazzino. Era pallido come la morte, ma ancora in buone condizioni. “Fa un curioso effetto – disse – rimettere i piedi sulla terra”.
Era rimasto appeso nel vuoto, in maniche di camicia, con un tempo da lupi, 13 ore giuste.
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I protagonisti del lavoro in miniera 
 

Le "taissine"
Sembra quasi impossibile, eppure non molti decenni fa, all'imbocco delle miniere, nelle laverie e nei forni lavoravano anche le donne. Erano le "taissine", cernitrici di minerale.
Esse condividevano con i minatori il duro lavoro di strappare alla roccia, pezzo dopo pezzo, manciate di minerale.
Sui piazzali, alla "tavola rotante" o al "banco" con appositi martelli separavano il minerale dallo sterile, protette solo da rudimentali tettoie.
Era un mestiere esposto alle avversità atmosferiche e d'inverno le loro mani diventavano pezzi di ghiaccio.

 

"Ol frenör"
Succeduto agli "strüsì" che trainavano slitte di minerale lungo i "menadùr" ? strade ripide e selciate che percorrevano i pendii della montagna ? il "frenör" era esposto ai quattro venti nelle "stassiù" delle teleferiche.
Occorreva prontezza di riflessi ed abilità nel calcolare la velocità dei vagoncini al fine di frenarne la corsa nel momento giusto.
L'arrivo troppo veloce poteva determinare un grave pericolo, mentre una frenata troppo in anticipo poteva costringerlo a "mungere", cioè tirare a forza di braccia il filo (traente) per far giungere il vagoncino alla stazione.


"Ol flotadùr"

Il "flotadùr" era l'addetto alle celle di flottazione della laveria.
Non era un lavoro facile, poiché il minerale variava da cantiere a cantiere, per cui occorreva esperienza ed attenzione nel dosare i reagenti al fine di separare la maggior quantità di minerale dello sterile.
Ogni tanto occorreva fare il "piat di stèrei" per controllare l'andamento della flottazione.
Dalla sua abilità dipendeva il rendimento della laveria.


"Ol manoàl 

Non tutti erano specializzati, quindi era utile anche il "manoàl".
Sia in miniera che nelle laverie e nei forni, il "manoàl" era sempre disponibile a tutti i lavori, per cui c'è da chiedersi se non fosse lui il vero specialista. Se dimostrava perizia e dedizione veniva poi promosso "alievo" e poi minatore.


  
I minatori
Visi talvolta un po' duri, ma con un guizzo amichevole, forse ironico negli occhi. Mani forti, da gente che da generazioni scava la dura roccia. Questi sono i minatori dell'Alta Valle Seriana. Una volta erano molti, ora ne sono rimasti solo pochi, ormai in pensione, ultimi testimoni di un mestiere secolare delle vallate bergamasche.
Quello dei minatori è un lavoro che richiede una particolare specializzazione. Non è sufficiente saper scavare in miniera, bisogna conoscerla. Conoscere la roccia, i filoni metalliferi, le faglia, come ricercare nuovi giacimenti, come coltivare quelli esistenti.
Anche ora che vi sono macchine e strumenti più moderni, dove ci sono attività estrattive, occorre sempre qualcuno che conosca la miniera, che si inabissi nei meandri del sottosuolo per leggere tra le pieghe della roccia.


Gli uomini del ferro
 
Lo scrosciare dell'acqua, il ruotare delle pale ed il battere ritmato dei magli erano rumori familiari in Alta Valle Seriana, dove in secolari "fusine" annerite dal fumo lavoravano gli uomini del ferro. Bastavano pochi colpi precisi di "mai" e la massa rovente prendeva forma di vanga, di zappa, di secchio, di spada. Le robuste mani del fabbro muovevano tempestive il metallo, con sincrono ritmo, senza perdere un colpo del maglio.
Un tempo il mestiere di "maìster dol mai" era di prestigio. Si imparava da soli, guardando gli altri e provando per proprio conto, approfittando dei momenti che il maglio rimaneva libero dal mastro ferraio.
Il lavoro del "frér" (fabbro) simboleggiava la memoria collettiva, la lotta millenaria per la sopravvivenza, l'operosità delle genti montane. Fascino magico, sensazione arcana della fucina, dove gli uomini del ferro utilizzavano fuoco, acqua e terra, elementi primari dell'origine del mondo.


Gli ultimi
 
Le fiamme delle lampade si sono spente, dove ardevano i fuochi di forni vi sono ruderi e rovine.
Gli ultimi protagonisti rimasti si interrogano e ci interrogano: la montagna non si protegge anche dando la possibilità agli abitanti, sebbene con nuove tecniche e nuove prospettive, di essere protagonisti di una trasformazione logica e legata alle tradizioni antiche?
Nei loro animi non si è spenta la fiamma della speranza e nelle gallerie abbandonate essi vedono ancora luci e ombre che si muovono in sincronia con il battito del loro cuore che è rimasto in miniera, nelle viscere delle nostre montagne.


Per non dimenticare
Ora la gente tende a dimenticare e non sa quanta fatica d'uomo è passata sulle pietre delle nostre montagne.
Il ritmo della vita moderna e le sue preoccupazioni inducono troppo spesso a relegare in un angolo persone e fatti che hanno inciso sulla nostra esistenza e che per la loro esemplarità devono invece starci dinanzi.
Dimenticare significa privare noi e coloro che verranno dopo di noi di conoscere valori e conquiste irripetibili.
Dimenticare è povertà, ricordare è ricchezza.
Ecco pertanto il motivo animatore della realizzazione di questo museo, affinché i figli non dimentichino le virtù dei padri.
A questo si aggiunge un secondo motivo: la gratitudine.
L'affannosa corsa, così traumatizzante e nevrotica, della vita moderna; certa moda dissacrante che si vuole contrabbandare per anticonformismo, ma che più volte è solo rifiuto dei valori umani; certo egoismo individuale e sociale, portano spesso a non dire quel dovuto grazie a quanti per il passato hanno operato offrendoci l'occasione di essere qualcosa di più.
Queste riflessioni non devono minimamente dare l'impressione di guardare indietro, sollecitando nostalgie, disimpegnati perciò dalle realtà di oggi e domani. Al contrario, quanto è stato fatto con innumerevoli sacrifici, è stimolo e forza nel tempo, nell'avvenire a continuare ad essere uomini sempre migliori nella dinamica dei tempi.


Tratto dal Sito www.wwmm.org/storie/storia

 
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Tratto dal Sito www.wwmm.org/storie/storia

Piccoli minatori
Sui piazzali, tra le cernitrici, si aggiravano i "galècc di taissine", fanciulli che iniziavano la loro attività mineraria aiutando le donne nella cernita del minerale.
Dopo pochi anni, non ancora quindicenni, avrebbero violato il buio della galleria per inarcare le loro giovani schiene sotto secchi e gerli di minerale, incominciando il lavoro di "portì" o "zerlesta".
Tale fatto aveva il sapore di una promozione, era così tracciata la strada per diventare un giorno minatore.

La "compagnéa"
Su ogni fronte di galleria lavorava una "compagnéa", composta di norma da tre operai: "minadùr", "alievo" e "manoàl".
Il "minadùr" era il capo indiscusso, il più esperto. Non sempre era il più anziano, poiché un buon minatore deve avere un eccezionale colpo d'occhio nel conoscere la roccia ed i pericoli incombenti. Questo forma il sesto senso del minatore.
La compagnia era legata da un affiatamento eccezionale, temprato dal duro lavoro in comune.

"Ol caporàl"
Ai lavori di una zona, dove erano impegnate più compagnie, sovrintendeva il "caporàl". Esso era promosso sul campo. Non contava il pezzo di carta ma l'esperienza.
Giornalmente doveva fare il giro sui vari fronti delle gallerie per sorvegliarne la coltivazione, controllare la quantità e la quantità del minerale estratto, sentire i problemi dei minatori, provvedere a dare gli ordini necessari per un miglior andamento dei lavori, tenere i contatti con il perito e la direzione.
L'esperienza acquisita sul fronte della miniera dava prestigio e credibilità al "caporàl".
Tra i capi ed i minatori vi sono sempre stati maggior affiatamento e familiarità, per il comune attaccamento alla miniera, che non in altri settori. Basti ricordare che il geologo, figura basilare per una miniera, veniva affettuosamente chiamato "dutùr di piòch", dottore dei sassi.

"Ol foghì"
Carico della cassa piena di "padrune" (candelotti di dinamite), di "càssoe" (detonatori) e di "nécie" (micce), il "foghì" girava da un cantiere all'altro. Delle volte provvedeva anche a caricare a far brillare le mine, ma generalmente per questo ci pensavano i minatori.
Da un giusto dosaggio delle cariche, da una diversa e calcolata lunghezza delle micce e dallo scoppio cadenzato dipendeva il buon risultato della "volata", brillamento delle mine.

"Ol vagonesta"
Il lavoro del "vagonesta"consisteva in un continuo andirivieni nella galleria, spingendo vagoni colmi di minerale, caricato sul fronte della galleria o dei "saltastrade" (scambi ortogonali) per regolare la velocità del vagone per non correre rischi.

Segue
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Le miniere del "distretto minerario della Val del Riso e Val Parina
Continua la pubblicazione di una serie di ricerche  che riguardano l'industria estrattiva della nostra zona - Val del Riso e Val Parina

 
Modigliani, dalla leggenda alla realtà
 il padre di Amedeo alla ricerca di minerali di zinco nelle Valli Bergamasche.

.Amedeo Modigliani, Parigi 1919 Quando il pittore Amedeo Modigliani nacque a Livorno, il 12 luglio 1884, l'Ufficiale Giudiziario bussò alla porta in via Roma n. 38 per eseguire il pignoramento mobiliare a seguito del fallimento del padre di Amedeo, Flaminio Modigliani, commerciante di legname e minerali. Flaminio Modigliani ci viene solitamente presentato come un personaggio poco presente in famiglia e dedito ad attività poco conosciute che lo portarono alla bancarotta. Jeanne, la figlia di Amedeo, scrisse a riguardo: sulla famiglia, e perfino sui genitori gli errori abbondano… il novanta per cento dei saggi più seri (la bibliografia mondiale annovera quattrocento titoli), contiene una serie di affermazioni perentorie e non verificate sulla situazione economica del padre… inesattezze accreditate da un breve appunto biografico redatto dalla sorella del pittore, tanto più sfruttate poiché, da un lato, sembrano provenire da parte attendibile e, dall'altro, potevano contribuire all'edificazione della leggenda .

In realtà le attività del padre di Amedeo non furono cosi poco onorevoli come fanno intendere le leggendarie biografie, in quanto nel periodo antecedente alla nascita del figlio egli operava nelle valli Bergamasche nel settore minerario. Dopo aver esaminato le testimonianze sull'attività svolta a Bergamo dalla società di Flaminio Modigliani ed analizzato in dettaglio il contributo che dette allo sviluppo ed alla modernizzazione dell'attività mineraria nelle valli bergamasche nella seconda metà dell'Ottocento, si può affermare che gli scritti e le valutazioni fino ad ora effettuate sul conto del padre di Amedeo sono, nella maggior parte, da rivedere. Per saperne di più sulla vicenda della famiglia di Amedeo Modigliani occorre abbandonare le biografie del grande pittore e spostarsi nella storia delle vicende minerarie della bergamasca, dove la ditta Modigliani operò dal 1874 al 1884.
 
 I Modigliani erano ebrei commercianti ed operavano a Livorno, città portuale che, sotto il governo del Granduca di Toscana, era divenuta un emporio attivissimo di traffici e commerci di ogni genere da parte di commercianti di tutta Europa. Tra i prodotti oggetto di commercio vi erano i minerali e, specialmente, quelli per ricavarvi lo zinco, richiesti in Belgio, Francia, Gran Bretagna, Germania ed Olanda. Nel 1847 i Modigliani figurano tra i primi proprietari della miniera di mercurio del M.Amiata, località mineraria toscana che divenne in seguito una delle maggiori produttrici di mercurio nel mondo. Dal 1866 i fratelli Modigliani gestivano in Sardegna assieme ad Enrico Serpieri (mazziniano che esule in Sardegna aveva risollevato la metallurgia dell'isola) la miniera di piombo di Baueddu (Malacalzetta). Sicuramente con l'esperienza e le conoscenze che avevano in questo campo, avute notizie della possibilità di aprire miniere di calamina, i Modigliani si precipitarono immediatamente nella bergamasca per partecipare a tali ricerche, con i capitali necessari e con esperti soci inglesi.
 
I primi lavori di ricerca nella provincia di Bergamo erano iniziati verso il 1868 ad opera della ditta Sileoni a Gorno, Oneta e Premolo in Val del Riso, ed anche ad Oltre il Colle. Quantunque queste prime ricerche confermassero l'importanza di tali giacimenti, i lavori si limitarono inizialmente alla Val del Riso e all'escavazione della sola blenda, finché un capo minatore, venuto dalla Sardegna, di nome Lanzi richiamò l'attenzione anche sulle calamine . Il Sileoni verso il 1870, per mancanza di mezzi, cedette l'attività all'inglese Richardson che stabilì la sua sede a Ponte Nossa e iniziò i lavori . Il 1870 è da ritenersi la data ufficiale di inizio dell'escavazione della calamina nella Valle del Riso, in quanto come negli Annali del Ministero dell'Agricoltura Industria e Commercio del 1870 è scritto: Fra gli avvenimenti che riguardano questa industria è da citarsi la scoperta di giacimento di calamina nei comuni di Oneta, Gorno e Premolo in Provincia di Bergamo, quei giacimenti che sono di epoca triassica, e si presentano talvolta sotto l'aspetto di ammassi, tal altra sotto forma di filoni regolari. Si è incominciato ad asportare minerale e se ne sono già spedite 700 tonnellate in Inghilterra. La notizia fece un certo scalpore nell'ambiente scientifico dell'epoca, poiché venne pubblicata anche nelle "notizie" del Bollettino Del R. Comitato Geologico d'Italia del 1870.

Con l'arrivo a Bergamo dei fratelli Modigliani le ricerche di calamina portarono alla scoperta di altri giacimenti di questo minerale purissimo ed all'apertura di miniere, con la conseguente installazione di impianti moderni. Queste nuove miniere lavorarono negli anni successivi con maggiore attività rispetto a quelle di Gorno, Oneta e Premolo.
 
Rilevati i diritti che avevano i primi ricercatori, i Modigliani iniziarono i lavori in Val Seriana e, precisamente, a Parre. Lo sviluppo che dettero all'attività mineraria in questo comune fu considerevole: il 14 agosto 1874 fu decretata dal Ministero la "Dichiarazione di scoperta e concessibilità" della miniera di calamina di Trevasco. Questo decreto, che si otteneva dopo aver effettuato con esito positivo ricerche minerarie seguite e confermate dal Distretto Minerario secondo la legge vigente, era il primo passo per poi arrivare al definitivo Decreto Reale di "Concessione Mineraria", che venne concesso ai Modigliani il 12 agosto 1877.

Sia il Decreto di Scoperta che la Concessione Mineraria non erano facili da ottenersi, poiché occorreva dimostrare di aver scoperto una consistente quantità e qualità di minerale. L'iter della pratica era notevole: il ricercatore iniziava le ricerche minerarie con un permesso di ricerca rilasciato dal Prefetto di Bergamo. Se scopriva effettivamente un giacimento minerario occorreva il parere dell'ing. Zoppetti del Distretto Minerario di Milano, che controllava personalmente le ricerche. La qualità del minerale doveva essere poi provata da analisi chimiche che venivano eseguite alla Regia Scuola di Agricoltura di Milano. Soddisfatte le predette condizioni, il ricercatore poteva chiedere al Ministero il riconoscimento di "scopritore". A Roma, le pratiche venivano esaminate dal Consiglio delle Miniere che si radunava periodicamente. Il Consiglio delle Miniere fu presieduto, dal 1866 al 1884, dall'ing. Quintino Sella più volte Ministro delle Finanze e perfetto conoscitore dell'arte mineraria e della mineralogia, in particolar modo quella delle Alpi (n.d.r. fu anche fondatore del C.A.I.), dato che proveniva anch'egli da quel primo nucleo di ingegneri che nel 1859 avevano costituito il Corpo delle Miniere a Torino, che seguì attivamente anche dopo aver cessato di farne parte . Infine, dopo aver ottenuto il Decreto Ministeriale di "scoperta e concessibilità" della miniera, veniva rilasciato il Decreto Reale di Concessione Mineraria.


L'area concessa ai Modigliani per aprire la miniera era di 347 ettari e 81 are ed era localizzata sul Monte Trevasco a Nord del paese di Parre. Gli ammassi di calamina rinvenuti in questa zona non erano di grosse dimensioni, ma in compenso numerosi e dislocati su vasta superficie; la percentuale di zinco contenuta "tenore" era intorno al 40%.
 
Flaminio Modigliani, padre di Amedeo I Modigliani, già nel 1874 (essendo consuetudine iniziare i lavori durante le fasi autorizzative), realizzarono a Ponte Selva, in prossimità della strada provinciale della Val Seriana, gli impianti di "calcinazione" della calamina, costituiti da un moderno forno a tino come quelli usati in Sardegna, ed i magazzini per le calamine "crude" e per quelle "calcinate", pronte per la spedizione all'estero ( Belgio, Inghilterra, Francia), dove venivano poi impiegate per estrarvi lo zinco, dato che in Italia non vi erano tali stabilimenti. Per il trasporto del minerale dal Monte Trevasco al forno di Ponte Selva veniva usata la teleferica . Da questa località, a mezzo di carri, il minerale raggiungeva Bergamo e da qui il porto di Genova, dove veniva imbarcato. In questi anni già si auspicava che venisse realizzata la ferrovia Bergamo-Ponte Selva per ovviare agli alti costi di trasporto del minerale. Infatti, da Ponte Selva a Bergamo occorrevano più di cinque ore con una spesa di 6 lire alla tonnellata, mentre da Bergamo a Genova il costo era di 12 lire alla tonnellata. Al porto di Genova, la calamina di Parre, era venduta a 60 lire alla tonnellata.

Questo fu soltanto un primo passo dei fratelli Modigliani, i quali, per proseguire le loro ricerche, presero domicilio legale a Zogno presso il notaio dott. Francesco Zanchi ed il loro socio inglese Gibson a Bergamo, presso il sig. Antonio Loglio. I Fratelli Modigliani continuarono a cercare calamine estendendo le loro indagini anche in altre zone verso la Val Brembana . Le zone interessate coprivano una vasta estensione di territorio montuoso alla sinistra orografica della Val Parina, compreso nei comuni di S. Pietro d'Orzio e Dossena, nel quale vi erano tracce di antichi lavori minerari. I primi atti amministrativi dei Fratelli Modigliani e Gibson relativi alle ricerche nel comune di Dossena sono datati 24 e 26 ottobre 1874 . Anche qui i lavori di escavazione iniziarono subito: in una lettera dei F. Modigliani, scritta da Livorno il 14 aprile 1876, Isacco Modigliani si rivolgeva al Prefetto di Bergamo, in qualità di Direttore delle Miniere di Parre e Dossena ; mentre in un rapporto dei Carabinieri per la Prefettura di Bergamo, del 10 febbraio 1876, è scritto che era risultato da un'indagine da loro condotta che veniva estratto e spedito minerale dalle miniere di Dossena. Nella relazione del 1877 del Servizio Minerario sull'andamento delle miniere bergamasche, è scritto che le ricerche di zinco si mantenevano piuttosto attive e che la ditta Modigliani e Gibson aveva esplorato nel comune di Dossena due miniere: quella di calamina, galena e rame grigio, denominata Dossena Gialla, e la miniera di calamina e rame grigio, detta Vaccareggio o Cascina Vecchia .
 
Nella prima, i lavori erano ripartiti in due punti: quelli più in basso nella località detta del Canal Bianco, in cui (sul versante a sinistra della Val Parina) erano state aperte alcune gallerie a diversi livelli seguendo l'andamento di un ammasso di calamina; i lavori più estesi erano praticati più in alto, sul versante della Val Brembana. Constavano di parecchie gallerie, aperte già in antichità, entro un ammasso di calamina avente ottanta metri di larghezza per quaranta di lunghezza e quindici di spessore. La calamina era di bella qualità; un impianto di "sceveratura" venne realizzato presso i cantieri. Infine, nell'anno 1877, venne installata una funivia area lunga 700 metri per il trasporto della calamina alla strada Provinciale della Val Brembana, dove si trovava il forno di "calcinazione" del minerale. Le analisi eseguite dalla Regia Scuola di Agricoltura di Milano rilevarono in tali calamine un contenuto di zinco attorno al 50% .
 
La seconda miniera, detta Vaccareggio, si trovava sul monte omonimo, a levante della precedente. Qui gli ammassi delle calamine si presentavano più numerosi e, nello stesso tempo, più piccoli. Vi erano nell'anno in esame molti cantieri costituiti ognuno da trincee più o meno estese. Il lavoro più importante era quello sul versante della Val Parina, ove fu rinvenuta una vasta " colonna" di calamina allineata da levante a ponente e messa a nudo con tre grandi trincee disposte a gradini. I primi lavori avvenivano a cielo aperto, in quanto il minerale affiorava all'esterno. Solo con il procedere dei lavori, essi passarono in sotterraneo. Anche qui il minerale ottenuto era bellissimo, concrezionato bianco; il tenore di zinco risultato dalle analisi era del 45% .

A seguito dell'esito positivo di tali ricerche in relazione alle succitate miniere, la ditta F. Modigliani e Gibson ottenne dal Ministero, in data 27 febbraio 1877, la "Dichiarazione di Scoperta e Concessibilita", a cui seguirono nel 1878 i Decreti Reali di Concessione Mineraria: il 9 maggio 1878 a Dossena Gialla ( per una superficie di 16 ettari e 42 are) ed il 23 maggio 1878 a Vaccareggio ( 98 ettari e 65 are). L'attività delle ditta Modigliani non si fermò qui, infatti, il 18 marzo 1878 (quando erano ancora in corso le pratiche per le concessioni di Dossena) ottenne il parere favorevole dal Consiglio delle Miniere per la "Dichiarazione di scoperta e concessibilità" della miniera di S.Pietro d'Orzio nel comune di S. Pietro d'Orzio (ora comune S. Giovanni Bianco), localizzata sul colle a levante del paese sul proseguimento naturale del giacimento delle calamine Dossena e Vaccareggio. Si trattava di ulteriori 95 ettari di territorio. La concessione mineraria per questa miniera fu rilasciata il 13 ottobre 1880.

 
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Capitolo 1° - Brevi cenni storici
 
Il più grosso bacino minerario a zinco della Bergamasca, denominato “distretto minerario di Gorno”, comprende i giacimenti della Val del Riso e quelli della Val Parina, che furono gradualmente integrati in un solo grande polo estrattivo, completato da uno stabilimento di trasformazione sito in Ponte Nossa.

Il Monte Arera contiene decine di chilometri di  gallerie minerarie, che traforano la montagna a partire dalla quota di circa 600 metri slm fino ad oltre i 2000 metri. Le miniere attraversano i monti Grem e Arera, passando sotto le aste fluviali delle valli Parina e Vedra, fino a sfiorare la Val Carnera, ai piedi del Menna.

I principali minerali estratti furono Calamina e Blenda, oltre a tracce di Galena, da questi si ricavavano Zinco, Piombo e piccole quantità di Argento.

Lo studio di queste cavità artificiali è di grande interesse storico e fa parte integrante delle tipiche attività di ricerca a carattere speleologico. Buona parte delle ricerche viene comunque effettuata a tavolino, consultando le pregevoli cartografie eseguite a partire dalla fine del 1800.
 
Note storiche

L'attività mineraria nelle valli bergamasche risale ad epoche remote: argento, rame e ferro furono sempre scavati, in particolar modo nelle zone tipicamente minerarie della Valle Brembana, della Val Seriana ed oltre il passo del Manina, nella Val di Scalve. Plinio scrisse che nel territorio di Bergamo esistevano miniere di calamina, minerale che serviva a preparare l'aurichalcum.
A quei tempi la calamina, che con la blenda è uno dei principali minerali dello zinco (questo metallo era allora sconosciuto, essendo stato scoperto solo nel 1700), doveva venir impiegata esclusivamente in miscela con il rame per la fabbricazione dell'ottone.


Con la scoperta dell'America l'interesse per l'oro e l'argento in Italia decadde, di conseguenza si presuppone che le antiche miniere di argento di Ardesio chiusero in quel periodo. Le miniere più importanti rimasero quelle dei minerali del ferro della Val Bondione e della Val Di Scalve, che restarono aperte fino a qualche decennio fa. L'attività mineraria, in genere, era condotta con metodi primitivi, anche se in pratica, per quel tempo, validissimi: questi metodi permasero fino all'inizio dell'Ottocento. I francesi, al tempo della Repubblica Cisalpina, cercarono di dare un impulso migliorativo a questa situazione e, con l'editto napoleonico del 9 agosto 1808, dettarono norme per riorganizzare il settore, a cui fece seguito un certo risveglio dell'attività mineraria, come testimoniano le autorizzazioni rilasciate in quel periodo.
 

Con l'arrivo degli austriaci del Regno Lombardo-Veneto la situazione delle miniere si immobilizzò di nuovo. Gli austriaci, avendo a disposizione i grossi giacimenti di minerali dell'impero, poco si interessarono alle piccole miniere bergamasche e lombarde; anzi l'indifferenza fu tale che essi lasciarono in vigore l'editto napoleonico sulle miniere sino al 25 settembre 1857, anno in cui entrò in vigore la "Legge Montanistica Universale", unica per tutto l'impero. Questa normativa, anche se innovativa, non ebbe nessun effetto pratico perché di lì a poco nella Lombardia, a seguito dell'annessione al Piemonte, entrò in vigore la legge Sabauda del 25 novembre 1859, che divenne (non appena completata l'Unità dell'Italia) la prima legge mineraria nazionale. Quest'ultima apportò un'innovazione nel campo minerario: l'istituzione, al posto dei vecchi Capitanati Montanistici austriaci, dei Distretti Mineralogici che, oltre alle normali funzioni amministrative, avevano anche funzioni di indirizzo tecnico del settore minerario, sotto la diretta dipendenza del Ministero dei Lavori Pubblici. I funzionari che costituirono il primo nucleo del Corpo delle Miniere provenivano tutti dalla Scuola d'Ingegneria di Torino, con perfezionamento alla Scuola Mineraria di Parigi. Fra questi l'ing. Giuseppe Signorile, assegnato al Distretto Minerario di Bergamo, al quale seguì l'ing. Vittore Zoppetti quando il Distretto di Bergamo fu soppresso e inglobato in quello di Milano. 

Questi cambiamenti tecnici nell'amministrazione delle miniere dettero presto i loro frutti anche nelle valli Bergamasche. Durante il periodo in cui resse il Distretto di Bergamo, l'ing. Signorile intuì, grazie ai propri studi, le possibilità di aprire moderne miniere di blenda e calamina per ricavarne lo zinco nelle zone della Val Brembana, della Val del Riso e fino alla Presolana (in passato oggetto di vecchie estrazioni della calamina) . Il problema era reperire i capitali che occorrevano per effettuare sistematiche ricerche minerarie sulla vastissima e impervia zona interessata, al fine di individuare i luoghi dove aprire le miniere ed installare gli impianti relativi. Si ricorse così ad esperte ditte locali o di altre parti d'Italia oppure straniere. Fu in questa fase che, nella seconda metà dell'Ottocento, a fianco di ricercatori locali (ad esempio: la ditta Sileoni; il sig. Leopoldo Costa; la ditta Lucio Fornoni di Ardesio e la ditta Alessandro Milesi), arrivarono imprese straniere come l'inglese Richardson, la ditta The English Crown, la Società Vieille Montagne, nonché da Livorno verso il 1874 anche la ditta dei Fratelli Modigliani. Quest'ultima era costituita dai fratelli Isacco, Alberto e Flaminio, figli di Emanuele, rispettivamente zii e padre di Amedeo (che nacque nel 1884).
Insieme ai Modigliani operò anche un socio inglese, il sig. William Gerard Gibson di Londra, della ditta William Goodall Gibson.

Dalle antiche tecniche di foratura a mano con mazza e fioretto si arrivò ai perforatori pneumatici, i primordiali sistemi di demolizione della roccia tramite sbalzi di temperatura (riscaldamento con fuoco e immediato raffreddamento con acqua) furono sostituiti dalla polvere pirica prima e dalla dinamite poi. Il minerale estratto, prima trasportato a spalle da ragazzi e donne (le famose “taissine”), cominciò a viaggiare su vagoncini trainati prima da animali e, infine, da potenti motori elettrici. Anche i trasporti all’esterno vennero affidati a moderni sistemi di teleferiche.

Speciali pale meccaniche ed efficienti sistemi di aerazione contribuirono ulteriormente a rendere meno faticoso e più sicuro il lavoro dei minatori
Si tramanda ancora il ricordo delle grandi sfide industriali e finanziarie tra le maggiori compagnie che avevano le concessioni di estrazione: la Modigliani, la Crown Spelter Co. Ltd. (Inghilterra) e la Vieille Montagne (Belgio).


Nei decenni del secondo dopoguerra fu intrapresa la realizzazione di imponenti opere: la grande galleria di ribasso Riso-Parina lunga una dozzina di chilometri, un enorme pozzo profondo 340 metri in Val Vedra, le immense camere di coltivazione e nuove gallerie di ricerca, talvolta usando tecniche minerarie d’avanguardia. Nonostante questi massicci investimenti, all’inizio degli anni ’80 fu decisa la chiusura definitiva di tutti gli impianti di estrazione, perché ritenuti antieconomici.
La concorrenza di altri paesi, che riuscivano ad estrarre ed esportare zinco a prezzi nettamente inferiori, causò il tramonto di una tradizione industriale ancora molto radicata nella memoria collettiva delle popolazioni locali.

 
Pubblicato dal Gruppo Speleologico Bergamasco le Nottole
Continua
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Don Giacomo Carrara Zanotti
sacerdote di Serina




 Dalle ricerche di Massimo Pandughet

Don Giacomo Carrara Zanotti, sacerdote di Serina e uomo di grande cultura, fu l'intermediario abile e sapiente, che riuscì a convincere i serinesi ad accogliere le richieste di indipendenza di Oltre il Colle.
In questo senso fu firmato un primo documento di approccio il 28 ottobre 1548 davanti al notaio Giorgio Tiraboschi
Un secondo passo decisivo fu fatto il 17 febbraio 1569 come risulta dagli atti convalidati dal notaio Donati Giulio.
Si giunse alla risoluzione definitivca il 19 dicembre 1569 quando Oltre il Colle, fianalmente, divenne comune autonomo.
Stando ad una relazione del 1569 la conca di Oltre il Colle era composta dalle seguenti contrade: Cà di Venturì, Cà di Vincenzi, Cà di Cantù, Palaz, Zambla, Zorzon, Cà de Angro, Costa Peza, Valnoma, Cà di Vidali.
Nomi singolari in cui ci ritroviamo un pò a fatica.
Più attuale invece la lista del " Dizionario Odeporico" di due secoli dopo nel quale leggiamo: Grimoldo, Cà dei Palazzini, Cà dei Vanini, Cà dei Freroli, Cà dei Caprili, Cà dei Manenti, Cà del Pendughet, Cà del Vandul.
Zorzone e Zambla sono già diventate frazioni a sè.
Secondo il Da Lezze in "queste terre et contrade" vi erano circa 100 fuochi con 654 anime, senza contare "vecchi donne et peutti".
Nei vari documenti si fa spesso riferimento a una popolazione sofferta e povera.
Zuanne da Lezze ritiene il paese "sterilissimo" ove " la terra vale Lire veneziane 40 per pertica".
I consiglieri si rifiutavano spesso di essere rieletti non volendo compromettere la propria reputazione davanti alle autorità veneziane per morosità del comune nel versare i contributi di legge.
In tal modo le amministrazioni si susseguivano pigramente , senza entusiasmo, con pochissime riunioni, spesso deserte in pieno contrasto con le norme del tempo.
Norme minuziose fissavano le modalità del taglio degli alberi nei boschi del comune e della raccolta della legna da ardere o da farne carbonella.
Quest'ultima veniva venduta nei mercati locali o in parte consumata nelle numerose fucine della Parina.
Così pure era sempre messo all'incanto l'autorizzazione a vendere il vino, il sale e il pane.
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Alcune mie considerazioni.
Ci troviamo a tratteggiare sistemi di governo di antico regime, durante il periodo veneziano, non dissimile da quello di altri paesi di montagna dell'area lombardo-veneto.
Il periodo storico è uno dei più difficili. Finito il Rinascimento la penisola diventa preda di conquista da parte delle nazioni europee.
Il Concilio tridentino  poi imporrà una serie di norme etico-sociali che influenzerà i secoli  futuri non solo la vita religiosa.
Oltre i Colle è un "paese di frontiera" oggi si direbbe.
Privo di validi elementi di sussistenza, posto ai margini delle strade "mercatorie" vive una realtà silvo- pastorale fatta di enormi difficoltà di asostentamento.
Il suo territorio è coperto per la maggior parte dalla foresta alpina che fornisce l'elemento primario per l'attività metallurgica. La Carbonella.
La val Parina è abitata tutto l'anno perchè ospita numerose fucine per la lavorazione del ferro trasformando questo metallo in chiodi, in picche e spade. Ancora oggi i più vecchi del paese ricordano il "Maol" il maglio, nome di una località della Parina che ospitava questo indispensabile strumento.
Parimenti, forse per la difficile condizione di vita, sono frequenti dispute confinarie concernenti piccoli appezzamenti di terreno disboscato, luogo ideale per l'allevamento bovino.
L'allevamento caprino ed ovino è invece ben  praticato perchè non necessita di ricco foraggio.
Le nostre miniere non sono ancora sfruttate . Bisognerà aspettare l'800.
L'assenza di capitali, di uomini ma soprattuto l'altezza media del filone minerario e la scarsità tecnologica del periodo storico impediscono di accedere a questa enorme ricchezza del sottosuolo.
Rimane comunque una data fissa: quella del 19 dicembre 1569 anno e giorno della nascita del Comune di Oltre il Colle.

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27 gennaio 
Il Giorno della Memoria


Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Il testo dell'articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria: « La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della 
Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
 
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
 
Il 27 gennaio il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, è celebrato anche da molte altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005.
 
In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi, Chełmno, e Bełżec, ma questi campi detti più comunemente di "annientamento" erano vere e proprie fabbriche di morte dove i prigionieri e i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo pochi "sonderkommando".
 
Tuttavia l'apertura dei cancelli ad Auschwitz, dove 10-15 giorni prima i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con se in una "marcia della morte" tutti i prigionieri abili, molti dei quali morirono durante la marcia stessa, mostrò al mondo non solo molti testimoni della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento del lager (anche se è doveroso dire che due dei forni crematori situati in Birkenau I e II furono distrutti nell'autunno del 1944).
 
In Italia sono ufficialmente più di 400 le persone insignite dell'alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni per il loro impegno a favore degli ebrei perseguitati durante l'Olocausto

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Continua la Storia della Comunità di Oltre il Colle
Una ricerca storica di Massimo Pendughet vesperis@virgilio.it

"OLTRE IL COLLE, COMUNE AUTONOMO DAL 1569" 

tratto dal libro di P. Ceroni ediz. grafiche dehoniane, a cura della Parrocchia di Oltre il Colle.

 
Capitolo 10 – Periodo napoleonico

Napoleone - mecenate o ladro di opere d'arte?.
Il periodo napoleonico inizia ufficialmente dopo la pace di Marengo ( 13 gennaio 1801) ma già dal  12 maggio 1797  Bergamo e le sue terre si arrese ai francesi.
Il motto  " Libertè, Fraternitè, ègalitè " nascondeva anche altre cose un po’ meno nobili . Questo motto  era la bandiera rivoluzionaria dei giacobini di Parigi.
Ma la realtà non era né libera, né fraterna ancora meno uguale.
 
Nella primavera del  1797 truppe armate di russi e austriaci superano il colle di Zambla, diretti a Dossena  poi in alta Val Brembana e Valtellina per contrastare l'esercito napoleonico che sta invadendo quella valle.
Da noi pretendono vettovagliamenti, animali da soma, alimenti e animali da stalla. Stuprano e uccidono i nostri valligiani. Bruciano stalle se non accontentati. Svuotano le cantine dai formaggi e salami e vino. Insomma lasciano la conca in una miserevole condizione.

(E qui ancora per inciso: Mi richiama  la ritirata dei "Russi" Azeri e Ucraini i quali al seguito della Wehrmacht  dopo lo sfondamento del fronte appenninico nel 44 cercano di scappare in Svizzera passsando dalle nostre terre tallonati dalle unità partigiane.)

Il 2 maggio del 1798 fu un giorno particolarmente nefasto per le nostre genti. A seguito della mancata consegna immediata di vettovaglie i russi e gli austriaci incendiarono numerose stalle e abitazioni . Molti civili furono uccisi all'istante. Furono perfino distrutti i roccoli per la cattura degli uccelli.
Dopo Marengo si apre la PAX Francese. Per i successivi 15 anni tutto si quieta, tutto si incammina verso un nuovo  ordine. Si cambia perfino il calendario e  Oltre il Colle viene inserito nel dipartimento del medio Serio. Prima faceva parte della media Val Brembana con sede a Zogno.
 
Tra le tante leggi francesi una riguarda lo spostamento dei cimiteri fuori città. Per quel tempo una grossa novità. Il cimitero aveva sempre avuto una connotazione "famigliare" attorno alle Chiese. Regno dei morti attorno al regno dei vivi. In fondo ancora adesso in tutti i paesi dove non è passato Napoleone i cimiteri mantengono la loro ubicazione in centro.
 
Sembra a prima vista una legge secondaria ma invece cambierà anche eticamente il modo di visione dell'aldilà.
Napoleone fu un ladro di opere d'arte. Non saprei come definirlo.
Come lo furono i nazisti del secondo conflitto mondiale. Dove non rubava demoliva.
Sempre con il motto dei giacobini francesi invase la sfera religiosa in tutti i settori.
 
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Capitolo 9 – Il capoluogo.

Oltre il Colle

Il XVIII  secolo è un periodo di storia particolarmente fecondo in termini di nuove idee, di riforme, della riscoperta di tanti elementi e aspetti dimenticati dal Rinascimento.
In Lombardia - a Milano in particolare - il nuovo spirito riformatore si realizzerà anche nella stesura del nuovo catasto teresiano. Questo fu lo strumento ideale per riformare la fiscalità di antico regime e stimolare l'arricchimento in termini di produzione cerealicola, e non solo,  dei piccoli e medi poderi e nel contempo  di intaccare i benefici e le esenzioni  dei latifondi.
Le terre veneziane invece godetterono di un periodo di assoluta tranquillità, Tutto sommato anche di benessere. Oltre il Colle e la Parina  continuano nella loro attività metallurgica dei chiodi, delle picche, spade, ma anche negli attrezzi normali di cucina o di uso quotidiano.  

(Per inciso: quando nell'ottobre del 44 gli oltrecollesi tutti rinvennero i resti dell'aereo del Pezzadello e li rimodellarono per un uso quotidiano, in fondo non fecero che riprendere l'arte e il lavoro dei loro avi del XVIII secolo.)

Tutta la vallata si dota di nuove chiese costruite in stile caniana.
Privilegio alla luce, grandi arcate a tutto sesto, forte presenza di curvilinee ( richiamo al barocco) ottime qualità di marmi policromi

( Venezia insegna - vedere i marmi del pavimento della chiesa di San Giorgio con quelli dell'altare maggiore della Chiesa di san Bartolomeo. Identici. )

La  religiosità molto presente e profonda delle nostre genti fa sì che si erigano oltre a belle chiese anche si commissionino quadri splendidi tutti a tema religioso. Da noi ci sono degli ottimi scalpellini, io li chiamo scultori, che intagliano e modellano la nostra pietra locale in fogge e linee che richiamano quelle architetturali. Se camminando per i sentieri della Conca vi imbattete nelle numerose cappellette disseminate qua e la, fermatevi per osservare a la pietra intagliata, i quadri di grazie ricevute, e colonnette che adornano l'altare o sostengono l'architrave.
Serina rinnova la sua Chiesa madre tra il 1747e il 1750, Zambla bassa nel 1727 Zorzone nel 1748 .
Oltre il Colle capoluogo invece ricostruirà la sua chiesa solo più tardi tra il 1768 e il 1772.

Un grande peso e importanza l'ha avuto il sacerdote don Francesco Maurizio
splendida figura di uomo di fede, di curatore d'anime, di generosità per la sua gente.
Fino al 1960 gli oltrecollesi godranno dei benefici delle rendite scaturite dalla Commissaria Maurizio.  

(Ma questo è un altro discorso in parte ripreso in un altro capitolo e nel testamento pubblicato nell'apposita sezione di Ultra Collem.)

La nostra chiesa madre riceve la benedizione dal vescovo Paolo Dolfin il 23 giugno 1780 giorno dedicato al San Lanfranco.
Se vi ricordate in uno dei capitoli precedenti parlavo del vescovo Lanfranco e della sua figura nella storia locale del XII secolo.
Paolo Dolfin invece, proveniente da una nobile casata veneziana ha retto la diocesi di Bergamo con fermezza in un periodo che vedrà lo stravolgimento di tutti i valori e simboli dell'antico regime. 
Bergamo e le sue terre con la pace di Campoformido, 1796, cambierà padrone.
Venezia cade, Napoleone la vende all'Austria ma la Lombardia se la tengono i francesi.
Anche la val Serina viene inserita nel dipartimento del medio Serio e sposta il proprio baricentro al di là del Colle di Zambla, Clusone ne è il capoluogo.
Siamo su uno spartiacque, quindi è giusto, un po’ di qua e un po’ di là.

 segue
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Capitolo 8 – Le frazioni

Zorzone.
  

"A Zorzone se ti cade qualcosa finisce in Parina", dicevano i nostri nonni.
Nel 1954 il 4 dicembre festa grande per Santa Barbara, patrona dei minatori, ad un musicante della banda di Oltre il Colle venne un malore. Suonava la grancassa. Questa cominciò a rotolare lungo i pendii scoscesi e la  recuperarono in Parina.
Se aspettavano qualche ora a recuperala, la grancassa l'avrebbero suonata quelli di Camerata Cornello.
Questo per dire quanto siano marcate le linee altimetriche del suo territorio.
Zorzone è l'esatto contrapposto di Oltre il Colle.
In questa frazione si sta bene d'inverno, sempre al sole mentre Oltre il Colle è immerso nella fredda bruma dell'Alben. Quando invece in estate Oltre il Colle gode della frescura delle sue abetaie a Zorzone fa caldo anche troppo. Anche la vegetazione è diversa. Di qua pini o le  "peghere" di là faggi.
Se vedete lo stemma di Oltre il Colle lo scudo sannitico è diviso in due parti. Una a destra di colore azzurro, colore freddo, con in mezzo la fonte del Drago, l'altra a sinistra, rossa, colore caldo, con le tre cime principali della conca e un piccone.
Il privilegio di avere un simile clima ha permesso di coltivare cereale fino al secolo scorso.

L'attività meglio seguita era però quella dei carbonai perché l'abbondanza di faggio permetteva di produrre dell'ottima carbonella. Ai piedi di Zorzone c'erano le fusine ( le fucine) luogo per la fusione del ferro.
Il sole e la luce cambia anche il carattere della gente. Uno zorzonese da solo ha  l'armonica a bocca, due la fisarmonica , tre fanno un coro. Caratteri sempre allegri, amanti degli scherzi, ma gelosi della loro autonomia territoriale, delle  loro  iniziative che portano avanti pragmaticamente  da soli.
Dicevano i nostri nonni che era pericoloso andare a morose a Zorzone perché i ragazzi di questa frazione prendevano a sassate gli estranei che venivano a portar via le loro ragazze.
Il suo sottosuolo è stato letteralmente una miniera  di ricco minerale di zinco e piombo. Numerosi bracci di galleria si diramano in ogni direzione e altezza dalla Malanotte di Pian Bracca.
Zorzone ottiene l'autonomia parrocchiale nel 1646 staccandosi da San Bartolomeo.
La chiesa è dedicata alla SS. Trinità. Il periodo è quello post tridentino ed era indispensabile riaffermare questo dogma fondamentale.
Zorzone più  delle altre comunità ha mantenuto nel suo nome e nel particolare culto alla Madonna della Cintura un legame con Venezia.

Riprendo il filo del discorso su Zorzone, il suo nome, e la devozione alla Madonna della Cintura  e Venezia.
Il nome , come giustamente fa notare P.G. Ceroni nel suo libro fa riferimento agli Zorzi in veneziano o ai Giorgi detto oggi in italiano.
Giorgione in veneziano si dice Zorzone ed è quindi presumibile che un legame con la nobile famiglia degli Zorzi si sia mantenuta nel nome Zorzone come appartenente agli "Zorzoni" = Giorgioni.
Alvise Zorzi è un grande storico della repubblica di Venezia dei secoli d'oro.
La particolare devozione alla Madonna della Cintura che si celebra la prima domenica dopo il 28 agosto (ma non per Zorzone) richiama ancora la Storia degli ordini mendicanti.
In particolare quella dei Servi di Maria e degli Agostiniani
Entrambi portatori di grosse cinture di cuoio.
La storia vuole che Santa Monica chiedesse alla Vergine  come fosse il suo abbigliamento nel suo periodo di vedovanza .

L'abbigliamento era composto da vestiti scuri e da una grossa cintura nera stretta in vita. Da qui lo impose a suo figlio Sant'Agostino divenuto poi il fondatore degli agostiniani.
Altrettanto nel XII secolo l'ordine dei Servi di Maria adottò questa grossa cintura nera di cuoio così poco adatta per una figura femminile.
I Servi di Maria furono particolarmente attivi come predicatori e ordini mendicanti dal XIII al XVII nei territori veneziani. A Venezia stessa a Cannareggio esisteva un grande convento ora adibito ad altre funzioni.
Ma ricordiamo il Convento di Monte Berico presso Padova poco lontano.
La cintura, sempre raffigurata nella mano della Vergine, è il legame con il mondo terreno e Lei è l' intercedente. 
Una figura particolare mi preme ricordare in questo discorso: Padre Davide Turoldo,  frate servita, poeta, letterato e teologo  ma soprattutto grande uomo di fede.
Ritornando a Zorzone il campanile è del 1579 successivamente rialzato nel 1864 dallo zorzonese Don Alessandro Scolari
Si aggiunsero anche due altre campane fino a portarne a cinque attuali.

Nel 1626 Zorzone installò la statua della Beata Vergine della Consolazione della Cintura dietro richieste e offerte di Palazzi Pietro fu Zoane, Pietro Palazzi fu Giacomo, Peverata Bortolo, Carrara Gasparo e Giacomo e Maurizio Gerolamo. Nel 1627 si costituì la confraternita della Madonna della cintura.
Da quell'anno gli zorzonesi celebrarono sempre con grande solennità la ricorrenza che per Zorzone  è  il 15 di agosto.
Sempre vive furono recriminazioni e incomprensioni con le altre comunità parrocchiali. Leggete nella sezione dell'Ass. Ultracollem la "disputa del formaggio" ma soprattutto l'evento che capitò nel suo territorio la sera del 4 ottobre 1944 "L'aereo del Pezzadello" 

Un cenno va fatto alla cappelletta di Peta.
Un Tiraboschi di Zambla fece costruire questa chiesetta su un dirupo, sulla strada della Parina, in una felice posizione, nel 1784.
Notate la data. In quel periodo erano molto attive tutte le attività lungo la Parina e la Chiesetta di Peta era un riferimento anche visivo ai numerosi lavoranti che percorrevano l'aspra mulattiera.
E' dedicata alla Madonna del Miracolo di Desenzano. La pianta è semicircolare e custodisce la pittura ad olio del pittore Ceroni di Albino. raffigura la Madonna della Gamba. Altro tema devozionale delle nostre genti.

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Capitolo 7 – Le frazioni

Zambla 


 " Zambla, nonostante sia stata l'ultima zona della conca a essere dissodata e abitata, nel giro di pochi decenni incominciò ad offrire uno spettacolo maestoso e imponente di deliziose praterie, frastagliate dai boschi  nelle vallate più scoscese.
Le diverse contrade sorsero l'una distante dall'altra e fin dal principio la popolazione si dedicò in modo intensivo all'allevamento del bestiame.
Nell conca infatti le "bergamine" più numerose, di maggior resa, di maggior commercio sono sempre state di Zamla, costituendo un grosso beneficio economico per l'intero paese.

Verso il 1500 Zambla aveva l'aspetto di una comunità compatta e ben distribuita nelle contrade più note.  Cà di Merèi, Cà di Vidài, Cà Pezzà, Cà falgher, Vallomi, Gremsolì, Cà di Rèss. e poi più in alto Bertogli, Zucchi, Armellini, Moratti.
Nel 1587 i capifamiglia di Zambla presentarono al vescovo di Bergamo Gerolamo Regazzoni, in visita pastorale ad Oltre il Colle, la domanda di  essere separati dalla Chiesa di San Bartolomeo di Grimoldo per costituirsi parrocchia autonoma.

In un rotolo di cartapecora, conservato nell'archivio parrocchiale di Zambla, dono del sac. Pietro Luigi Palazzini, sono riportate le motivazioni di tale domanda.
(Quando parlimo della parrocchia di  Zambla ci riferiamo a Zambla bassa). 


Con l'intento di prevenire ogni obiezione nel documento si conclude:" Perchè la Chiesa di San Bortolomeo, non abbia a subire danni economici, gli abitanti offrono una dote decente, promettono al vescovo un tanto per mantenere il loro parroco e di versare un tanto anche al vescovo stesso."
Si definirono i confini parrocchiali dal val Grassa alla Val Parina. Zambla rinunciò ad estendere i suoi confini fino alla val Carnera comprendendo anche Zorzone che rimase sotto la giurisdizione di san Bartolomeo.
Mantennero il diritto di giuspatronato fino al 1936 come San Bartolomeo.

Dobbiamo rilevare che verso la fine del XVI secolo si manifesta forte la voglia di staccarsi da enti centrali, cioè si chiede il decentramento. Oggi si direbbe federalismo fiscale ma allora sul finire di quel secolo Zambla riesce da un punto di vista di giurisdizione parrocchiale a staccarsi dalla parrocchia di san Bartolomeo di Oltre il Colle così come aveva fatto Oltre il Colle da Serina e da Lepreno.
Non è un caso che sia proprio Zambla e non Zorzone che comunque arriverà dopo alcuni decenni e non è un caso che sia in quel periodo di tempo. E non è un caso che l'autonomia si cerchi e si trovi nell'ambito religioso più che civile .
La popolazione della conca seppur lentamente cresce. cresce perché la pianura sta male. E' sempre così.
Quando in pianura si sta male, in montagna si sta bene e viceversa. In quel periodo la pianura viene aggredita da due gravi minacce. La guerra e la peste. E la gente scappa. Ne riparleremo perché è una costante storica.  
Così come trecento anni dopo quando le nostre città martoriate dai bombardamenti (1941-1945) sfolleranno verso i paesi di montagna. Nel 1943, complice l'intensiva domanda per le miniere, i bombardamenti di Milano e delle fabbriche belliche Oltre il Colle   raggiungerà i 2.400 abitanti. Oggi arriva appena a 1.000.
Zambla ottiene l'autonomia parrocchiale perchè sta meglio di Oltre il Colle.
Perché questa frazione  ha più popolazione, più ricchezza ( allevamento, pascoli ),  più potere negoziale verso le autorità centrali di Bergamo e pur sottostando ad un pagamento in benefici verso san Bartolomeo di Oltre il Colle  non gli mancano gli uomini e i mezzi per conquistarsi la sua autonomia. E' sempre chi sta meglio che vuole staccarsi dagli altri. E' pronto a pagare pur di farsi una vita autonoma. Chi sta male invece  non vuole mai star da solo. Starebbe peggio. E' la scoperta dell'acqua calda, lo so. Ma a volte anche l'acqua calda va bene per capire e forse anche attualizzare certi fenomeni che non smettono mai di ripetersi. Anche nelle famiglie.
Poi c'è l'orgoglio dei zamblesi. Gente con gli scarponi sempre sporchi di "boassa" ma con il cervello fine dei gran calcolatori
Non si conosce la data della costruzione della prima chiesa di Zambla (bassa).


Essa comunque sarà dotata di tre altari, e il campanile. Un lusso. Mica roba da poco per i tempi.
L'attuale invece ha cinque altari ed è del 1700 in contemporanea con quella di Oltre il Colle san Bartolomeo.
Se gli Zamblesi costruiscono una chiesa con tre altari e un campanile fornito di campane  presumo che le cose andassero più che bene, sempre rispetto alle altre comunità.
La posizione dell'edificio poi  è rilevante.
Si trova in cima ad un poggio, là dove arrivano almeno quattro strade.
Si è spianato una parte di  collina e il campanile slanciato è visibile da ogni angolo della conca.
Con tre altari non si può certo parlare di una cappelletta.
Un sacerdote stabile, fornito di sufficienti benefici , che gli permettevano di vivere in maniera dignitosa il suo mandato di curatore d'anime.
La Parrocchia godeva di diritto di giuspatronato, la chiesa  era fornita di un organo Serassi, arricchita da un dipinto del Cavagna ( 1590-1595) rappresentante Santa Maddalena in Gloria.
Il pittore Cavagna per quei tempi era quello che oggi  può essere un Guttuso o Morandi.
C'era una gara allora a chi abbelliva meglio la chiesa tra gli oltrecollesi e gli zamblesi.
Credo che stavolta la gara sia stata vinta dagli abitanti di Zambla.  

La Storia poi si ripeterà nel 900. Tra Zambla bassa e Zambla alta. Sempre in una continua atomizzazione di autonomie. Fino ad oggi. Quando invece è arrivato il momento di mettere insieme le proprie e le altrui forze per il bene comune...

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Capitolo 6 -. L’economia


L'aspetto economico-commerciale del periodo veneziano coinvolge in particolare la manifattura metallurgica ferrosa. secondo il testo di P.G. Ceroni il ferro grezzo proveniva dalle Val di Scalve e Bondione
L'abbondanza di legna per carbonella alimentava le numerose fornaci sia in Parina. L'acqua del torrente forniva la forza motrice per i magli.
Gli stessi veneziani, così voraci di ferro per le armi, mantennero sempre viva questa attività artigianale. Picche, spade, ma anche lance e chiodi prendevano la via dell'Oriente mediterraneo.
Dal 1700 in poi, la produzione di lance e chiodi ebbe un grande successo, sopratutto a Serina, così come la lavorazione dei paralumi in ferro battuto mettendo in evidenza l'ingegnosità stessa del montanaro.

Alle tre fucine della Parina se ne aggiunsero altre a Grimoldo, e una in particolare a Cà Vanini
Da una verga di ferro di dieci kili si estraevano circa 8 kili di chiodi su 15 diverse tipologie: chiodi finissimi per calzature, più grossi per gli zoccoli dei cavalli, ancora più grossi per le travature dei tetti, carene di navi etc.
Questa lavorazione era molto attiva nei mesi invernali, mentre il bestiame rimaneva nelle stalle e i prati e i boschi non necessitavano di cure.
L'autunno era la stagione più attiva. C'era da raccogliere la legna per il lungo inverno, la foglie per farne lettiera per gli animali e nello stesso tempo riadattare le piccole officine artigianali per la lavorazione del ferro.
La vendita degli ottimi prodotti caseari proveniente dagli alpeggi estivi avveniva duranti i numerosi mercati di ottobre e novembre.
Serina è il più importante ed è tuttora riamasto. In questo periodo con il ricavato delle vendite si acquistavano gli attrezzi agricoli e delle stalle necessari. Falci, fraschere, coder etc , tutti attrezzi necessari per la fienagione dell'anno dopo.
Zambla era conosciuta per la qualità suprema dei suoi formaggi.
Questa comunità sta esattamente a metà fra il freddo di Oltre il Colle capoluogo e l'assolato Zorzone. Una cosa a metà che godeva dei vantaggi dei due estremi.
I ricchi pascoli , oggi utilizzati per lo sci, permettevano di allevare centinaia di capi bovini e ovini. Ottimo clima, giusta altezza ma sopratutto abbondanza di acqua e facilità di raggiungimento.
Questo amalgama ha sempre favorito Zambla. Parlo di Zambla in generale ma mi riferisco a Zambla bassa. La divisione delle due frazioni risale agli anni 30 del 900.
Molto interessante ma purtroppo scarsamente illustrato è lo stile architettonico delle case costruite durante la dominazione.

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Capitolo 5 -. Le origini del nome

Il nome latino del paese è "Ultracollem", curiosamente italianizzato in alcuni documenti ufficiali in "Oltro 'l Collo".
Dopo di ché, in tutti i documenti, appare con chiarezza il nome odierno di OLTRE IL COLLE. Il riferimento non va al Colle di Zambla, come credono alcuni, ma al Col d'Anì, tra Valpiana e Oltre il Colle. Ricordiamo, inoltre, che negli scritti cha hanno regolato per tre secoli e mezzo i rapporti di Oltre il Colle con la repubblica di Venezia, il nome del paese è spesso preceduto dal termine "fortezza" o dalla parola corrispondente latina di " castrum".
L'allusione è alla torre di difesa e di guardia nel luogo del vecchio municipio, irrimediabilmente perduta."
E' Ormai assodato che il nome del nostro paese provenga dalla sua posizione geografica di essere oltre il Colle d'Anì che dà verso Serina.
Il motivo è sostanzialmente da trovare nei numerosissimi legami storici sia civili che religiosi che legano Oltre il Colle con la Val Serina.
E' anche normale chiamare Oltre il Colle dal momento che si supera lo spartiacque del torrente Serina per entrare in quello della Parina. Inoltre gli antichi documenti fanno sempre riferimento a comunità della val Serina perché la strada comoda e sempre pulita era percorsa da carrozze e carri trainati da animali.
Viceversa il colle di Zambla ( la pertinente strada aperta solo verso gli anni 70 del 900) era percorso da una mulattiera che collegava le due comunità intervallari ma sul versante seriano la strada si inerpica ripida sui pendii di Oneta e mal si addice per trasporti pesanti.

Scarsi sono i documenti civili e religiosi che ci legano alle comunità seriane non mancando tuttavia legami di natura immobiliare con proprietari di Gorno, come abbiamo visto nei post precedenti.

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Capitolo 4 -. Gli edifici religiosi

Oltre il Colle provvide a costruirsi una prima minuscola cappella verso il 1250, rifatta in dimensioni più grandi nel 1363. Un pò più tardi rispetto a Serina e Lepreno. come luogo, fu scelto un magnifico poggio nella contrada di Grimoldo, la più antica di tutta la conca.

Anche se la Storia tace misteriosamente su oltre tre secoli di fatiche, solo perché nessuno si è preso la briga di mettere nero su bianco, hanno parlato per lei il suolo dissodato dalle fitte sterpaglie, le case costruite con materiali del posto, i prati di foraggio ricavati da fitti boschi , i contatti commerciali con i paesi vicini e lontani, e soprattutto la focosa passione civile.

Le lotte civili tra il Papa e l'imperatore, per Milano o Venezia, per i Suardi o per i Colleoni hanno interessato le nostre terre mettendo allo scoperto il carattere tenace e generoso di una popolazione battagliera che partecipò alle vicende del tempo con il calore acceso, con in dinamismo della mente e con il braccio dell'uomo forte.

Due fratelli provenienti dalle terre d'Austria i Ceronio e i Carrerio si divisero queste terre dell'alta val Serina. I Carrerio a Serina e i Ceronio Lepreno e Oltre il Colle.

La conca di Oltre il Colle ha un monumento più antico del suo passato storico nella Chiesetta di Grimoldo, ora dedicata a Maria Bambina , festa che la liturgia celebra l'8 settembre.


Infatti, le prime contrade che si sono formate come Grimoldo, Capriana, Vandullo, Pendughet, Vanini etc. non hanno conservato nessuna casa che possa vantare un'origine così remota. Le case più vetuste, dai caratteristici portali in pietra, rislgono solo al 1600. Nelle contrade Armellini, Vallomi, e Vitali di Zambla si ritrovano tuttora in buono stato eccellenti esemplari di un'architettura seicentesca dagli ampi portoni e stupendi balconi con balaustra in ferro battuto. Da una pergamena conservata nell'archivio civico di Bergamo , con data 17 maggio 1363, risulta che nella contrada di Grimoldo si stava costruendo una chiesa, la quale doveva servire per le funzioni liturgiche festive e tutti gli abitanti che vivevano al di qua del torrente Rina, poi chiamato val della Tesa. Prima d'allora, sempre nello stesso poggio di Grimoldo, esisteva solo una cappelletta costruita intorno al 1250, ma troppo piccola per potervi celebrare le liturgie domenicali.

Gli oltrecollesi per avere una chiesa più grande dovettero ricorrere al vescovo Lanfranco di Bergamo, dato che il Prevosto di Lepreno, che lo era anche di Serina fin dl 1190, non era favorevole alla fondazione di una ulteriore parrocchia pur dichiarandosi disposto ad inviare, all'occorrenza, un sacerdote da Lepreno per svolgervi le normali funzioni liturgiche. Prima del XII secolo nelle nostre contrade si seppellivano i morti a Dossena e solo dal 1190 a Lepreno. La popolazione era poca e date le distanze un fedele rischiava di morire senza l'assistenza di un prete.
 
 
Per questo finalmente gli abitanti di Oltre il Colle ottennero nel 1363 dal vescovo di Bergamo Lanfranchi il permesso di costruire una chiesa a tutti gli effetti ampliando la piccola cappella di Grimoldo sotto la guida di don Carrara Alberto della chiesa di Serina. Fu dedicata alla Santa Croce. Il vescovo benedì, nella sua sede di Bergamo, due lapidi che furono collocate una sotto l'altare e l'altra nelle fondamenta della chiesa stessa. Affidò al prevosto di Lepreno il compito di benedire la chiesa e il terreno circostante perché potesse servire da cimitero.

Un primo rifacimento si fa risalire al 1400 con l'aggiunta del presbiterio, del campanile e della sagrestia, sopra la quale fu sistemato il fienile per la questua del fieno.

Ancora un ulteriore rifacimento ebbe luogo nell'800. Pur salvando le buone intenzioni di chi dispose, dobbiamo lamentare la perdita di una costruzione che fino ad allora aveva conservato la struttura originale del 400. In ogni modo la comunità di Oltre il Colle, nonostante l'inaugurazione della chiesetta di Grimoldo dovette attendere più di ottant’anni prima di rendersi indipendente dalla Chiesa di Lepreno.

Il decreto di erezione a parrocchia venne firmato dal Vescovo Polidoro Foscari di Bergamo il 5 aprile 1449. Ancora una volta chi cercò di opporvisi fu il Prevosto di Lepreno seriamente preoccupato dalla richiesta di indipendenza avanzata dalle numerose comunità dall'alta valle.

Le motivazioni che indussero il vescovo Lanfranchi alla concessione all'autonomia furono: la lunga distanza fra le due comunità, la strada impervia, specie in inverno, i casi sempre più numerosi di persone che morivano senza sacramenti ma soprattutto la possibilità degli oltrecollesi di assicurare la sussistenza di un parroco tutto l'anno. Inutile dire quindi che il primo parroco della chiesa di Grimoldo quindi di Oltre il Colle , Zorzone, Zambla fu un serinese don Lorenzo Carrara.

La chiesa di Grimoldo rimase Parrocchia a tutti gli effetti fino al 1772 quando fu sostituita dall'attuale.

La chiesa attuale di Oltre il Colle, dedicata a San Bartolomeo apostolo venne consacrata il 23 giugno 1780 - festa di san Lanfranco vescovo.
La data non è stata scelta a caso perché San Lanfranco e' lo stesso vescovo che sul finire del XII secolo autorizza il primo ingrandimento della chiesina di Grimoldo nel 1191.
Osteggiato dal prevosto di Lepreno. (vedi i miei post precedenti) Me ne sono accorto adesso guardando il santo del 23 giugno. La Storia stupisce sempre. La chiesa di Grimoldo rimase parrocchiale fino al 1772.


La nuova chiesa dedicata a San Bartolomeo apostolo venne consacrata a parrocchia dal vescovo Venezia Paolo Dolfin il 23 giugno 1789 come dicevo sopra. Da sei anni era parroco don Francesco Maurizio.

(E qui apro una breve parentesi. Fu uomo di profonda fede e viva intelligenza e ne trovate il suo testamento nella sezione culturale di Ulracollem. Fin dal 1519 Oltre il Colle ottenne dal vescovo di Bergamo il diritto di giuspatronato. S'intende la libertà di eleggersi il proprio Pastore d'anime fra tutti coloro che rientravano nei requisiti stabiliti dal Concilio tridentino. I capifamiglia, pagatori di tasse, si ritrovavano sul sagrato della chiesa o in un ambiente chiuso ed eleggevano tra una serie di postulanti il nuovo Sacerdote. Notate che questo diritto rimase fino al 1936. L'ultimo prete a godere di questo diritto fu don Luigi Recuperati, parroco fino al 1944. Ne parlerò più diffusamente più avanti. riprendo ora la storia di Oltre il Colle così come riportata dal P.G.Ceroni.)

"La prima parrocchia della conca, dedicata a San Bartolomeo apostolo, comprendeva tutte le contrade esistenti dal Colle di Zambla in giù, di qua e di là del torrente Parina, fino all'inizio di Oltre il Colle, una volta delimitato dal torrente Rina ( oggi la Tesa) Ribattezzata al tempo della dominazione veneta Valle della Tesa ( un termine veneto per indicare un luogo che forniva una materia prima per la composizione della polvere da sparo).
Il prevosto di Lepreno ebbe dal vescovo un contentino: quello di poter celebrare il 24 agosto nella parrocchiale di Grimoldo la messa a san Bartolomeo a cui doveva seguire un pranzo a carico degli oltrecollesi.
Il parroco di Oltre il Colle doveva fornire a Lepreno un cero di 3 libbre il giorno di san Giacomo ,loro festa patrono ( 25 luglio).
(San Bartolomeo è sempre stato considerato un apostolo generoso.- n.di R.)
 
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Capitolo 3 – Le Istituzioni

La popolazione provvide alla nomina di un "consiglio speciale" il quale nella seduta del 18 febbraio 1596 prese delle decisioni di indiscussa severità. In primo luogo, il nuovo consiglio dispose che le riunioni si sarebbero tenute con maggiore regolarità, unica garanzia per un governo di reale corresponsabilità e di concreta efficienza. Poi, per evitare ai consiglieri la scusa di non essere stati convocati tempestivamente, fu stabilito che la più grossa delle campane della Chiesa Parrocchiale di Grimoldo suonasse sei rintocchi, dati per tre volte, e poi lasciata suonare a distesa per tutto il tempo di un "miserere". Nel regolamento del 1598 fu anche scritto in lettere ben chiare: " se qualche consigliere non si presenterà, salvo giusto impedimento, dovrà pagare una multa di lire 10."
Le cose presero ad andare con regolarità, decisione e responsabilità.
L'Amministrazione comunale era composta dal console ( odierno sindaco) da cinque anziani (consiglieri)
dal canevaro ( tesoriere)
dallo scrivano ( segretario)
dai sindaci ( revisori dei conti)
 
Al di sopra del Consiglio comunale vi era il consiglio generale, composta da tutti gli uomini del comune aventi diritto di voto attivo e passivo. Le grosse questioni comunali venivano discusse e risolte in assemblea generale di tutta la popolazione sul sagrato della chiesa o nella piazza del paese. La sede primitiva del comune di Oltre il Colle fu la sala di un modesto fabbricato che occupava all'incirca l'area dell'attuale vecchia casa parrocchiale sopra il negozio del Parabel. Accanto aveva trovato sede anche il cimitero in sostituzione di quello angusto di Grimoldo.
Il regolamento del comune di Oltre il Colle che durò fino al 1 gennaio 1779 fu redatto il 1 gennaio 1610. Stabiliva quanto segue:
Gli anziani dovevano essere cinque - 4 di Oltre il Colle ( uno di Zambla, uno di Zorzone e due di Oltre il colle capoluogo) e uno di Valpiana.
Questa frazione di Serina aveva un rappresentante anche nel consiglio degli anziani di Oltre il Colle per difendere gli interessi dei numerose proprietà terriere serinesi presenti in conca.
I cinque eleggevano un console
 
Nel 1776 si modificò sostanzialmente il regolamento.
I consiglieri vennero portati a dieci. 4 di Zambla , la frazione più popolata, 2 di Oltre il Colle 2 di Zorzone e 2 di Valpiana.
Negli organismi governativi non potevano farne parte chi aveva relazione di parentela fra loro.
Né padre, né zio, né nipoti.
( non esiste il riferimento alla consorte perché come sappiamo le donne non avevano diritto di voto né attivo né passivo.)
Il consiglio dei dieci non era autorizzato ad aumentare le tasse o taglie e nemmeno ad eleggere un consigliere. Questo era compito del consiglio generale, formato da tutti gli abitanti capaci di voto di sesso maschile Per quanto ci è dato da vedere i nostri antenati hanno ancora molto da insegnarci in fatto di governo democratico. Il nuovo regolamento stabiliva in maniera dettagliata circa le modalità per il taglio della legna dei boschi del comune; la proibizione di portare mucche di altri paesi nei pascoli comunali , modalità e procedure per risolvere i conflitti soprattutto confinari etc. Merita una menzione particolare l'art. settimo che si riferisce alla nomina dei sindaci del " Pio Consorzio della Misericordia" un'opera pia a favore dei bisognosi che si avvaleva delle offerte dei più generosi uniti in una confraternita.
Dall'articolo secondo del nuovo regolamento si deduce che la popolazione di Oltre il Colle godeva di una certa prosperità economica sopravvenuta nei due secoli precedenti.
Infatti , si specifica che i consiglieri difficilmente avranno problemi economici da risolvere " stante il buon stato, in cui presentemente si trova il comune ".

Prima di continuare la storia di Oltre il Colle permettetemi di scrivere due commenti sulla situazione politica ed economica di un paese di alta montagna come Oltre il Colle nei secoli dal XV secolo in avanti.
-Notiamo una forte presenza di proprietà fondiarie appartenenti a famiglie mercantili o nobili della val Serina. A fronte di una quasi totale assenza di proprietari della Val Seriana invece la presenza di proprietà serinesi sono molto marcate. Tanto e vero che almeno un rappresentante politica di quella località sarà sempre presente negli organismi di governo locale. In fondo i confini stessi del comune di Serina si insinuano fin quasi alla crocetta sulle pendici alte dell'Alben. La conca della sci di discesa appartiene al Comune di Serina in parte.
 
- L'insistenza con quale gli antichi Statuti stabiliscono in maniera netta e precisa il divieto di partecipazione agli organismi governativi a parenti stretti in linea naturale o acquisiti, e un minuzioso controllo sulle diverse incompatibilità di cariche. A Venezia vigeva una legge chiamata " legittima promissione" secondo la quale il Doge appena eletto doveva dichiarare davanti al notaio l'elenco dei suoi beni mobili ed immobili . Quindi palazzi, terreni, galere, beni terreni nelle terre veneziane dell'oriente avevano una giusta collocazione di valore perché fedelmente accatastate dal senato veneziano. Quando il doge cessava il suo mandato altrettanto dichiarava i suoi beni presenti. Se era deceduto i suoi eredi erano incaricati da simile dichiarazione. La comparazione dei due documenti giurati dava l'esatta situazione patrimoniale ed eventuali arricchimenti illeciti durante il suo mandato saltavano subito all'occhio. In mancanza di esatte e minuziose dichiaratorie gli stessi venivano espropriati a favore della Repubblica.
 
Vecchie leggi ma antica saggezza per evitare quanto stiamo vedendo oggi.
I giornali sono pieni di parole come "conflitti di interessi" o "incompatibilità di poteri".
Espressioni nuove per antichi concetti.
Forse i nostri antenati hanno ancora molto da insegnarci sul buon governo della cosa pubblica.
 
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Capitolo 2 – Il Comune

Nel 1569 finalmente Oltre il Colle diventa indipendente dalla comunità serinese e si costituisce a comune autonomo entrando in possesso della conca intera, con esclusione del Monte di Zambla , rimasto invece in mano a Gorno.

Da una delibera conservata nel comune di Gorno, con data 16 agosto 1519, risulta che quel comune aveva prestato una discreta somma di denaro a un certo "Petro de Oberti2 di Serina, riservandosi come garanzia il diritto di pascolare le proprie "bergamine" sul monte di Zambla, chiamato allora monte "Celamina".

Il comune di Gorno ne divenne legittimamente proprietario quando il Petro Oberti non restituì il dovuto . Allo scopo di salvaguardare i giusti confini, il consiglio comunale di Gorno stabilì nel gennaio del 1613 che i deputati accompagnati da almeno tre figlioli dai dieci anni in su , si recassero ogni primavera sul monte di Zambla per verificare che i termini tra Gorno e "Oltra il Collo" fossero al loro giusto posto.

Comunque, dal 1569 l'Amministrazione di Oltre il Colle, che per quasi cento anni si era visto controllata dai quattro consiglieri serinesi, doveva render conto del suo operato solamente al console di Venezia a Bergamo e al vicario della valle a Serina.


Commento:
La nascita della comunità amministrativa di Oltre il Colle è stata quanto di più travagliata e difficile. I soprusi in termini di riscossione di gravosi tributi da parte di Serina ( capoluogo della valle e sede di vicario) hanno impedito che nella nostra comunità si creasse un forte centro storico con edifici di rappresentanza, una struttura urbanistica degna di questo nome.
Un arricchimento della rete viabilistica intervallare Anche un edificio religioso ampio e ben corredato di beni artistici come invece possiedono tutte le comunità dell'alta valle.
Mi riferisco a Serina, Dossena, Lepreno, Clusone.) Don Giacomo Carrara Zanotti, sacerdote di Serina e uomo di grande cultura, fu l'intermediario abile e sapiente, che riuscì a convincere i serinesi ad accogliere le richieste di indipendenza di Oltre il Colle. 

In questo senso fu firmato un primo documento di approccio il 28 ottobre 1548 davanti al notaio Giorgio Tiraboschi Un secondo passo decisivo fu fatto il 17 febbraio 1569 come risulta dagli atti convalidati dal notaio Donati Giulio.
Si giunse alla risoluzione definitiva il 19 dicembre 1569 quando Oltre il Colle, finalmente, divenne comune autonomo. Stando ad una relazione del 1569 la conca di Oltre il Colle era composta dalle seguenti contrade: Cà di Venturì, Cà di Vincenzi, Cà di Cantù, Palaz, Zambla, Zorzon, Cà de Angro, Costa Peza, Valnoma, Cà di Vidali.
Nomi singolari in cui ci ritroviamo un po’ a fatica.
Più attuale invece la lista del " Dizionario Odeporico" di due secoli dopo nel quale leggiamo: Grimoldo, Cà dei Palazzini, Cà dei Vanini, Cà dei Freroli, Cà dei Caprili, Cà dei Manenti,
Cà del Pendughet, Cà del Vandul. Zorzone e Zambla sono già diventate frazioni a sé.
Secondo il Da Lezze in "queste terre et contrade" vi erano circa 100 fuochi con 654 anime, senza contare "vecchi donne et peutti".
 
Nei vari documenti si fa spesso riferimento a una popolazione sofferta e povera.
Zuanne da Lezze ritiene il paese "sterilissimo" ove " la terra vale Lire veneziane 40 per pertica".
I consiglieri si rifiutavano spesso di essere rieletti non volendo compromettere la propria reputazione davanti alle autorità veneziane per morosità del comune nel versare i contributi di legge. In tal modo le amministrazioni si susseguivano pigramente , senza entusiasmo, con pochissime riunioni, spesso deserte in pieno contrasto con le norme del tempo.
Norme minuziose fissavano le modalità del taglio degli alberi nei boschi del comune e della raccolta della legna da ardere o da farne carbonella. Quest'ultima veniva venduta nei mercati locali o in parte consumata nelle numerose fucine della Parina. Così pure era sempre messo all'incanto l'autorizzazione a vendere il vino, il sale e il pane.
(Alcune mie considerazioni: ci troviamo a tratteggiare sistemi di governo di antico regime, durante il periodo veneziano, non dissimile da quello di altri paesi di montagna dell'area lombardo-veneto.)
Il periodo storico è uno dei più difficili. Finito il Rinascimento la penisola diventa preda di conquista da parte delle nazioni europee. Il Concilio tridentino poi imporrà una serie di norme etico -sociali che influenzerà i secoli futuri non solo la vita religiosa. Oltre i Colle è un "paese di frontiera" oggi si direbbe. Privo di validi elementi di sussistenza, posto ai margini delle strade "mercatorie" vive una realtà silvo - pastorale fatta di enormi difficoltà di sostentamento.

Il suo territorio è coperto per la maggior parte dalla foresta alpina che fornisce l'elemento primario per l'attività metallurgica. La Carbonella. La val Parina è abitata tutto l'anno perché ospita numerose fucine per la lavorazione del ferro trasformando questo metallo in chiodi, in picche e spade. Ancora oggi i più vecchi del paese ricordano il "Maol" il maglio, nome di una località della Parina che ospitava questo indispensabile strumento. Parimenti, forse per la difficile condizione di vita, sono frequenti dispute confinarie concernenti piccoli appezzamenti di terreno disboscato, luogo ideale per l'allevamento bovino. L'allevamento caprino ed ovino è invece ben praticato perché non necessita di ricco foraggio. Le nostre miniere non sono ancora sfruttate . Bisognerà aspettare l'800.
L'assenza di capitali, di uomini ma soprattutto l'altezza media del filone minerario e la scarsità tecnologica del periodo storico impediscono di accedere a questa enorme ricchezza del sottosuolo. Rimane comunque una data fissa: quella del 19 dicembre 1569 anno e giorno della nascita del Comune di Oltre il Colle.Verso la fine del XV secolo dietro l'ordine perentorio del Console di Bergamo , ormai seccato dalla situazione anomala di un paese che si era reso ingovernabile per la passività dell'Amministrazione comunale, la popolazione tutta decise di imporre la "legalità".
 
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La Storia della Comunità di Oltre il Colle

Da questa settimana iniziamo la pubblicazione di una ricerca del nostro collaboratore sulla Storia della Comunità di Oltre il Colle.


Una ricerca storica di Massimo Pendughet vesperis@virgilio.it

"OLTRE IL COLLE, COMUNE AUTONOMO DAL 1569"
tratto dal libro di P. Ceroni ediz. grafiche dehoniane, a cura della Parrocchia di Oltre il Colle.

Capitolo 1 - Lo Stemma e le origini

Lo stemma primitivo del Comune di Oltre il Colle era diverso da quello attuale.

All'immancabile drago che ricorda la celebre fonte, almeno così è rimasta nella tradizione senza un suo reale sfruttamento commerciale, si era aggiunta l'immagine di una pecora, ponendo l’accento in tal modo il carattere pastorile della conca di Oltre il Colle.
Nelle varie versioni di quest’antico stemma, appaiono anche due spade per indicare il lavoro artigianale, al tempo della Repubblica di Venezia. In una striscia verde si leggeva la parola: Grimaldo. Sono chiari i riferimenti alla contrada più antica di tutta la conca, conosciuta ora con il nome di Grimoldo. Secondo la tradizione il nome deriva da Grimoaldo o Grimaldo, nome del Vescovo di Bergamo.
Premettiamo che l'alta val Serina, quando vi giunsero i primi colonizzatori era di proprietà dei Vescovi di Bergamo.
Queste terre furono concesse ai vescovi di Bergamo nel 668 da Grimoaldo re dei Longobardi. La donazione fu poi convalidata da Carlo Magno nel 774.
Le famiglie che venivano a stabilirsi in questa zona "aspra e selvaggia" erano munite dalle rispettive autorizzazioni rilasciate dai vescovi di Bergamo.
Nel 1186 un antico documento del Vescovo Gualla del capoluogo bergamasco si riserva il diritto esclusivo di caccia dell'orso.
Presumibilmente quindi queste terre ospitavano una numerosa colonia di plantigradi. (N. d R.).

La festa popolare avveniva ogni terza di luglio. In occasione della ricorrenza dell'apparizione della Madonna del Frassino.
La mattina solitamente si andava al Santuario di Oneta e nel pomeriggio c'era la grande festa popolare sul pianoro della Palla.
Il nome stesso richiama l'unico piano ideale per giocare al pallone. Allora molto più vasto e senza invasi come oggi.
La festa si protraeva fino al tramonto. Alle 1700 si procedeva all'elezione di Miss Oltre il Colle.
Doveva essere una ragazza locale. Numerosi erano i vari supporter che tifavano per le varie ragazze delle quattro frazioni. e ogni frazione naturalmente parteggiava per la sua. Poi c'erano i "traditori" ai quali piaceva la ragazza fuori della propria frazione.
La ricorrenza era allietata anche dal "bandì". Gruppi di musicanti che suonavano pezzi allegri.
Promotore di tutto questo era la Proloco del tempo.

Il pomeriggio era molto coinvolgente con decine di vari giochi popolari. Dal tiro alla fune, corsa nei sacchi, cuccagna etc. Un oste del paese saliva al pian della palla con un mulo carico di damigiane. C'era poi la presentazione dei vari formaggi delle diverse casere e dei numerosi alpeggi. Assieme si mangiavano salami, polente ( quante!) stracchini e tanta allegria.
Spesso gli amanti del vino erano aiutati a tornare a casa da amici.
In tempi recenti mi ricordo di un locale che fu riportato a casa in barella su un asino e rimase a letto due giorni. Aveva bevuto da solo mezza damigiana di vino. . Molti di noi ancora hanno foto di quelle feste.

La Miss aveva l'onore di finire sul L'Eco di Bergamo e la sua foto incorniciata in Pro Loco.
Con grave contrarietà del prete che mal sopportava questo genere di feste. Cessò questo felice momento di aggregazione negli anni 60. Con l'avvento della motorizzazione di massa.

Peccato. Più tardi queste terre fino al colle di Zambla furono cedute alla nobile famiglia dei Bonghi di Bergamo. Il 4 maggio del 1287 l'Alta val Serina fu acquistata dalla popolazione di Serina unitamente a quella di Grimoldo dietro compenso di 624 lire imperiali.

Commento.
Il 4 maggio è la festa del paese di Valpiana perché ricorre San Gottardo protettore di questa comunità. Valpiana allora era sotto Oltre il Colle. Al momento dell’acquisto Zambla o Zolambra, come era allora chiamata, presentava la visione di una selva nera. Solo con il lento passare degli anni s’incominciò a dissodarla e a sfruttarla, dando luogo a magnifici prati, che dovevano fare di Zambla il luogo ideale dei pascoli più fertili a estesi, delle mandrie più feconde e numerose e dei latticini più saporiti e ricercati della valle.  E oggi di piacevoli piste di sci da discesa e da fondo.

La discussione sui confini con Serina nei confronti dei paesi vicini ha riempito numerose pagine di una documentazione conservata nell'archivio Comunale di Oltre il Colle

Commento.
 
Ho avuto modo di consultare profondamente le numerose beghe con Serina. Questo nostro vicino pretendeva di controllare l'uso dei nostri boschi e dei nostri pascoli fin dopo il Branchino e riscuoterne le tasse. Ma aveva imposto delle tasse anche sul passaggio sulle loro strade. Qui, nel sito dell'Associazione Ultracollem ho riportato una lettera- contratto e definitiva sistemazione di un conflitto tra le due comunità. Serina pretendeva il pagamento di un pedaggio agli abitanti di Oltre il Colle che si recavano in Ambria affermando che la strada era di loro esclusiva proprietà.
 
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La Strage di Cornalba

25 novembre 1944

Il comando della brigata risiedeva a Cornalba, mentre il grosso della formazione era stanziato in diverse baite sul monte Alben.

Il rastrellamento del 25 novembre 1944 non imprevedibile giunge comunque tragicamente imprevisto. Verso le ore sette e trenta di sabato 25 novembre 1944 un reparto della compagnia OP di Bergamo, al comando del tristemente notocapitano Aldo Resmini, inizia un rastrellamento in VaI Serina. La colonna, composta da due camion scoperti e da un’autoblinda (circa 50 uomini), risale la valle e appena prima della frazione di Rosolo incrocia e blocca la corriera di linea Zambla - Bergamo.

Mentre si compie la perquisizione dei passeggeri, sopraggiunge la seconda corriera, che abitualmente seguiva la prima di pochi minuti. Vengono fermati, riconosciuti ed uccisi sul posto i partigiani Giuseppe Biava, Barnaba Chiesa e Antonio Ferrari.
La colonna fascista si divide in due gruppi: il primo prosegue lungo la provinciale per Serina, il secondo sale attraverso l’abitato di Passoni. Qui è fermato Giovanni Bianchi (abitante in questa località) e costretto a far da guida ai rastrellatori verso Comalba.
E’ chiaro l’intento dei militi di attaccare contemporaneamente da destra e da sinistra chiudendo l’abitato a “sacca”: l’unica via d’uscita è costituita dalle mulattiere che salgono sul monte Alben, che verranno però tenute sotto controllo dalle mitraglie.
Frattanto il primo gruppo di fascisti giunge a Serina ed effettua un breve rastrellamento nella zona centrale del paese: molti uomini e giovani del posto si danno alla fuga e riescono con difficoltà a raggiungere i sentieri nei boschi. Qui viene fermato Lorenzo Carrara che è costretto a salire sul camion militare. Il gruppo dei repubblichini prosegue per Cornalba, ma sbaglia direzione e prende per Valpiana, nella zona detta del “ristoro” si accorge dell’errore e inverte la marcia; ciò consente a diversi altri uomini di fuggire.


Intanto a Cornalba la notizia del rastrellamento giunge attraverso due fonti: una telefonata alla trattoria “della Serafina” è a viva voce, grazie all’avvistamento dei fratelli Luigi e Carlo Carrara, che, usciti di buon mattino per. andare a caccia, scorgono. la colonna fascista sulla strada di Rosolo dalla zona di San Pantaleone.
Il grupo che sale da Passoni lancia un razzo di segnalazione per dare l’allerta ai camerati provenienti da Serina e immediatamente dopo apre il fuoco con armi leggere.
Inizia una fuga precipitosa e disordinata verso le pendici dell’Alben da parte dei partigiani e di giovani di Cornalba. E’ molto probabile che da parte partigiana non si risponda minimamente al fuoco nemico.
Ormai anche il primo gruppo di rastrellatori provenienti da Serina ha raggiunto il piazzale della chiesa parrocchiale di Cornalba.

Partigiani e uomini in fuga, che speravano di trovare via libera sulla sinistra del paese, sono bloccati da un fuoco intensissimo: una mitraglia è piazzata su di un prato, una seconda, ancora più micidiale, sul campanile della chiesa. Sorte non migliore aspetta chi cerca scampo verso la destra dell’abitato: i fascisti, che ormai occupano tutto il paese, piazzano almeno due mortai e tirano sui fuggitivi, favoriti anche dal fatto che la vegetazione, siamo alla fine di novembre, è completamente spoglia.
Proprio con il mortaio viene colpito mortalmente il comandante “Ratti” e ferito gravemente Gino Cometti (ungiovane di Cornalba di appena diciassette anni), che verrà “finito” immediatamente con due colpi di pistola.
Intanto, sul lato sinistro dell’abitato, con estrema difficoltà, riparandosi dietro le rocce e sfruttando la nebbia piovigginosa che cala dalla montagna, altri uomini in fuga raggiungono i sentieri alti e corrono disperatamente verso la cima del monte Alben. In questa fuga cadono mortalmente feriti Pietro Cometti (fratello gemello di Gino), Battista Mancuso e Giuseppe Maffi.
Mentre ancora si spara in questa zona, non distante dal centro abitato, è catturato il partigiano Franco Cortinovis. Portato nella piazza del paese viene sommariamente interrogato, violentemente malmenato e ucciso sul posto dallo stesso Resmini.


Intorno alle ore dieci è dato il “cessate il fuoco”. Inizia ora il rastrellamento nei prati, boschetti e cascine sopra l’abitato: viene subito fatto prigioniero Luigi Maver, che proveniva da Nembro in Valle Seriana. Vengono pure catturati, nascosti in un anfratto di roccia, due giovani di Comalba, Egidio Bianchi e Luigi Carrara; stanno per essere interrogati quando, non lontano, viene fermato Callisto Sguazzi “Peter”. Riconosciuto come partigiano, è immediatamente assassinato da un tenente della OP con due colpi di pistola.
Il paese è nel terrore: vengono perquisite varie case, si minacciano distruzioni e stragi, viene fatta saltare la cabina elettrica.
Alle dodici la colonna lascia Cornalba con i prigionieri Egidio Bianchi, Giovanni Bianchi e Luigi Maver che si aggiungono a Lorenzo Carrara, catturato in precedenza a Senna. Prima di lasciare la Vai Serina, Resmini si ferma al municipio di Bracca, sito in Algua, e minaccia personalmente il podestà e il curato di Trafficanti, prospettando nuove azioni di rastrellamento.
Inizia la pietosa raccolta dei cadaveri a Cornalba e le salme vengono composte nella camera mortuaria del cimitero: è stata vietata ogni cerimonia e imposta la fossa comune.
Pur con la paura di nuove azioni contro la popolazione, vengono fatte costruire delle bare e la commozione e la partecipazione nell’omaggio ai caduti è generale. Martedì 28 novembre si svolge la cerimonia funebre, che è controllata e difesa da un gruppo di partigiani in armi.
Egidio Bianchi, Giovanni Bianchi, Luigi Maver e Lorenzo Carrara vengono riconosciuti amici e collaboratori dei partigiani, selvaggiamente torturati nella caserma della OP a Bergamo e incarcerati a S. Agata (Lorenzo Carrara morirà, causa le torture subite, due anni dopo).
La formazione, dispersa sull’Alben, è faticosamente ricomposta nella zona di Zambla, per iniziativa del nuovo comandante “Renato”.

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Una messa sacrilega in Val Vedra di Oltre il Colle


La Val Vedra è un'ampia conca verde che si estende a monte di Zorzone, in quel di Oltre il Colle, fino all'omonimo passo, in prossimità del lago Branchino. Nella parte più settentrionale è delimitata dalle cime calcaree del monte Vetro e della Corna Piana, habitat naturale di camosci e caprioli e regno delle stelle alpine. Oggi questa zona è una delle più interessanti dal punto di vista naturalistico dell'intera Valle Brembana: a due passi si snoda il "Sentiero dei Fiori" che guida gli amanti della natura alla scoperta della flora spontanea orobica, sottoponendo alla loro attenzione numerose specie assai rare e alcune addirittura endemiche, cioè esclusive di questa zona. I monti circostanti e il lago Branchino sono la meta preferita degli escursionisti che desiderano trascorrere alcune ore all'aria aperta. I verdi pascoli della vallata risuonano, durante la stagione estiva, dei campanacci delle mandrie portate in alpeggio. Eppure a questa valle è legata una tradizione assai sinistra: si racconta, infatti, che nella verde distesa delle malghe esiste un'area sulla quale è impossibile far pascolare le mandrie o le greggi, un'area stregata, che tiene lontani gli animali, come se fossero respinti da una forza oscura e misteriosa. La ragione c'è, almeno nella leggenda, e deriva da un atto sacrilego commesso tanti anni fa da un mandriano.

Che la vita degli alpeggiatori sia piuttosto difficile e non abbia molto da spartire con il risvolto bucolico che qualche profano di città ha voluto ricamarci attorno è un dato di fatto, almeno per chi ha frequentato da vicino l'ambiente. Giornate monotone, costellate dalle immutabili occupazioni quotidiane: la mattina sveglia all'alba e subito al lavoro, la sera non è mai ora di tornare a baita. Poco

male quando splende il sole, la natura è allegra, le bestie sono tranquille, ma si sa che l'estate sui monti è avara di bel tempo. E lassù quando piove è davvero un guaio: i temporali fanno paura, lampi e tuoni sono vicinissimi e continuano minacciosi per ore, il vento sembra squarciare il tetto della baita e non di rado cade la grandine. Eppure bisogna andare: riparati da grossi tabarri e da pesanti e variopinti ombrelli, si corre a radunare la mandria spaventata, sistemare i recinti, abbeverare, mungere, curare i capi ammalati, e poi, portare il latte nella casera, preparare il formaggio, riparare gli attrezzi. Sempre lo stesso lavoro, giorno dopo giorno, da giugno a settembre.

Ai nostri giorni qualcosa è cambiato: qualche diversivo è offerto dall'arrivo abituale degli escursionisti che si fermano volentieri fuori della baita a scambiare quattro chiacchiere con i malgari, oppure si può anche imbastire una certa turnazione che consente di scendere ogni tanto a valle, approfittando anche dei tracciati carrozzabili che ormai raggiungono buona parte degli alpeggi. Ma un tempo non c'erano nemmeno queste piccole alternative: la stagione estiva era una specie di esilio montano per i mandriani e le loro famiglie. C'era però un dovere sacrosanto per tutti gli adulti: quello di scendere ogni domenica nel paese più vicino per assistere alla messa che per forza di cose non poteva che essere quella delle ore antelucane. E guai a trasgredire il precetto!

Era un impegno non indifferente, che costringeva a levatacce proibitive per scendere a valle e risalire dopo qualche ora, in tempo per avviare la consueta giornata d'alpeggio. Fu così che un certo giorno un mandriano che non ne poteva più di queste continue discese e risalite domenicali ebbe l'originale pensata di sostituirsi al parroco e di celebrare lui stesso la messa, convincendo i suoi colleghi a parteciparvi. Costruito con dei sassi un altare, presa una tazza piena di latte, indossate come paramenti alcune coperte stracce, diede inizio alla funzione. Assistito da due compari che fungevano da chierichetti, attorniato dagli altri alpeggiatori, il mandriano promotore dell'iniziativa iniziò a scimmiottare i riti propri della messa, storpiando le preghiere in latino, imitando alla meglio i canti liturgici e rivolgendo ai presenti perfino due parole di omelia.

Ma proprio mentre il sacrilego si accingeva a pronunciare la sacra formula della consacrazione, ecco che l'aria fu squarciata da un tuono spaventoso, accompagnato da una bufera impetuosa che oscurò il sole e annebbiò tutta la vallata. Poi sotto i piedi di quel gruppo di disgraziati si spalancò una profonda voragine che inghiottì l'altare e tutti i presenti, tra urla spaventose. Le fiamme dell'Inferno lambirono per un attimo la voragine, che in breve si richiuse lasciando la vallata deserta e animata solo dai muggiti lamentosi delle mucche nei loro recinti.
 
Ancora oggi c'è qualche mandriano o cacciatore che di tanto in tanto, passando da quelle parti, asserisce di avvertire l'eco di voci supplicanti, al punto che, memore della leggenda, corre ad avvertire qualche prete perché salga a benedire la vallata.
 
Ma c'è dell'altro. Poco lontano da quella valle, si trova la conca del Pradello, tra i monti Arera e Grem. Questa zona è teatro di un altro fenomeno difficilmente spiegabile. Si narra che a qualche mandriano capita ogni tanto di assistere a una strana processione.
 
Accompagnato da un sommesso salmodiare, si svolge un lungo e solenne corteo di disciplini che, vestiti della loro tunica bianca e della mantellina rossa, con in mano un grosso cero, fanno lunghi giri tra rocce e dirupi, arrivando fin presso le baite e passando tra le mucche e le persone, incuranti di tutto, finché raggiunta una caverna che si apre sul fianco della montagna, vi penetrano uno dopo l'altro, scomparendo nel nulla. Chi siano questi personaggi d'oltretomba nessuno lo sa con precisione, però c'è chi suppone che il fenomeno sia legato alla presenza in quella zona, fin dai tempi antichi, di profonde miniere che hanno costituito per secoli la principale fonte di sostentamento per la gente della zona, ma hanno determinato anche tanti lutti per la morte tragica di centinaia di minatori. Forse si tratta delle anime di questi minatori, morti sul lavoro e senza il conforto dei sacramenti, che ritornano nottetempo sulla terra a chiedere una preghiera che li aiuti a uscire dal Purgatorio. O forse sono i mandriani sacrileghi della Val Vedra condannati ad espiare con questa solenne cerimonia il castigo per il loro gesto inconsulto.

Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001

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I "Mongoli" a Oltre il Colle

Nel "45", poche settimane prima della Liberazione, arrivò ad Oltre il Colle una colonna di "Mongoli",( così vennero poi chiamati dalla gente del posto). una sessantina di uomini dai lineamenti e dagli sguardi duri. Erano bene equipaggiati, con divise di color verde oliva, alla guida di diversi carri a quattro ruote trainati da cavalli; uno in particolare con la croce rossa sul tendone, era adibito a farmacia e pronto soccorso. (I carri vennero poi requisiti dai repubblichini di Zogno). Essendo disertori erano in fuga dai tedeschi ma avendo partecipato a rastrellamenti nazisti dovevano guardarsi anche dai partigiani. La loro meta era la Svizzera, paese neutrale, dove avrebbero trovato la salvezza. Lasciati i carri a Oltre il Colle raggiunsero Zambla con i cavalli e si accamparono dove oggi sorge il camping. Mentre i soldati si sparpagliarono a bere ed ubriacarsi tra le varie osterie, i comandanti cercarono contatti con le autorità comunali in cerca di aiuto o asilo. La difficoltà nella comunicazione era tanta. Il "vecchio Parabel" si offrì come interprete conoscendo un po' di tedesco. Ma da Bergamo il comando tedesco fece sapere immediatamente che se i fuggiaschi avessero ricevuto aiuto o asilo avrebbero messo a ferro e fuoco il paese. L'intenzione era quella di fare terra bruciata attorno a questi disgraziati per poterli attaccare in luoghi adatti ad un agguato. La paura tra la popolazione era tanta. La maggior parte se ne restava chiusa in casa. Qualche giovane partigiano spinto dalla fame e dall'incoscienza della gioventù riuscì a trafugare alcune armi e due cavalli rimasti incustoditi. (I cavalli vennero nascosti momentaneamente in quella specie di ricovero che si trova al Passo della Crocetta.) Le armi andarono ad aumentare la dotazione della formazione partigiana, mentre con i soldi ricavati dalla vendita delle bestie vennero saldati i debiti fatti per necessità dalle proprie famiglie, oltre che comperare qualche sacco di farina. Nonostante la brutta fama di questi soldati non si verificò nessun incidente di rilievo. Il giorno dopo il loro arrivo, valutata la situazione, decisero di partire e si incamminarono su per la Val Vedra in direzione del Branchino incontro al loro destino.

La fonte di queste notizie è un "giovane ottantenne" di Oltre il Colle, ai tempi dei fatti narrati, giovanissimo partigiano

Maurizio Pendughet


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Fucile a tappo
Lo sparatore folle.

La canna del fucile, così lucida e fredda, era diventata parte di lui stesso.
Quasi come se lui fosse diventato un fucile .
Lui era il fucile, e il fucile era lui. Da sempre.
Fin da bambino i regali più apprezzati erano i fucili in plastica tipo winchester, con le capsule in gomma che facevano bum bum ed esalavano quel fumo azzurrino di polvere nera dall’odore penetrante.
Il tamburo girava al sollevamento del cane.
Quest’ultimo poi cadeva violentemente su una delle sei punte del tamburo facendo esplodere la capsula di polvere nera..
Di amici ne aveva pochi anzi nessuno. Il carattere introverso impediva ogni vero rapporto affettivo.
Gli indiani erano nella sua mente ma anche nella realtà. Se li costruiva di cartone e li piazzava ogni dove come per i cartoni raffiguranti la selvaggina e quei dei bersagli del tiro a segno.
Dopo le elementari il regalo più bello fu un fucile ad aria compressa.
Di quelli che si piega la canna e si comprime l’aria in un cilindretto.
Si armano con piumini chiodati .
Da vicino possono cavare un occhio a un cristiano ma possono uccidere un uccello posato su un ramo.
Che passione!
Come regalo per la maturità ebbe invece una pistola ad aria compressa.
Il suo sogno invece era di possederne una , da guerra, con munizioni e fondina.
L’avvento di internet liberò il nostro da ogni laccio legale .
Con una discreta conoscenza informatica ma soprattutto nelle armi da fuoco si creò un sito dove parlare della sua passione ed iniziare un piccolo commercio in questo materiale.
Riuscì anche ad aprire un campo da tiro in un terreno non suo . Di chi fosse non è dato sapere.
Ogni domenica, sabato e spesso durante la settimana sempre lì a sparare contro sagome o pannelli di bersaglio.
Invitava anche i pochi amici ed amatori di questo sport . Così, per divertirsi, sparavano contro sagome di figure umane con ben disegnate le parte vitali del corpo da colpire.

Il cuore, il centro della fronte proprio fra gli occhi, il fegato e se proprio si era delle schiappe i genitali.
A volte raffiguravano anche bambini, donne o anziani. Sempre bersagli erano.

Avvenne una sabato pomeriggio.
Per vedere l’effetto dirompente di una nuova pallottola il folle sparatore si avvicinò alla sagoma.
Osservò compiaciuto il legno sbrecciato vicino al cuore del pupazzo.
Un amico che era con lui venne distratto dall’arma inceppata non vide lo sparatore vicino alla sagoma.
Era sulla piazzola di tiro e finalmente riuscì a reinserire in sede il caricatore con una pallottola di prova.
Lo sparatore invece dopo aver esaminato il foro di entrata, come un chirurgo passò dietro per studiare il foro di uscita e recuperare il proiettile deformato nel terriccio.
Il colpo lo prese nel centro del petto, in corrispondenza del cuore del pupazzo.

Il suo amico aveva mirato bene.
Rimbalzò all’indietro e un forte schizzo di sangue misto a frammenti di costole lordò la sabbia, le foglie, gli alberi attorno . Non ebbe il tempo di pensare alla banalità del destino.
Gli occhi al cielo , a bocca aperta, quasi stupefatto dalla potenza di queste nuove pallottole.

Andra Pradesh

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L’incantatore di serpenti.

Viveva in un paese di montagna un incantatore di serpenti.
Come fosse capitato proprio lì , tra le montagne, non è dato sapere.
In India ne esiste la casta, sono iscritti ad un albo e si esibiscono ad ogni festa di paese.
Ma lui in India non era mai stato.
Il nostro invece, anni addietro, scelse proprio un tranquillo paese di montagna, per vivere ed esercitare le sue passioni..
I suoi amori sono innumerevoli, variegati, ma tutti molto forti.
Vanno dal tiro a segno con qualunque arma , alla telematica, ha provato a scrivere anche libri dal contenuto difficilmente catalogabile ma il vero amore è l’incantesimo praticato a rettili anche velenosi.

Lo scopo è quello di ostentare la sua bravura nell’arte, di meravigliare, di attirare a sé gli sguardi e l’interesse degli astanti, di far parlare di sé.
Di carattere schivo, a volte timido, comprava i rettili dai numerosi siti internet .
Poi li allevava a casa sua nutrendoli a volte anche con pulcini e topi vivi. Si sa, questi rettili vogliono anche prede vive.
Man mano che il cobra cresceva il nostro lo ammaestrava . Usava una tecnica appresa anni addietro da un guru indiano.

I denti veleniferi non venivano asportati né il veleno prelevato altrimenti si sarebbe perso il senso vero del rettile che striscia e uccide.
Il nostro dormiva poco e male.
Chi alleva serpenti velenosi deve sapere che trattandosi di animali notturni deve provvedere al loro nutrimento in ore antelucane.
Ma il nostro non ne soffriva.

Soffriva d’insonnia anche per il processo di assuefazione che aveva iniziato da anni verso il veleno dei colubridi. Si chiama effetto Mitridate. Dal nome del re eunuco Mitridate IV che assumeva ogni giorno piccole dosi di veleno per non cadere vittima di avvelenamento, come era capitato a suo padre 20 anni.
Il nostro ogni giorno assumeva per endovena piccole dosi di differenti zootossine e di enzimi ad azione specifica prodotte dalle ghiandole del cobra .
Il veleno dei colubridi ha effetto neurotossico, inibiscer l'enzima colinesterasi e provoca dolorose paralisi muscolari con l’eventuale blocco respiratorio.

Naturalmente il veleno, pur assunto a piccole dosi, continua la sua azione distruttiva del sistema neurovegetativo. Non provoca la morte immediata ma impedisce la normale attività di organi vitali come il cervello. L’elaborazione del pensiero è confusa , si creano manie aggressive e distruttive, il comportamento si modifica, privilegiando attività volte ad offendere l’ambiente e le persone circostanti.

Il nostro di questo ne era a conoscenza. Le periodiche crisi aggressive, il carattere sospettoso e schivo, sfuggente ad ogni contatto esterno, anche l’incipiente calvizie confermavano i sospetti.

Quando, nelle lunghe notti insonni, veniva colto da violente crisi aggressive accendeva il computer e riversava in rete il veleno che aveva accumulato dentro di sé.

Intanto il cobra cresceva . Il rettilario era diventato troppo angusto.

Non sempre era facile prendere con sicurezza il rettile dalla vasca per ammaestrarlo.

Un’altra caratteristica del nostro, anche questo dovuto al veleno assunto, era quello di parlare da solo.

Meglio, lui parlava con mille persone; Cirpi, Antonio, Golden, Maurizio, Cinzia, Giulian Marisa etc etc..

Ma questi non esistevano se non nella sua mente.

Chi lo leggeva si rese conto dopo un po’ dell’inganno che il nostro metteva in atto per crearsi un folto e attento uditorio.

E’ naturalmente una patologia ben conosciuta nell’arte dell’analisi mentale.

Ma un giorno avvenne un fatto drammatico.

Il cobra era cresciuto parecchio e cercava sempre nuovo spazio..

Avvenne che una notte il nostro non chiuse bene lo sportello del rettilario o la serratura difettosa non aderì perfettamente al bordo lasciando una piccola fessura..

Fatto sta che il cobra poco alla volta si insinuò nell’orifizio, la porticina si spalancò e il rettile iniziò lentamente a strisciare fuori.

Prima la testa triangolare poi lentamente tutto il corpo.

Il corpo del rettile, ingrassato da abbondanti pasti, uscì a fatica dal pertugio ed iniziò a strisciare sul pavimento.

La testa triangolare sempre oscillante, la bocca chiusa ma con una fessura in mezzo dove usciva a scatti la lunga lingua bifida che sentiva l’aria, permetteva al serpente di trovarsi una strada nella totale oscurità.

Pur non percependo rumori perché completamente sordo il cobra attraverso i recettori termosensibili era in grado di individuare sorgenti di calore anche di pochi gradi come un corpo umano.

Shhh, SSHH, shhh, quasi un fruscio, strisciò verso un locale adibito a deposito di scarpe.

Individuò una superficie gommosa, s’innalzò e si inserì in una calzatura. Sapeva di bosco e foglie marce, perché lo stivale era stato utilizzato il giorno prima in un ambiente forestale.

Si acciambellò sul fondo lasciando libera la testa di uscire dall’orlo dello stivale per scrutare tutto attorno.

Il mattino seguente nessuno si accorse della sparizione.

Il nostro fece colazione come sempre pensando al programma della giornata perché i lavori lasciati in sospeso al poligono di tiro attendevano di essere completati.

Si preparò all’uscita e cercò gli stivali.

Il rettile sentendo qualcuno avvicinarsi si ritrasse sul fondo della calzatura pronto allo scatto.

Il nostro si levò le ciabatte e si chinò verso gli stivali.

Due forti getti lo colpirono proprio nel centro degli occhi. Precisi, come nel mezzo di un bersaglio.

Un attimo di sorpresa, poi un violento bruciore lo fecero gridare.

Immediatamente indietreggiò sorpreso e terrorizzato. Il rettile scattò come una molla verso la mano rimasta sospesa e gli piantò i due denti veleniferi nella carne del polso.

Un grido strozzato di dolore e di terrore risuonò attorno.

Impazzito, accecato, terrorizzato ma ancora non conscio appieno dell’accaduto iniziò a sfregarsi gli occhi già diventati come brace.

Un polso già gli doleva e fece in tempo a vedere i due vividi puntini del morso prima che le sue pupille si oscurassero definitivamente.

Il cobra uscì nel cortile cercando un rifugio dove ripararsi.

Fuori , quattro oche e un tacchino, avevano percepito la presenza del rettile e si prepararono alla lotta.

Per nulla intimoriti, attaccarono il cobra, soprattutto il tacchino, ingaggiando una lotta mortale.

Il serpente venne violentemente arpionato dal becco uncinato del taccino e soccombette.

A nulla valse la sua natura di cobra reale.

Venne gustosamente mangiato dai pennuti e niente rimase di lui.
 
L’incantatore di serpenti che ancora rantolava in casa, sul pavimento , accecato, privo di forze con i muscoli bloccati e il cuore in fibrillazione che dava gli ultimi segni di vitalità morì dopo pochi minuti.

Nemmeno il ricordo rimase di lui.

O voi ch’avete l’intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ’l velame de li versi strani.

(If. IX 61-63)
 
Andra Pradesh