Valle Imagna - Val Taleggio

Caos Comunità Montana Valle Imagna:
inchiesta su legittimità di Giunta e presidente
 
 
Regione Lombardia ha avviato un'inchiesta amministrativa sugli ultimi tre anni: a forte rischio l'assemblea per il rinnovo degli organi, indetta dopo le dimissioni dei due rappresentanti dei Comuni di Almenno, prevista per la serata di martedì 7 febbraio.
È ormai bufera sulla Comunità Montana Valle Imagna: nella serata di lunedì 6 febbraio la Regione Lombardia, che ha poteri di autorità di sorveglianza sull’Ente, ha notificato l’avvio di un’inchiesta amministrativa sulla gestione degli ultimi tre anni.
 
In applicazione dell’articolo 15 comma 3 della legge regionale 19 del 2008, il Pirellone ha inviato un “invito ad adempiere”: entro un determinato periodo di tempo, tra i 15 e i 60 giorni, la Comunità Montana dovrà trasmettere una prima serie di atti deliberativi dell’Assemblea e della Giunta Esecutiva, in particolare quelli relativi alla legittimità del presidente e dell’Assemblea stessa.
Atti che, sottolineano i sindaci di Almenno San Bartolomeo e Almenno San Salvatore, “non solo non sono pubblicati nell’Albo Pretorio online (dove pure per legge dovrebbero essere consultabili non solo dai funzionari di Regione Lombardia ma da chiunque), ma che non sembrano essere mai stati adottati”.
La legge regionale prevede che nel caso di omissione o ritardo nel compimento di atti obbligatori per legge, ovvero di gravi carenze nell’esercizio delle funzioni o nell’erogazione dei servizi, il Presidente della Giunta regionali inviti la Comunità Montana a porre in essere le misure necessarie per ristabilire l’efficienza della funzione o del servizio: qualora tale richiesta non dovesse essere soddisfatta entro i termini fissati, il Presidente della Giunta regionale, su deliberazione di questa, nominerà un commissario.
Il decreto di commissariamento farebbe decadere tutti gli organi della Comunità Montana Valle Imagna, la giunta esecutiva e il presidente, che a quel punto dovrebbero essere ricostituiti entro sei mesi.
Giunta e presidente, peraltro, risultano già decaduti dopo le dimissioni, risalenti al 13 gennaio, del vicesindaco di Almenno San Salvatore Mauro Piatti e dell’assessore di Almenno San Bartolomeo Francesco Rota: è stato quello l’innesco di una reazione a catena che ha portato il presidente Roberto Facchinetti a convocare per la serata di martedì 7 febbraio l’assemblea per il rinnovo degli organi, preceduta però dalla notifica dell’avvio dell’inchiesta da parte del Pirellone.
“La richiesta di documenti – sottolineano i due Comuni – è stata significativamente indirizzata alla Comunità Montana e non al presidente, in quanto appunto fra gli atti deliberativi mancanti ci sono anche quelle di convalida dei membri dell’Assemblea (che anche in Valle Imagna avrebbe dovuto essere adottata a seguito delle elezioni amministrative degli ultimi tre anni) e soprattutto quella di elezione del Presidente (anche in questo caso per Regione Lombardia si sarebbe dovuto procedere a una nuova elezione, cosa che invece non è stata fatta)”.
Ora la palla passa nelle mani del presidente Facchinetti che, a martedì pomeriggio, ancora non ha sciolto la riserva sull’assemblea: “Il fatto che ad essere messa in questione da Regione Lombardia sia la legittimità della costituzione dell’Assemblea della Comunità e quella dell’elezione del Presidente – spiegano i sindaci di Almenno San Bartolomeo e San Salvatore – induce ad augurarsi che l’Assemblea in programma per martedì sera sia ‘congelata’, in attesa che Regione Lombardia abbia concluso il procedimento d’inchiesta, la cui durata è prevista per legge da un minimo di 15 ad un massimo di 60 giorni”.
Sindaci che in giornata hanno messo al corrente i colleghi, fino ad allora all’oscuro di tutto, del provvedimento avviato dalla Regione invitandoli anche, qualora venisse confermata l’assemblea, ad astenersi.
L’inchiesta, al momento, rimane solamente su un piano amministrativo: alla Procura della Repubblica di Bergamo, infatti, non è ancora stato inoltrato nulla.
 
Bergamonews  7 febbraio 2017
 
 
 
 
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Taleggio, Dopo la frana riapre
la strada degli orridi



Un lavoro a tempo di record per rimuovere i massi dalla carreggiata. Dopo sole 24 ore di stop riapre la strada degli orridi che collega San Giovanni Bianco a Taleggio.

Nel pomeriggio di sabato alcuni massi si sono staccati dalla parete rocciosa rendendo impossibile il transito delle auto.
Durante la giornata di domenica sono stati posizionati blocchi di cemento per mettere in sicurezza il passaggio. «Grazie mille alla ditta Midali di Branzi che in condizioni difficili (pioggia e buio) ha operato per la sistemazione frana, le sicurezze e la segnaletica – scrive su Facebook il sindaco di Taleggio Alberto Mazzoleni - ed alla Provincia, soprattutto al responsabile della sp25 Marco Locatelli che, da solo è stato qui tutto il giorno a sovrintendere ai lavori. Grazie davvero a tutti per la comprensione dell’importanza di fare presto ma in sicurezza».

L'Eco di Bergamo 6 febbraio 2017

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«Addio città, vado a vivere in montagna»
Le storie di chi è tornato alle origini
Foto del L'Eco di Bergamo
 
 
Mettere radici in Valle. Per molti sarebbe una sfida improponibile, ma c’è chi non riesce a resistere al ritorno alle origini, anche per contribuire a rendere vivo un territorio altrimenti destinato all’abbandono.

 
C’è chi in Valle ci è nato e magari dopo una vita da emigrante è tornato in casa propria. Chi non se n’è mai andato via e chi invece l’ha scelta, tra molti luoghi. Alcune di queste belle storie sono state raccolte nelle pagine speciali «La stagione delle escursioni» che trovate all’interno de L’Eco di lunedì 20 giugno. Tra le più curiose c’è quella di Miriam Pulcini, 42 anni, di Nembro. Capelli cortissimi, occhi chiari e un volto pulito. Del 2003 l’acquisto di una piccolissima stalletta abbandonata, nel comune di Locatello: quanto serviva per ospitare fughe domenicali dalla città.

Poi la nascita di Martina e la scelta, decisa e coraggiosa, di licenziarsi da quell’occupazione da metalmeccanica e trasferirsi lassù, per avviare una vera e propria attività. La ospita un terreno al tornante 29 della SP 18, già nel comune di Locatello; un cartello colorato incuriosisce salendo e porta il nome dell’azienda agricola – Le Trubine appunto – che ha saputo mettere in piedi. Il terreno – 4 mila metri quadri (altri 2 sono stati sistemati attorno alla sede, l’originaria stalletta risistemata di tutto punto) – è stato terrazzato e destinato alla coltivazione di piccoli frutti.
È qui che Miriam trascorre qualcosa come 6 mesi all’anno, china sulle sue piantine di lamponi, more, uva spina, fragole, mirtilli, ribes rosso, bianco e nero. C’è la cura durante la crescita, la lotta ai parassiti e alle muffe, la concimazione naturale, l’irrigazione con acqua di fonte, la raccolta. I pendii sono ripidi, sempre esposti al sole, dirimpetto al Resegone. Ci sono serre, reti antigrandine; tutto è ben curato, nulla lasciato al caso. Lei fa tutto da sola, aiutata solo all’occorrenza dal marito, che ha mantenuto la propria occupazione e la propria vita giù nell’Isola, in quel di Ponte San Pietro. Con lei, invece, Martina, che a 13 anni sembra già decisa a voler condividere questa vita e sogna studi nel settore.

 
L'Eco di Bergamo -  giugno 2016

 
 
 
 
 
 

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Ecco il circuito Lombardia Running:
c’è anche la Pico Trail di Strozza




Cinque gare prelibate, sparse sul territorio lombardo, coi caratteri del vero skyrunning, unite in un circuito approvato da Csen Outdoor e firmato Valetudo, che durerà da maggio fino a novembre. Ecco svelato il circuito Lombardia Running 2016 by Valetudo, che, giunto alla terza edizione, sarà valevole come campionato regionale a tappe Csen Outdoor.


 
Ma, prima di soffermarsi sulle varie tappe, vale la pena restare in argomento campionati Csen, perché c’è una grande novità. In Lombardia, quest’anno, sono stati messi in palio altri titoli di skyrunning, sia regionali che italiani. Sarà la valtellinese Pizzo Stella Skyrace, che presenta l’emozionante salita all’omonima vetta a quota 3163 m, ad assegnare il campionato italiano nazionale individuale Csen di skyrunning.
 
Il campionato lombardo per società Csen, invece, verrà disputato sui ripidi crinali del Resegone, in occasione della Creste Resegone Skyrace. Il campionato regionale a tappe Csen, che coincide con le cinque gare del circuito Lombardia Running, verrà poi spalmato su un arco di tempo piuttosto ampio, che si estende da maggio fino alla seconda metà del mese di novembre.
Ma quali sono le gare selezionate?
Accanto ad alcune manifestazioni già sede del circuito Lombardia Running by Valetudo, vi sono alcuni interessanti nuovi innesti. Calendario alla mano, le new entry risultano essere i primi due appuntamenti del criterium, che riguardano le province di Sondrio e Brescia. Si tratta di manifestazioni storiche, parte integrante degli annali della disciplina.
 
Quattro Passi in Casa Nostra – Sondalo (So)
Ad aprire il sipario sul circuito Lombardia Running sarà la Quattro passi in casa nostra, in programma a Sondalo (So) il 22 maggio. Una skyrace di 23 km e 1600 m d+ spalmati su due salite (a cui si aggiunge lo strappo iniziale) e due discese altrettanto impegnative. Insomma… non proprio quattro passi, ma una vera sky immersa nel parco nazionale dello Stelvio, per di più a inizio stagione, quando la forma non è ancora ottimale: un banco di prova perfetto per saggiare le proprie forze.
 
Mezza del 4 Luglio – Corteno Golgi (Bs)
Sarà già estate, sulle Orobie camune, al secondo appuntamento del circuito. Non ha bisogno di troppe presentazioni la Mezza del 4 luglio a Corteno Golgi (Bs) in programma il 3 luglio: 23 km e 1600 m d+ che hanno fatto, insieme alla maratona del cielo, la storia delle sky.
 
ZacUp, Skyrace del Grignone – Pasturo (Lc)
Sul finire dell’estate, le Grigne faranno da palcoscenico alla terza tappa, la Zacup, in programma il 18 settembre a Pasturo (Lc). I runner, sul percorso di 27,5 km e 2600 m d+, saliranno in vetta al Grignone. Con i suoi 2410 m di altitudine, è la cima Coppi dell’intero circuito, che offre (a chi non abbia velleità di vittoria) un panorama su Prealpi, Alpi e Triangolo Lariano.
 
Bellagio Skyrace – Bellagio (Co)
Un altro mese di attesa e, il 23 ottobre, in provincia di Como, sarà il turno della Bellagio Skyrace: 27,6 km e 1850 m d+. Bellagio, affacciata sul lago, tra ville e giardini, sarà sede di partenza e arrivo della sky organizzata dal campione mondiale Franco Sancassani, che allena i ragazzi del canottaggio anche sui sentieri della gara (la corsa in montagna è parte integrante della loro preparazione). Una gara tutta da vivere, sia per la prestigiosa location lacustre, sia per la vista che regala il monte San Primo.
 
Pico Trail – Strozza (Bg)
Novembre segnerà poi la fine del circuito, la cui ultima prova è in programma a Strozza (Bg) il 20 novembre. A fare da protagonisti, alla Pico Trail, il territorio e la cucina della valle Imagna. Una gara di 16 km e 1350 m d+, che presenta un minor dislivello e una più breve distanza rispetto a tutte le altre tappe, al fine di garantirne lo svolgimento in sicurezza anche in previsione di una situazione meteorologica a carattere invernale. La Pico Trail è diventata ormai sinonimo di buona cucina. Chi vi partecipa non lo fa solo per il piacere di correre o di portare a termine il circuito. Lo fa per il dopo gara, con il pranzo a base di casoncelli e il clima di festa che indica il finale di stagione, quando solitamente, dopo mesi fitti di appuntamenti con la corsa, si tirano i remi in barca (anche se non siamo a Bellagio), pensando agli sport invernali o al riposo.
Eccola, dunque, analizzata nelle sue cinque prove, la gustosa terza edizione del circuito Lombardia Running by Valetudo, con Racer e Serim main sponsor dell’evento. Un circuito strettamente legato alla federazione: Csen, attraverso questo evento sportivo, intende svolgere un’importante attività di promozione dello skyrunning. “Tutte e cinque le prove – sottolinea Giorgio Pesenti, responsabile regionale Csen per la Lombardia e presidente della Valetudo Skyrunning Italia – presentano le caratteristiche tecniche delle vere skyrace. Il circuito, che interessa le province di Sondrio, Brescia, Lecco, Como e Bergamo, e ha una durata da maggio a novembre, ci permette di realizzare una buona e duratura attività promozionale della disciplina”.
 
È stato proprio Giorgio Pesenti a ideare i tre campionati Csen di skyrunning: “Ho conseguito l’incarico in Csen – spiega – per onorare la memoria di Darietto Busi. Era lui a portare avanti con entusiasmo i progetti di promozione del nostro sport. In quest’ottica, nel 2016, sono nati il campionato lombardo a tappe, il campionato nazionale individuale e il campionato lombardo per società”.
 
di Filippo Regonesi
Bergamonews  - 11 marzo 2016
 

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Parte la Valle dei Campi, largo ai nuovi agricoltori.

Valle Imagna. Il progetto rilancia e sostiene le imprese agricole. I sindaci: una strategia condivisa per pensare al futuro del territorio.
In tempi di crisi occupazionale e sociale sono diversi i giovani e meno giovani che in Valle Imagna si stanno riavvicinando alla terra per fare impresa.

Un cambio di tendenza colto dalle amministrazioni del territorio che, nel solco del Programma di sviluppo rurale 2014 - 2020 della Regione Lombardia (Psr), hanno deciso di rivitalizzare le zone rurali e attivare un percorso di tutoraggio e formazione per agricoltori e allevatori denominato  "La Valle dei Campi".

Il progetto vede il coinvolgimento dei comuni di Corna Imagna, Locatello, Rota Imagna, fuipiano, Brumano, con la collaborazione di Comunità Montana della Valle Imagna, Abf di San Giovanni Bianco, Istituto Grario di Bergamo, Agrimagna, Coldiretti, Provincia e Associazione gente di montagna.
"Di fronte ad un territorio svalorizzato e semi abbandonato - spiega il sindaco di Corna Imagna, Giacomo Invernizzi - la nostra è una scelta strategica. Non abbiamo intrapreso questo cammino casualmente, ma una serie di dati ci dicono che vale la pena andare in questa direzione. Anche la cittadinanza poco alla volta, come nel caso di Corna Imagna, mostra una maggior sensibilità in tema rurale. Questo progetto garantirà una valorizzazione del territorio negli anni a venire, anche dal punto di vista storico".
Gli obiettivi del programma "Valle dei Campi" per il 2016 sono la partecipazione al bando Gal Valle Brembana - Imagna e ai bandi sul Psr, e un lavoro di promozione e accompagnamento di aziende giovani con il supporto del Dat e del Bando Giovani.
Gli stanziamenti non devono però essere il fine ma il mezzo, sottolinea il sindaco di Rota Imagna Giovanni Locatelli: "L'aspetto più importante per i giovani che vogliono fare un'impresa agricola è la formazione e non il finanziamento. Prima serve un'idea chiara, una previsione dei costi". Dello stesso avviso Demis Todeschini, consigliere delegato all'agricoltura: "Il Psr deve essere l'occasione per dare concretezza a progetti che stanno già nella testa degli imprenditori e che non hanno visto la luce per problemi fisiologici del settore. Ma non deve essere un aiuto fine a sstesso".
L'unione d'intenti è sicuramente uno degli elementi più significativi della "Valle dei Campi", un progetto che parte oggi ma guarda con ambizione e concretezza al domani rurale (e non solo) della Valle Imagna. "Invece di offrire assistenza a livello di singolo paese - conclude Giacomo Invernizzi - una strategia più condivisa permetterà di costruire progettualità più importanti. Ognuno continuerà a procedere con la propria amministrazione ma è come se cominciassimo a pensare al futuro del nostro territorio in maniera più unita. Noi vogliamo che tra 10 anni ci sia la Valle Imagna completamente diversa. Per stimolare i nostri cittadini cercheremo di offrire nuove rappresentazioni del futuro".
Non solo sostegni a nuove e vecchie imprese: il progetto prevede molti altri ambiti di lavoro condivisi, come il recupero di boschi, sentieri, patrimonio rurale (stalle, fontane, mulini, santelle, ecc.), recupero delle vecchie contrade e un albergo diffuso che includa dimore storiche ed edifici degli anni '70 - '80.
Marco Locatelli
L'Eco di Bergamo - 19 dicembre 2015

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I martiri di Cantiglio
 
 
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1943 a Cantiglio, un gruppo di cascine abitate solo d’estate ai piedi del Cancervo, si era costituita una banda partigiana.
 
Ne era comandante il maggiore "Enzo", Vincenzo Aulisio, originario di Foggia e giornalista a Milano, amico di Ferruccio Parri e dirigente di Giustizia e Libertà. Aulisio è un uomo limpido e dai saldi ideali (finirà ucciso a badilate in un lager tedesco), ma non ha la stoffa del capo.
La personalità dominante della formazione diventa così ben presto quella di Giorgio Issel, ex sottotenente di artiglieria già facente parte della "Genova bene", dotato di notevole cultura e soprattutto delle capacità di comando necessarie per dare una prima organizzazione ad alcune decine di uomini di diversa origine e mentalità.
 
Issel, ebreo nato nel 1919, era imparentato con la famiglia Cima di San Giovanni Bianco. All’indomani dell’8 settembre aveva scelto la strada della resistenza attiva entrando a far parte del gruppo Carenini che operava nel Lecchese. Disperso questo gruppo, nel rastrellamento del 18 ottobre, aveva raggiunto, con alcuni compagni la Valle Brembana, scegliendo appunto Cantiglio per ricostituire la formazione, incoraggiato in questo anche dalla vicinanza e dall’aiuto della famiglia Cima.
 
Del gruppo facevano parte numerosi altri elementi che ritroveremo nelle vicende della Resistenza bergamasca: Penna Nera, Guglielmo, i fratelli Angiolino e Valentino Quarenghi e Gastone Nulli, un ex tenente del controspionaggio che diverrà comandante della 86^ Brigata Garibaldi e soprattutto il personaggio più discusso delle vicende resistenziali in Valle Brembana.
 
C’erano poi alcuni ex prigionieri neozelandesi, greci, francesi, inglesi e jugoslavi e una decina di giovani di San Giovanni Bianco. L’armamento consisteva in vecchi fucili mod. 91 e un mitragliatore tipo Breda e assai scarse erano anche le munizioni. L’esistenza della banda non era naturalmente passata inosservata. Già a fine ottobre il Segretario del fascio di San Giovanni Bianco Carlo Galiberti ne aveva   informato la Federazione fascista di Bergamo.
 
Ci fu inoltre un delatore, Luigi Viligiardi, uno sfollato milanese che si era stabilito alla Costa San Gallo il quale, dietro compenso denunciò alla Kommandantur di Bergamo Issel e compagni. Costui verrà poi fucilato alla fine della guerra davanti al cimitero di San Giovanni Bianco.
A fine novembre dunque messi sull’avviso che si stava organizzando un’operazione di rastrellamnento, la maggior parte dei componenti della banda decise di abbandonare Cantiglio, rifugiandosi sul Cancervo e in Valle Taleggio.
 
A Cantiglio era rimasto solo un piccolo presidio capitanato da Issel che aveva ritenuto improbabile un rastrellamento a breve scadenza, vista l’abbondante nevicata che era caduta in quei giorni rendendo assai disagevoli gli spostamenti in quella zona impervia. Così invece non fu.
La notte tra il 3 e il 4 dicembre un centinaio di militi fascisti e una cinquantina di SS tedesche, al comando del capitano Bussolt, prendono d’assalto Cantiglio da tre diverse direzioni. Una squadra sale dalla mulattiera che proviene dal Ponte del Becco, un secondo gruppo parte dall’Orrido della Val Taleggio, i più numerosi salgono dalla Pianca dove svegliano il parroco don Ugo Gerosa che era in contatto con i partigiani e, sotto la minaccia delle armi, lo costringono a far loro da guida verso Cantiglio assieme a due ragazzi, i cugini Giovanni e Guido Dogadi.
 
"Ero di turno alla seconda centrale - racconta Giovanni Dogadi - quando un gruppo di tedeschi armati, dopo aver scavalcalo il cancello, si mise a bussare con forza al portone. Aprii e i tedeschi mi intimarono di seguirli per far loro strada verso Cantiglio. Non mi lasciarono nemmeno il tempo di mettermi gli scarponi e dovetti uscire con gli zoccoli. Fatti pochi passi lungo il ripido e sconnesso sentiero coperto di neve, gli zoccoli si ruppero e fui costretto a proseguire a piedi nudi, con continui scivoloni. Arrivati ai prati di Cantiglio, mi fu ordinato di tornare indietro, cosa che feci di corsa. Lungo la discesa, tra uno scivolone e l’altro, mi giunse l’eco dei colpi di mitraglia che si sparavano a Cantiglio"
 
"Nevicava a dirotto - racconta dal canto suo don Ugo Gerosa - ed erano circa le tre di notte. La neve rendeva arduo il cammino. Legato con una corda perchè non potessi fuggire, cercai con ogni mezzo di dare qualche segnale ai partigiani del nostro arrivo. Già prima, dalla mia canonica, mentre stavano arrivando i fascisti, avevo acceso ripetutamente la luce, malgrado l’oscuramento, nella speranza che qualcuno se ne avvedesse e sospettasse che c’era in corso questa azione. Anche lungo la strada cercai di mettere sull’avviso i partigiani accendendo, col pretesto di fumare, numerosi fiammiferi. Ma tutto fu inutile. Arrivati all’inizio dei prati che si distendono sotto il nucleo delle cascine di Cantiglio, venni liberato e costretto a tornarmene a casa. Così mi fu impossibile fare altri tentativi per avvertire quei poveri sventurati che credo stessero dormendo"
 
E sicuramente era così. Colti di sorpresa, i partigiani iniziano un disperato tentativo di resistenza, ma ben presto sono sopraffatti dalle soverchianti forze nemiche. Sorpresi con le armi in pugno, vengono trucidati lssel, il francese Raimond Marcel Jabin e il sangiovannese Evaristo Galizzi.  (continua)
Gli altri riuscirono a stento a mettersi in salvo, mentre quattro partigiani, catturati e non trovati in possesso di armi, furono risparmiati, per finire poi in un campo di concentramento tedesco.
Jabin, maresciallo aviatore di Fontainebleau, gollista, era un evaso dalla Grumellina e aveva trovato rifugio in un primo momento a Villa d’Almé presso Dami e Mazzolà, unendosi al gruppo di lssel dopo un rastrellamento. Evaristo Galizzi, nato a San Giovanni Bianco nel 1922, era uno dei tanti che avevano preferito la clandestinità piuttosto che entrare nell’esercito della Repubblica Sociale.
 
Prima di tornare a valle, i rastrellatori saccheggiarono e incendiarono poi tutte le baite e la chiesetta della piccola frazione. L’operazione si concluse nel primo pomeriggio di quel 4 dicembre.
Il giorno dopo il messo comunale di Taleggio, Abramo Bellaviti, salito a Cantiglio per ordine dei carabinieri, vi trovò il corpo dei tre partigiani, abbandonati sopra un mucchio di ghiaia.
Erano crivellati di pallottole e Jabin aveva il ventre squarciato ed il volto segnato da colpi di pugnale.
I tre caduti vennero portati a Pizzino con l’aiuto dei compagni superstiti e là furono sepolti tre giorni dopo, di notte, senza alcuna cerimonia.
I solenni funerali avvennero solo dopo la Liberazione.
Ai tre caduti di Cantiglio è dedicata la piazza principale di San Giovanni Bianco
 
di Giuseppe Giupponi

 
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Val Taleggio, si ipotizza l’acquisto del ponte Bailey
 
 

Mazzoleni riscrive a Rossi: «Situazione viabilità incresciosa. Si rischia l’isolamento della valle»

Con una lettera inviata al presidente della Provincia di Bergamo, Matteo Rossi, il sindaco di Taleggio, Alberto Mazzoleni, a nome anche dei sindaci di Vedeseta e Val Brembilla – con i quali aveva già condiviso precedenti missive alle quali non aveva mai trovato risposta- ha riproposto la disastrosa situazione delle strade della Val Taleggio e della Val Brembilla, sottolineando in particolare quella della Sp 24 dove è installato ormai da due anni il ponte Bailey.
 
Una situazione di grande pericolosità che le istituzioni superiori forse sottovalutano e che rischia di portare al completo isolamento della valle se non risolta a breve. «Ormai abbiamo scritto a tutti – così hanno dichiarato i Sindaci dei tre comuni al nostro giornale – oltre alla Provincia che è in evidente predissesto, al Ministro per le Infrastrutture e all’assessore regionale, ma senza avere mai risposte.
 
Evidentemente ci sono priorità maggiori e la nostra popolazione viene abbandonata al proprio destino. Anche per i giornali è del tutto normale che da oltre due anni nessuno si preoccupi di risolvere l’incresciosa situazione di una strada provinciale chiusa. Scriveremo ancora, anche al Presidente Maroni, chiedendo che intervenga come ha fatto in altre situazioni simili in valle».
 
La lamentela principale è per il ponte in ferro posato dal  26 luglio 2014 dopo la  rovinosa caduta di una consistente frana. Un intervento ritenuto provvisorio allora, in attesa di una diversa soluzione da adottare in via definitiva. Il ponte, lungo  53 metri e dalla larghezza di 3,7 metri, costa un noleggio annuo  di  50 mila euro e la speranza  è di poter recuperare  i finanziamenti necessari (circa 1,6 milioni di euro), che  la Provincia  attualmente  non è in grado di garantire.
 
La soluzione  pare sia di optare per l’acquisto  del ponte Bailey, il cui costo  si  aggira  attorno ai 300 mila euro. Da qui la contestazione da parte delle diverse amministrazioni locali, con la richiesta di ripristino della viabilità ordinaria.

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Il cammino della vita nella notte del Lemine
 
Fotografia del Corriere della Sera
 
Danze e musiche nel bosco dell’esodo, da San Giorgio a San Tomè
 

Domenica 6 settembre 2015

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MI

gliGiochi di una volta, storie di viaggi e sogni, danze, musiche, luci, canti e racconti in dialetto rianimeranno i luoghi del Romanico europeo del tempio di San Tomè e della chiesa di San Giorgio domenica 6 (l’evento era stato previsto per sabato, ma è stato rimandato a causa del maltempo) per La Notte del Lemine. Alla settima edizione, «coinvolge la comunità attorno al patrimonio artistico di monumenti che non sono solo memorie del passato, ma da rivivere. E vivono se la gente li sente propri», dice Gabriele Allevi, ideatore e coordinatore artistico della manifestazione. Operazione di riappropriazione identitaria, promossa da Pro loco di Almenno San Bartolomeo e Antenna del Romanico, sostenuta dai comuni Almenno San Bartolomeo e San Salvatore, Fondazione della Comunità bergamasca onlus e Regione Lombardia e patrocinata dalla Provincia, dal 2009 richiama sul territorio circa cinquemila persone, attirate da «un’esperienza collettiva che quest’anno ha una novità - continua Allevi -. Non sarà una rievocazione storica medievale, ma un rito di passaggio comunitario da San Giorgio a San Tomè, dalla notte al giorno, dalla morte alla vita».


Le comunità dei due municipi per alcuni mesi hanno unito le proprie competenze, chi musicali, chi di danza acrobatica, chi attoriali, chi artigiane. «Si sono guardati negli occhi, hanno condiviso esperienze di guerra e speranza nel futuro per dare vita a una narrazione universale del bene e del male», aggiunge il regista Ferruccio Filipazzi, aiutato nel coordinamento del lavoro di comunità da Walter Spelgatti. Il risultato è uno spettacolo itinerante dove «oltre 300 persone per una notte indosseranno i panni di qualcun altro per raccontare storie di donne e uomini», prosegue Spelgatti. Si parte alle 17 dal villaggio di San Giorgio, dove i bambini si divertiranno tra giochi di un tempo, pony, gufi e civette, ascoltando scalzi racconti nel prato davanti alla chiesa. La chiesa di San Giorgio, come San Tomè, sarà visitabile e con sottofondo di musiche antiche, versando un contributo di 3 euro per adulti e uno per ragazzi da 10 a 16 anni.


I buongustai potranno mangiare qualcosa nelle taverne allestite nell’agro di San Giorgio e alla corte di San Tomè, dalle 19 teatro di danze e musiche rinascimentali. Alle 20 si assisterà al risveglio del villaggio di San Giorgio dove dai carri ci sarà chi venderà sogni, felicità, tempo e viaggi. Alle 21.30 «si partirà attraverso il bosco per il grande esodo. Illuminati da piccoli fuochi, si compirà il rito di passaggio verso un mondo altro», spiega il regista, invitando gli spettatori a vestirsi comodi e a portare torce elettriche, «perché saranno dei tecnici delle luci - aggiunge Spelgatti -. Loro illumineranno il bosco a seconda di cosa vorranno vedere». E la storia del mondo terminerà nella piana di San Tomè con un inno alla speranza.


di Daniela Morandi


Corriere della Sera


 

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Valle Imagna, alla Roncaglia
il mistero del «Sacro Graal»



Si trova su una casa torre questa minuscola finestra, la cui sommità è chiusa da una curiosa pietra triangolare. Forse risale al XII secolo, forse è ancora precedente.
Al centro della pietra triangolare troviamo incisa una croce greca. In fondo al braccio sinistro della croce (destro per chi guarda) è disegnato un contenitore e due gocce che cadono.

Dice Antonio Carminati, presidente del Centro studi Valle Imagna: «Abbiamo scoperto questo particolare pochi mesi fa. La finestrella è lì da sempre, è stata mantenuta anche quando la casa torre è stata rimaneggiata, probabilmente negli anni '80. Ma è una piccola finestra, nessuno si era accorto di quel particolare inciso al centro della pietra triangolare, nel luogo della chiave di volta. Quella specie di bicchiere che raccoglie le gocce che scendono dalla croce altro non è che la versione semplice, montanara direi, del Sacro Graal. Ecco, noi pensiamo che quella pietra e che quella casa torre risalgano al XII secolo, cioè stiano all'origine della contrada. Questo significa che fin quassù, in questo mondo rurale, la leggenda del Graal era arrivata, la leggenda del calice, della coppa che raccolse il sangue di Gesù e che quindi ha un valore religioso, simbolico straordinario».

Ma secondo la leggenda a questo valore del Graal si aggiungevano poteri straordinari, in grado di portare chi lo avesse rintracciato sulla soglia del mistero di Dio e dell'eternità. Il Sacro Graal è alla Roncaglia, una delle contrade più antiche della Valle Imagna, contrada che di recente è stata in parte recuperata con un restauro filologico, attento alla sua realtà medievale, dal Centro studi Valle Imagna.

Chi ha scolpito il Graal su quella pietra? Per quale ragione? Racconta Antonio Carminati qui, in questo pugno di case di pietra arroccate sul pendio, sotto un cielo di temporale: «Noi pensiamo che si debbano riscoprire le contrade per recuperarle, per ridare loro il vecchio valore. La contrada era un modo di vivere, non soltanto un gruppo di case. Le contrade precedono la formazione dei primi Comuni, che in Valle Imagna avviene attorno al 1250 quando Strozza, S. Omobono e S. Antonio di Berbenno si staccano dalla pieve di Lemine, cioè da Almenno. Questi nuclei di case in pietra probabilmente esistevano già nell'XI, forse nel X secolo, non sappiamo».

Alcuni particolari della casa torre rimandano a elementi di stile carolingio, epoca in cui la leggenda del Graal conobbe in effetti una forte espansione. La contrada ospitava 70/80 abitanti, una decina di famiglie. Era un luogo rurale, ma anche una sorta di fortezza. C'erano case, stalle, fienili, pollai, essiccatoi per le castagne... La gente viveva soprattutto di latte, castagne, segale, animali da cortile, uova. Le case erano in pietra, le stalle dovevano avere la copertura in paglia o in frascame.

Spiega Carminati: «Le case avevano un unico ingresso che portava al locale dotato di camino; quell'ingresso serviva anche la stalla. Animali e uomini entravano dalla stessa porta, i locali erano divisi, ma cucina e stalla erano comunicanti. Al primo piano stavano le camere, una o due, ed era il luogo dove si essiccavano i frutti, le castagne». Il cielo minaccia acqua, Carminati indica le pietre antiche, la mulattiera che arriva alla contrada e che poi continua per l'abitato di Corna, spiega che questa, fino ai primi del '900, era la strada principale della valle.

Il presidente del Centro studi entra nell'osteria, racconta: «Qui si trovava la piccola osteria della contrada. Nel nostro restauro abbiamo deciso di riproporla, con gli arredi tipici di allora. Abbiamo anche preparato quattro camere al piano superiore. Pensiamo sia importante che questi nuclei storici ritornino a palpitare, qui ci sono le nostre origini, la nostra identità. Dobbiamo rimediare allo sfacelo prodotto dagli anni '50 del secolo scorso in poi». L'osteria è semplice, ripropone i vecchi tavoli, i credenzini. Il menù è ghiotto, tipicamente di questi luoghi: formaggi, erbe, ripieni... La contrada era un mondo, con i suoi orti, i suoi campi, i suoi boschi. Ciascuna contrada tendeva ad avere una specializzazione. Per esempio, la Roncaglia era agricola, la contrada Canito era invece di boscaioli, la contrada Regorda di tagliapietre «picaprede»... Della Contrada Roncaglia il primo documento riguarda un tale «Lanfranco della Roncaglia» per via di alcuni possedimenti del figlio, confinanti con le terre del vescovo di Bergamo. Nel XIII secolo un documento cita «Albertus de la Roncalia» mentre nel XV secolo appaiono i Roncalli Quattrini. A proposito, si ritiene che il casato dei Roncalli (quello di Papa Giovanni XXIII) abbia potuto avere origine proprio in questo luogo. Ma il personaggio più antico conosciuto della Roncaglia è quel Lanfranco che si ritiene essere nato qui attorno al 1150.

Ma prima? Quando davvero nacque questo nucleo fortificato? Certi elementi architettonici che si riscontrano nella casa torre davvero possono essere definiti altomedievali o carolingi? E quindi il riferimento al Sacro Graal a che epoca potrebbe risalire? E perché qui? Le domande sono tante. Anche la decorazione delle pietre della finestrella è enigmatica. Che cosa indicano quelle linee oblique? Sembrerebbero raggi, raggi che partono dal croficisso, come a dire che lì si trova lo splendore della vita. E, guarda caso, finestra e crocifisso guardano a sud, il punto dove il sole lungo la giornata tocca il suo massimo splendore...
di Paolo Aresi

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Briganti e brigantesse



 


Tarfù, il brigante della Val Taleggio


Storie di briganti, più o meno famose e romanzesche, sono assai diffuse in tutta la Bergamasca, al punto che la loro narrazione potrebbe occupare un intero libro. In questa sede ci limitiamo a presentare solo alcuni esempi significativi, riferendo anche i casi documentati di due brigantesse che dimostrarono di non essere da meno dei loro più noti compari maschi. A metà dell'Ottocento imperversò in Val Taleggio il brigante Angelo Pessina, detto Tarfù. dal nome dialettale di una grossa larva che si annida nei tronchi degli alberi, di preferenza giovani noci, e si nutre della loro polpa, scavando lunghi cunicoli che arrecano danni gravi e talvolta irreparabili alla pianta. Essendo praticamente impossibile snidare il parassita senza danneggiare il legno, i contadini lo combattono introducendo nel cunicolo un tratto di miccia o uno stoppino imbevuto di liquido infiammabile a cui danno fuoco. Il Tarfù era arrivato in valle all'inizio del 1849, disertore dall'esercito austriaco, nelle cui fila aveva militato fino alla conclusione della guerra contro il Piemonte. L'esercito era in procinto di smobilitare e lui, come tanti altri, di fronte alla prospettiva di un lungo e ostile soggiorno in terra austriaca aveva preferito darsi alla macchia, cosa che del resto aveva già fatto, seppur per un breve periodo, tempo addietro. La Valle Taleggio parve al Pessina il luogo ideale per sfuggire alle ricerche delle forze dell'ordine: guai a farsi mettere le mani addosso dai gendarmi austriaci: essendo disertore recidivo, e per di più in stato di guerra, avrebbe rischiato la fucilazione.


All'inizio si era arrangiato alla meglio, in tutta solitudine, rubando nelle cascine lo stretto necessario per sopravvivere o dandosi alla cattura di uccelli, rane, lumache e quant'altro offrivano i boschi della valle. Ben presto, però, si accorse che ci poteva essere un altro e più redditizio mezzo per campare. Gli era capitato più volte di incontrare, nascosti nelle baite dell'Alben o del Baciamorti, degli sbandati o disertori suoi pari, gente che per un motivo o per l'altro aveva tutte le ragioni per stare alla larga dalla comunità civile, alcuni già dediti al brigantaggio organizzato, altri in procinto di aggregarsi in banda. Che cosa poteva rischiare il Pessina, diventando un brigante, oltre alla pena di morte già meritata con la diserzione? Tanto valeva vivere alla grande più a lungo che poteva, nella remota speranza che qualcosa potesse prima o poi cambiare. La prima rapina fu compiuta ai danni del parroco della Pianca, il quale fu aggredito nella sua canonica e derubato dei soldi e di altri oggetti di valore per l'importo di un migliaio di lire. Probabilmente il Tarfù ebbe in quella prima azione un ruolo subalterno, ma le sue doti di coraggio, l'abilità organizzativa e soprattutto la forte personalità lo portarono quasi subito alla guida del gruppo che verrà poi identificato col suo nome. Questa nuova leadership segnò un salto di qualità nelle successive imprese banditesche. Pochi giorni dopo l'aggressione al parroco della Pianca, la banda fu protagonista di un episodio clamoroso che ebbe per teatro il paese di Sottochiesa. Alla guida di una dozzina di briganti ben armati, il Tarfù penetrò nel municipio e sequestrò il sindaco Locatelli, chiedendo un riscatto di ben tredicimila lire.


Per tutta la giornata il paese rimase in balia dei malviventi che, per convincere la popolazione a consegnare il denaro, sottoposero il sequestrato a ripetuti maltrattamenti e minacce di morte. Alla fine le pretese dei sequestratori si ridussero a poco meno di duemila lire, che vennero effettivamente sborsate. Non senza che il Tarfù si prendesse un interesse supplementare, facendosi consegnare due marenghi d'oro dal vicesindaco, in cambio della garanzia che avrebbe usato la propria autorevole influenza sui compagni nel convincerli a ridimensionare le pretese. Ormai la banda era uscita allo scoperto: l'azione di Sottochiesa aveva rivelato l'identità dei suoi componenti e la polizia aveva spiccato mandati di cattura per ciascuno. Ma di tali mandati la banda Tarfù parve non tener minimamente conto, tanto è vero che mise a segno subito dopo un altro colpo. Calati su Cassiglio, in alta Valle Brembana, i malviventi assalirono l'abitazione di un commerciante e lo rapinarono di sedici talleri. Pochi giorni dopo fu la volta del santuario di Salzana, presso Pizzino, il cui cappellano fu fermato sul sagrato mentre era intento a leggere il breviario e costretto a consegnare i cinque franchi che aveva con sé. Dopo un periodo di oltre un anno, durante il quale dovettero cambiare aria per sfuggire alle attive ricerche dei gendarmi, il Tarfù e i suoi si rifecero vivi nell'agosto del 1850, a spese del parroco di Sottochiesa. Non che i preti, specie da quelle parti, fossero particolarmente ricchi, ma perché non erano pochi i parrocchiani che consegnavano al loro parroco i loro modesti gioielli di famiglia, ritenendo che nella canonica fossero al sicuro, senza contare poi le offerte che venivano fatte in chiesa.


Il parroco fece però in tempo a barricarsi in casa e i banditi non furono in grado di sfondare il robusto portone d'ingresso. Dopo aver cercato a lungo, ma inutilmente un'altra entrata, se ne dovettero andare, non prima però di aver fracassato a sassate alcuni vetri delle finestre. Poi la cattura, avvenuta verso l'autunno di quello stesso anno. La corte marziale lo dichiarò colpevole di duplice diserzione, oltre a rapine, furti e violenze e lo condannò a morte per impiccagione. La sentenza, confermata dal comando militare di Verona, venne eseguita a Bergamo il 28 gennaio 1851. Unica concessione del comando militare, la commutazione delle modalità di esecuzione: alla forca venne sostituita la fucilazione.

 



La brigantessa del Monte di Nese


Un tempo la mulattiera che da Zogno porta al Monte di Nese era assai praticata perché era uno dei percorsi più agevoli per raggiungere la Valle Seriana e Bergamo dalla Valle Brembana. Quanti si recavano da una valle all'altra per trasportare, a dorso di asino o mulo, i loro prodotti, erano soliti sostare in località Gromasnì, un piccolo spiazzo erboso vicino ad una fresca sorgente che sgorga ancora oggi abbondante. Non di rado quello spiazzo era luogo d'incontro e scambio di merci tra mercanti, una specie di mercato dove i prodotti portati dalla città venivano scambiati con quelli delle vallate. Nel 1848 quel luogo fu teatro di un sanguinosa rapina compiuta da una banda di briganti capeggiati da una donna. Vittima della rapina, conclusasi tragicamente, fu Giovan Battista Calvi, un contadino di Poscante il quale si era recato a Bergamo, attraverso la strada del Monte di Nese, per vendere una sua mucca. Passando per Valtesse, era stato notato dalla levatrice del paese, la stessa che faceva servizio anche a Poscante. Costei, appurato che il contadino sarebbe stato di ritorno in serata, senza la mucca, ma con un bel gruzzolo di almeno duecento lire, corse ad avvertire i briganti dell'imminente possibilità di fare un po' di soldi senza troppe complicazioni. Fu così che levatrice e briganti si appostarono nei pressi della sorgente di Gromasnì, in attesa del ritorno del Calvi, il quale infatti a tarda sera aveva preso la strada di casa, assieme a un compaesano.

Giunto al luogo dell'agguato, il Calvi fu facilmente immobilizzato dai briganti, che erano mascherati e per di più protetti dal buio. Lasciato andare il compagno, si diedero a perquisire il Calvi per sottrargli il denaro, ma il malcapitato, nel tentativo di sottrarsi alla rapina, strappò la maschera alla levatrice e la riconobbe. Costei, allora, per non farsi denunciare, cavò di tasca un lungo coltello e glielo conficcò in un fianco, poi si diede alla fuga con il resto della compagnia, convinta di averlo ucciso. Nel frattempo il compagno di viaggio era giunto a Poscante ed aveva dato l'allarme. I parenti e gli amici del rapinato si precipitarono a prestargli soccorso, ma lo trovarono ormai dissanguato e in fin di vita. Prima di spirare il poveretto ebbe però il tempo di denunciare la colpevole, che pochi giorni dopo venne arrestata, condannata a morte ed impiccata sugli spalti della Fara a Bergamo. Fu l'ultima esecuzione della giustizia austriaca prima delle rivolte patriottiche del 1848.
La brigantessa di Albino
La storia di un'altra brigantessa è ambientata nella media Valle Seriana e precisamente ad Abbazia di Albino dove c'era un'osteria gestita da un'ostessa talmente bella e gentile da richiamare nel locale la migliore clientela della zona. L'ostessa si intratteneva volentieri a chiacchierare con gli avventori e sempre si dimostrava disponibile verso ogni loro esigenza, ma sotto l'apparenza così a modo si celava una ben diversa realtà: la donna era niente meno che a capo di una banda di briganti i quali imperversavano nella media valle e tenevano la base operativa in una caverna del monte Misma, dove nascondevano il bottino e si riunivano per progettare nuove aggressioni ai danni dei malcapitati viandanti che percorrevano le buie strade della zona.
L'ostessa, di notte, si travestiva da uomo e con i capelli che le coprivano le guance simulava una lunga barba biondiccia. Tuttavia non era proprio così malvagia come potrebbe sembrare, infatti, quando nella sua osteria capitava qualche individuo che le andava a genio, faceva di tutto per convincerlo a non inoltrarsi di notte lungo strade deserte e sconosciute e in tal modo gli evitava di cadere nelle mani dei briganti. Ovviamente questo strano comportamento dell'ostessa riguardava solo gli avventori a lei simpatici e solitamente persone giovani ed eleganti, mentre per tutti gli altri non c'era scampo. Fortunato fu quel giovane medico che si era fermato all'osteria per bersi un bicchiere di vino ed essendo ormai prossima la notte fu più volte avvertito dalla donna di non mettersi in viaggio a quell'ora, perché correva il rischio di brutti incontri. Ma siccome il medico non voleva saperne e insisteva per riprendere il viaggio, avendo urgenza di visitare alcuni suoi pazienti, l'ostessa volle a tutti i costi farlo accompagnare da un suo figliolo. La mattina dopo giunse notizia di una sanguinosa aggressione compiuta dalla solita banda ai danni di alcuni mercanti di ritorno dalla fiera di Bergamo. La rapina era stata compiuta proprio lungo la strada dove era da poco transitato anche il giovane medico, il quale ne era però uscito incolume proprio perché in compagnia del ragazzo. Le preziose informazioni fornite alla polizia da alcuni viandanti che erano riusciti a fuggire consentirono di arrestare il marito e il fratello della bella ostessa, la quale risultò pure implicata nell'azione e nel processo che ne seguì si beccò dieci anni di galera.
Tratto da http://www.leggende.vallebrembana.org/briganti.html
 
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Domeniche nel Lemine: visita a San Giorgio e concerto per mandolino



Domenica 5 luglio è in programma il secondo appuntamento delle "Domeniche nel Lemine". Una proposta che si ripete la prima domenica del mese da giugno a ottobre e che intende combinare la visita alle rinomate chiese romaniche e rinascimentali degli Almenno con passeggiate alla scoperta del territorio e visite con degustazione alle aziende agricole. Al pomeriggio sono in programma eventi musicali e teatrali per bambini e famiglie. Alcuni ristoranti della zona propongono un menu promozionale per l'occasione.

Ritrovo alle 9 alla corte di San Tomè in Almenno San Bartolomeo. Rientro alle 12.30.
Programma: - Visita alla chiesa di San Giorgio; - Visita e degustazione al birrificio artigianale Lemine; - Passeggiata lungo la scarpata del Brembo.


Al pomeriggio alle 16 concerto per mandolino e chitarra alla chiesa di San Nicola.

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Il  Folletto della Val Taleggio


A Sottochiesa in Val Taleggio, c'era un uomo che andava poco in chiesa e molto all'osteria. Una sera tornando a casa, trova un uomo che stava male disteso in mezzo alla strada. Lo aiuta a rimettersi in piedi e poi se lo porta a casa e appena arrivato in casa, lo fa stendere sul letto della sua stanza; e intanto va in cucina e gli prepara un po' di caffe'; quando e' pronto lo versa in una scodella e lo porta all'uomo che stava nel suo letto. Entrato nella stanza vede che lo sconosciuto si e' addormentato profondamente; allora torna in cucina a bere un po' di caffe' anche lui si addormenta seduto sulla sedia con la testa sul tavolo.

Passata forse una mezzoretta, sente che nella stanza dove stanno gli stracchini a maturare, gli assi e gli stracchini cadono a terra; come puo' accadere se gli assi sono appoggiati al soffitto con fili di ferro per evitare che i topi arrivino a rosicchiarli ? Di corsa va a vedere che cosa e' successo, e trova assi e stracchini a terra tutti a pezzi..!!! Corre nella stanza per chiamare quell'uomo, ma lui dormiva ancora. Ritorna in cucina senza rendersi ragione di quello che succede e si addormenta con la testa sul tavolo. Piu' tardi, nella cantina cadono con rumore le bottiglie, i fiaschi e le scatole messe sulle mensole; e sente che si spaccano le panche con sopra le damigiane di vino.

Accorre rapido e vede le damigiane del vino spaccate, i bottiglioni dell'olio rotti, i vasi del miele a terra in pezzi e farina, riso, pasta da tutte le parti. Spaventato e pieno di paura, corre nella stanza a chiamare quell'uomo, ma l'uomo dormiva sempre; ritorna in cucina e di li a poco vede entrare dalla porta un grosso gatto di quelli soriani, tutto infarinato col pelo irto: il gatto salta sulla credenza butta giu' tutti i piatti dall'alzata per terra; salta sul camino e butta a terra i candelieri; e infine salta sulla finestra, la apre e scompare. Il poveretto torna nella stanza a chiamare quell'uomo che aveva raccolto, sperando nel suo aiuto, ma l'uomo non era piu' sul letto e il suo letto bruciava. Piangente e spaventato, finalmente capi' che cosa era successo e chi era quell'uomo che s'era portato in casa: era un folletto.


Tratto da Leggende della Valle Brembana.  http://www.leggende.vallebrembana.org/folletto.html

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Riforma della sanità, retromarcia 
Valle Imagna con Seriate, Bergamo con Treviglio



La valle non più spezzata in due. Ma la città, per i servizi socio assistenziali, dipenderà dal polo «Ovest» di Trevigliogli argomenti

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La marcia indietro c’è stata: la maggioranza di centrodestra ha apportato diverse modifiche, ieri, al progetto di riforma della sanità lombarda, varato ieri dalla commissione competente. Il cambio di direzione non ha avuto, però, i voti di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che hanno preferito astenersi sull’allegato che definisce la strutturazione territoriale delle Agenzia di Tutela della Salute (Ats) e delle Aziende Socio Sanitarie Territoriali (Asst). 

Rispetto all’ultima bozza, la novità di maggior rilievo, per la Bergamasca, è il ritorno della Valle Imagna all’interno dell’Asst Bergamo Est, che farà capo a Seriate (a cui afferiranno anche i distretti di Est provincia, Valle Seriana), dopo che in un primo momento la bozza prevedeva Treviglio come riferimento per la valle (alla città della Bassa fa capo anche l’Asst Bergamo Ovest, comprendente i distretti Asl di Bergamo, Dalmine, Isola e Bassa).

Inoltre, il presidio ospedaliero di San Giovanni Bianco farà parte dell’Azienda ospedaliera del Papa Giovanni: «Una scelta legata alla volontà di rilanciare il presidio — spiega Angelo Capelli (Ncd) —. Per la divisione delle due Asst abbiamo seguito la tradizione dei vari ambiti Asl».

«Gli allarmismi degli ultimi giorni sull’accorpamento delle aziende sociosanitarie e ospedaliere sono da ritenere ingiustificati e fuori luogo — aggiunge Silvana Saita (Lega) —. Da qui al 6 agosto abbiamo calendarizzato ben 8 consigli, per discutere proprio questo tema». Intanto le opposizioni restano particolarmente critiche: Pd e M5s in particolare, che al momento del voto hanno abbandonato l’aula per protesta. 

«Questa non è una riforma, ma l’ennesima ridistribuzione delle poltrone», attacca il democratico Mario Barboni. Duro anche il commento del grillino Dario Violi: «La maggioranza ha ancora rimescolato le carte. Non si capisce perché la Valle Brembana venga divisa in due, con la parte sociale che afferisce a Bergamo Est e quella sanitaria a un Papa Giovanni XXIII inadeguato a gestire l’ospedalizzazione territoriale».

Fabio Spaterna http://bergamo.corriere.it/includes2013/images/logo_firma.pngdi
Il Corriere della Sera - 30 giugno 2015


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«La riforma spacca la Valle Imagna» 
Sanità, sindaci in rivolta



I servizi nei territori montani assegnati a Treviglio 


La riforma della sanità ridisegna i confini dei servizi agli utenti in provincia di Bergamo, con soluzioni che lasciano perplessi gli amministratori locali e, in prospettiva, aprono interrogativi per i cittadini. E, almeno nel caso della Valle Imagna, le incertezze generano una vera e propria protesta. Ha senso che i servizi ambulatoriali, di medicina di base e sociosanitari, in 16 dei 20 comuni della zona vengano gestiti da Treviglio? Per i sindaci della valle no, tanto da aver votato nell’assemblea di martedì una mozione che chiede alla Regione modifiche sostanziali alla riforma. Le proposte degli amministratori si possono ridurre a una: assegnare la gestione dei servizi per quest’area all’Azienda ospedaliera di Bergamo.


Una strada che non combacia per nulla con quella tracciata dalla maggioranza di centrodestra del Pirellone. La provincia di Bergamo secondo l’ultimo testo della riforma, emendamenti compresi, viene suddivisa in tre aree. A grandi linee, la parte a Sud verrà gestita dall’Asst (Azienda sociosanitaria territoriale) di Treviglio, quella a Nord dall’Asst di Seriate, mentre intorno all’Azienda ospedaliera di Bergamo verranno aggregati il capoluogo e sei comuni dell’hinterland. Nel dettaglio, dall’ospedale di Treviglio verranno gestiti anche i servizi per la zona dell’Isola, della Bassa occidentale e orientale e di Dalmine. Seriate gestirà le valli Brembana, Seriana, di Scalve, Cavallina, l’alto e basso Sebino, la zona di Grumello.

Quello che oggi è l’ambito di Villa d’Almè e comprende i territori di 20 comuni, verrà diviso: quattro centri (Villa d’Almè, Almè, Paladina, Valbrembo) andranno in gestione a Seriate; gli altri, di fatto i comuni montani, saranno inseriti nell’Asst di Treviglio. La distanza dà un’idea delle difficoltà che agitano i sindaci: da Brumano, ai piedi del Resegone, a Treviglio sono 50 chilometri, non meno di un’ora di auto senza traffico, di fatto mezza giornata per chi si muove con i mezzi pubblici. «È una scelta del tutto illogica — dice Stefano Galliani, vicesindaco di Paladina e presidente dell’assemblea dei sindaci dell’ambito —, sia per la distanza, sia per le difficoltà che già oggi il territorio ha sperimentato nei servizi ambulatoriali gestiti dall’Azienda ospedaliera di Treviglio». Sull’intricata mappa della zona infatti appaiono gli ambulatori di Sant’Omobono e di Villa d’Almè che sono di competenza dell’Azienda ospedaliera della Bassa. «Ma sono di fatto inutilizzati — dice Galliani —.
I dati dell’Asl parlano chiaro: i nostri cittadini si rivolgono in gran parte alle strutture ospedaliere di Bergamo, che sono molto più vicine a quelle del resto della provincia».


Da qui la richiesta di essere inseriti nell’Azienda ospedaliera di Bergamo. Un’idea sulla quale gli amministratori della Valle Imagna vorrebbero coinvolgere anche la Valle Brembana. «Secondo noi questi territori dovrebbero essere gestiti da Bergamo, lo dice il buon senso — spiega il sindaco di Corna Imagna, Giacomo Invernizzi —. E lo dicono anche i numeri: solo il 5% dei cittadini della nostra zona utilizza i servizi dell’Azienda ospedaliera di Treviglio. Tanto più che con questa riforma ogni Azienda sociosanitaria territoriale si occuperà non solo di prestazioni ospedaliere, ma anche di servizi sociali. È assurdo pensare che un anziano, in caso di necessità, debba fare la strada dal suo paese in valle fino a Treviglio. Se non sarà possibile essere assegnati a Bergamo, per lo meno l’alternativa sia Seriate»

Simone Bianco

Corriere della Sera - 25 giugno 2015

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La Valle Imagna


La Valle Imagna è una valle prealpina bergamasca che confluisce da destra nella val Brembana, nella quale scorre il torrente Imagna.
I suoi paesaggi racchiudono diverse testimonianze con un notevole patrimonio storico e culturale. Questa valle accoglie al suo interno 16 paesiAlmenno San BartolomeoAlmenno San SalvatoreBarzanaBedulitaBerbennoBrumanoCapizzoneCorna ImagnaCosta Valle ImagnaFuipiano Valle ImagnaLocatello,PalazzagoRoncolaRota d'ImagnaSant'Omobono Terme e Strozza.

Storia
La storia della valle parte fin dall'epoca della dominazione romana, quando qui si verificarono piccoli e sporadici insediamenti abitativi, mantenuti anche in epoca longobarda.
L’epoca medievale, nella quale i borghi cominciarono ad assumere una fisionomia ben precisa, vide imperversare nell'intera vallata scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini, tanto che in tutta la zona sorsero numerosi castelli e fortificazioni.

Dal 1296 e per più di un secolo la città e il contado di Bergamo furono infatti teatro di acerrime lotte tra le due fazioni rivali dei Guelfi e Ghibellini, con scorrerie, saccheggi, rapine, incendi, uccisioni. Lo stesso travaglio conobbero le valli. La Brembilla, la Brembana e il Taleggio erano ghibelline, come Almenno inferiore e Villa d'Almè; mentre l'Imagna, San Martino, insieme ad Almenno superiore e Gerosa erano guelfe. Quest'ultima fazione considerava il Papa come proprio capo, mentre al contrario i Ghibellini ritenevano che fosse l'imperatore di Germania. Sui due campi opposti per quanto riguarda la Valle Imagna e la Brembilla si fronteggiavano per i Guelfi i capi Trussardo Rota, Andrea Rota, Cripio de' Crippi di Strozza, Pinamonte e Peppino Pellegrini di Capizzone, Matano di Mazzoleni, Foppo da Locatello, Andriolo Greppi da Strozza, Butazolo Rota e altri. I Ghibellini contavano invece nelle loro file Eugenio, Simone, Zavino e Mogna de' Carminati di Brembilla, Jacopo Gritti de' Locatelli di Berbenno, Andreanino Rota di Rota Fuori, i Dalmasani di Clanezzo. In principio furono i Guelfi a prevalere, ma i Ghibellini, non rassegnandosi alla sconfitta, chiesero l'appoggio di Matteo Visconti (1288-1322) signore di Milano, offrendogli in compenso il dominio di Bergamo.

Il Visconti riuscì a sbaragliare i Guelfi e inviò Mandello a governare la città. Ma i partigiani del Papa tentarono la riscossa, in un primo tempo fortunata, ma successivamente con il nuovo aiuto dei Visconti iGhibellini riuscirono ad avere la meglio. Cominciò così per Bergamo e le valli quella che il Carminati chiama la tirannia dei Visconti "che non governarono, ma sfruttarono il nostro paese. Numerosi sono gli episodi di questo periodo che riguardano da vicino la valle, a partire dal dominio di Barnabò Visconti (1354-1385), il cui nome e la fama "sopravvive ancora nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni della valle". Questi anni sono comunque segnati da successive ribellioni delle valli guelfe, che mal sopportavano di trovarsi sotto il dominio di signori ghibellini quali erano i Visconti. Nell'agosto, settembre e ottobre del 1363 per esempio anche l'Imagna insieme ad altre valli si ribellò. "Barnabò Visconti, Signore di Bergamo, perché troppo parzial fautore della ghibellina fazione dava a ogni ghibellino piena facoltà di uccidere qualsiasi guelfo e la casa abbruciargli. Seguirono infiniti omicidi, estorsioni, tirannie ed incendi de' più empi che mai stati fossero.
Durarono un anno i progressi della crudeltà uccidendo l'una e l'altra parte persone innocenti e barbaramente trucidando le famiglie intere". Nel 1373 i Guelfi, provenienti dalla Valdimagna e altre terre, assalirono i Ghibellini, capitanati dal figlio di Barnabò, Ambrogio, a Caprino, in Val San Martino. La vendetta del Visconti che in quell' occasione ebbe il figlio ucciso, fu terribile. Dopo aver posto in stato di assedio il monastero di S. Giacomo in Pontida e aver promesso agli assediati che avrebbe loro lasciato salva la vita, trucidò tutti: uomini d'arme e monaci che incautamente si erano fidati della parola del condottiero. Il dominio visconteo proseguì con violenze e ribellioni;un nuovo tentativo di rivolta ebbe luogo anche in valle Imagna nel 1376, mentre nel 1384 il Calvi descrive un fatto d'armi avvenuto nelle vicinanze del Pertusio. "Andarono queli di Locatello con li Arigoni sopra il monte Ochono e dopo l'uccisione dei custodi, diedero quel monte in potere dei Visconti, che poi vi fabbricò una bastia e pose un castellano"... Il monte Ochono è molto probabilmente la prominenza quasi inaccessibile chiamata l'Oca che si erge sullo spartiacque tra l'Imagna e la San Martino, distante un centinaio di metri dal Pertùs. Nel1407 le cronache parlano di un'altra ribellione dei Guelfi delle valli Imagna, San Martino, Brembana e Senana superiore ed inferiore, di Sorisole, di Poltranica ...
Avversari dei Guelfi d'Imagna erano i Ghibellini di Brembilla, che contavano però su un numero maggiore di uomini e fortificazioni. Il castello più antico era certamente quello sul monte Ubione, costruito nel X secolo, che al tempo di Barnabò Visconti rappresentava un'importante fortificazione ghibellina. C'erano poi il castello di Casa Eminente e quello di Clanezzo. In questo modo le famiglie dei due signori del luogo, i Dalmasani e i Carminati potevano dominare non solo sulla Valle Brembilla, ma anche sull'Imagna che rinchiudevano tra i due castelli in alto e in basso. Quando la signoria di Bergamo passò dai Visconti alla Serenissima, che favoriva apertamente i Guelfi, per i Ghibellini cominciò la disfatta che culminò nel 1443 con il bando dato agli abitanti ghibellini della Val Brembilla e la distruzione delle fortezze principali della valle. Dalla Repubblica veneta la Valle Imagna ebbe un trattamento di favore, come riferisce il Calvi.
Sempre per quanto riguarda quegli anni burrascosi che precedettero l'instaurarsi del dominio della Serenissima, esistono anche le cronache di Castello Castelli che danno un quadro fedele e preciso di cosa significasse in quel tempo vivere in Valle Imagna. I racconti del Castelli, che vanno dal 1378 al 1407, sono un susseguirsi di rapine, incendi scorrerie e violenze, uccisioni da entrambe le parti.
I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere le piccole comunità che, forti del proprio isolamento, seguirono le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.
Ai veneziani subentrò, nel 1797, la Repubblica Cisalpina, subito sostituita però dagli austriaci, che la inserirono nel Regno Lombardo-Veneto.
Con l'unità d'Italia avvenne un primo ma deciso processo di industrializzazione, che permise un notevole miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.

 
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Val Taleggio
 

 
L'origine del nome TALEGGIO, deriva dalla base "TILIETULUM" nel significato di "piccolo tiglietto" attraverso una forma di "TILETLUM" diventa poi TILLEGGIO.

Storia
I primi abitatori furono probabilmente cacciatori o pastori, si dice provenienti dalla vicina Valsassina, che via via trasformarono le basi di pascolo in sedi stanziali.
Nel dialetto gli echi di linguaggi prelatini, ligure, retico, celtico, ma tanto, tantissimo latino.
I documenti ci portano all'età carolingia quando questo territorio fu dato in possesso al vescovo di Milano. Poi l'arcivescovo Roberto Visconti lo cedette in feudo a Bernabò e Galeazzo Visconti. Proprio sotto Bernabò, nella seconda metà del Trecento, la valledovette mandare come tributo a Milano 200 forme di formaggio "bene stationatum".
La posa, che durò poco, ci dà la chiave di lettura dell'attività economica principale dei valtaleggini lungo i secoli che è stata, e in parte lo è ancora, quella dell'allevamento del bestiame e della lavorazione del latte, attività che ha portato i bergamini valtaleggini sulle strade delle trasumanze e ad installarsi un pò ovunque nella fertile piana lombarda, specie nel milanese e nel lodigiano, e ha regalato al mondo un formaggio tenero che è noto, appunto, come Stracchino Taleggio (vedi sezione "gastronomia").
La chiesa più antica è considerata quella di S. Ambrogio di Pizzino, le cui origini vengono fatte risalire all'anno mille e che dipendeva dalla Pieve di Primaluna, in Valsassina.
Sicuramente anteriore al 1300 anche la chiesa di S. Bartolomeo, antica parrocchiale di Vedeseta, citata con S. Giacomo di Peghera, nel Liber Notitiae Sanctorum del 1280 di Goffredo da Bussero.
Nel 1566 S. Carlo Borromeo, da poco arcivescovo di Milano, fece visita a tutte le parrocchie della valle Taleggio, comprese quelle che ormai da più di 1 secolo facevano parte della Serenissima Repubblica Veneta.
La storia politica del tardo Medioevo è, infatti, complicata: lungo il 1300 e il 1400 le antiche famiglie della valle presero parte alle infinite lotte tra guelfi e ghibellini, eressero torri di cui oggi non abbiamo tracce e si combatterono fieramente.
Per i guelfi parteggiarono i Salvioni, gli Offredi e i Bellaviti di Sottochiesa, Peghera e Pizzino e le famiglie di Olda; con i Ghibellini, invece, si schierarono gli Arrigoni, i Quartironi e i Rognoni di Vedeseta.
Roccaforte di quest'ultimi era la torre d'Orlando a Vedeseta e un fortilizio al Pianchello di Regetto, mentre i guelfi avevano il loro riferimento in quello che le antiche mappe riportano come "castrum picini", il castello di Pizzino (fam. Bellaviti).
Una parentesi nelle lotte fratricide sembrò aprirsi quando nel 1358 (o, per altri, 1368) nella contrada Lavina di Vedeseta, alla presenza del delegato di Bernabò Visconti, gli esponenti delle maggiori famiglie non solo della valle Taleggio ma anche della valle di Averara si diedero, "in nomine Domini", i primi Statuti di autonomia che prevedevano, tra le molte cose, anche una conduzione unitaria delle due vallate.
Ma pochi anni dopo, nel 1393, i guelfi bruciano Vedeseta e gli Arrigoni fanno scattare la rappresaglia su Peghera.
A gli inizi del 1400 entra in campo la Serenissima Repubblica Veneta e le divisioni tra le famiglie diventano anche divisioni territoriali: le demarcazioni ora sono veri e propri confini di stato.
Tra Ducato di Milano e Serenissima si venne ai primi accordi "geografici" nel 1428 (accordi sanciti poi nella pace di Ferrara del 1433 e, forse, dalla posa dei primi cippi confinari, i TERMENU',
Questi cippi sono ancora visibili in molte zone della valle, lungo prati e sentieri.
Ma una grave violazione avvenne poco dopo (1438) con l'assedio del castello di Pizzino da parte dei ducali. La clamorosa rotta di quest'ultimi, soccorsi nella foga dagli Arrigoni di Vedeseta, procurerà a questa famiglia, come ricompensa, ampi privilegi ed esenzioni (a lungo confermate).
La Serenissima farà altrettanto con le famiglie guelfe di Taleggio.
La pace di Lodi (1454) darà un assetto quasi definitivo alle divisioni territoriali anche se le questioni di confine, come testimoniato dalla sovrabbondante documentazione archivistica e da antiche preziose mappe, si riproporranno periodicamente fino all'avvento di Napoleone, con dispetti, contestazioni, sradicamenti e spostamenti di cippi, e sopralluoghi dei rappresentanti dei due stati che non fruttavano mai accordi di lunga durata.
Nella divisione, Vedeseta, stretta tra Taleggio e i comuni della Valsassina, riuscirà a conservare amministrativamente la Transera o "strada degli otto cavezzi" (circa 20 metri), piccolo corridoio di collegamento tra la sua parte abitata e gli altri pascoli settentrionali che occupano quasi per intero la testata della valle e si spingono verso le valli Averara e Torta.
Con l'avvento della Repubblica Cisalpina (1797) cadono i confini di stato e anche le autonomie: i confini comunali, Taleggio e Vedeseta vengono accorpati per decreto in un unico municipio.
Ma per poco. Dopo la sconfitta Napoleonica di Waterloo si ricostituiscono immediatamente i due tradizionali comuni, che nel corso dell'Ottocento vedono il consolidamento di due fenomeni avviatisi già nel secolo precedente, sotto Maria Teresa d'Austria: l'aumento della popolazione e dei capi di bestiame, che si concretizza in incremento di ricchezza (relativa, ben s'intende: l'emigrazione e' stata una tenace compagna della gente di Valtaleggio almeno dal 1500 in poi).
Di questa crescita generalizzata ci è stata lasciata testimonianza nelle centinaia e centinaia di mirabili edifici rurali (stalle, baite, portici, cascine) che ancora oggi, haimè purtroppo però sempre meno punteggiano il territorio.
Il novecento, infatti, con le sue vorticose trasformazioni, ha interessato anche questa vallata.
Se ha portato strade migliori, la vaccinazione di massa, la scolarizzazione, case più confortevoli e un deciso miglioramento del livello di vita, ha portato anche, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, all'abbandono delle attività tradizionali, all'inurbamento e al conseguente abbandono del territorio.
Molti sono i manufatti già andati perduti; parecchi agglomerati rurali o alpestri come il Fraggio o Giambello, Roncalli o Pra' Tajè, Prato Giugno o Zücher o Ponte dei Senesi sono quasi completamente in rovina.
Tanti sono gli edifici che sono stati, a volte felicemente altre meno, trasformati in funzioni abitative-turistiche.
Ma resistono i segni della storia e di una cultura contadina che ha plasmato in modo originale la vallata. Il reticolo delle mulattiere, i terrazzamenti con i muretti a secco, le tribuline o santelle affrescate ai crocicchi o lungo gli antichi percorsi, i cippi confinari, le finestrelle in pietra, i comignoli solitari, le abbeverate in terrabattuta, i lavatoi di sasso, le torri dei roccoli, le piazzette in acciottolato: tutto questo, almeno in parte, resiste e merita di essere veduto.
Meritano sicuramente una piccola visita le chiese anche se ristrutturate e modificate svariate volte causa i cambiati bisogni o per ragioni di statica (S. Lorenzo del Fraggio la più antica e intatta, S. Giacomo di Peghera quella con il gioiello più prezioso, un polittico di Palma il Vecchio) .
Meritano un passaggio non distratto tutti i paesi.
Meritano di essere ammirati e fotografati, prima che sia troppo tardi, gli ultimi esemplari di quelli che insieme allo stracchino Taleggio rappresentano l'elaborazione più originale di questa vallata, cioè gli edifici rurali a piöde.
A volte singoli, spesso accostati, mirabilmente inseriti nel contesto; piccole dimensioni, un piano terra per ospitare le bestie, un primo piano con un curiosissimo ingresso che si restringe in basso, per conservare il fieno; aperture simili a feritoie, niente gronde.
Un tetto particolarissimo fatto di pesanti lastre di pietra calcare, dello spessore anche di 6-7 centimetri, appoggiate orizzontalmente, a scalare, una sopra l'altra: una verticalità incredibile ed un peso enorme che veniva scaricato sui robusti muri laterali.
Uno spettacolo di equilibrio, di forza e di armonia che è difficile ritrovare in altre zone e ormai difficile persino da riproporre, causa le difficoltà tecniche che la manutenzione di questi edifici comporta, per i costi spropositati e per la latitanza degli aiuti.
Come visto, nel corso della lunga e storia della valle le dispute tra i potenti portarono come logica conseguenza alle "paci" di Cremona, di Lodi, di Madrid, di Mantova ecc. ecc, ed alla regolare nomina di Commissioni con l'incarico di stabilire sempre nuovi confini e conseguente erezione di cippi confinari.
Esiste sull'argomento una ricca cartografia che si può consultare presso la Biblioteca A. Maj in Città Alta, a Bergamo.
Dietro la scrivania del Sindaco di Taleggio, nel Municipio di Sottochiesa, fa bella mostra di sè un esemplare particolarmente interessante.
Su di esso venivano indicati i punti dove erano stati eretti cippi confinari, localmente noti come "Termenù".
Portano questo nome perchè venivano ricavate da blocchi monolitici di pietra locale, usata anche per stipiti ed architravi, ed erano di notevoli dimensioni superando il metro di altezza.
Su di un lato portano inciso Stato di Milano, mentre sull'opposto Stato veneto.
Su quelli più piccoli solo S.M. e S.V., e la data.
Quelli da noi rinvenuti portano per lo più la data del 1760, raramente 1790, e quindi pochi anni prima che "sul ponte sventolasse bandiera bianca" con conseguente caduta del dominio veneto.
Molto probabilmente sono rimasti in loco solo quelli che non interessavano più di tanto né ai grandi garanti né ai taleggini che si avviavano ormai a rapporti più civili e ad una esistenza meno travagliata. Val Taleggio

Materiale interamente tratto da valtaleggioweb (testo dal libro "Tra storia e natura, Val Taleggio"


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